p. 1-5 > Abbonarsi o no. Il problema delle riviste in biblioteca. Ma, di quale biblioteca stiamo parlando? Una nota molto personale

Abbonarsi o no. Il problema delle riviste in biblioteca. Ma, di quale biblioteca stiamo parlando? Una nota molto personale

Marco Menato

 

La manualistica biblioteconomica, specie quella straniera, dedica molta attenzione alla tipologia bibliotecaria: la biblioteca ospedaliera non è confrontabile con quella carceraria, quella scolastica con quella museale o bancaria, e così via. Si può addirittura sostenere che esista una biblioteconomia differente per ogni situazione bibliotecaria, con eccezione ovviamente del quadro generale nel quale sono raccolte e confrontate le singole ‘biblioteconomie’ che a ragione possono essere definite ‘speciali’.

Nel quadro italiano, c’è stato forse interesse un po’ più specifico riguardo alle biblioteche per bambini/ragazzi, ma il resto della tipologia bibliotecaria è rimasto in una specie di limbo confuso e vago. Di questo ‘resto’, che in termini numerici non è proprio insignificante, nel quale rientra la specie molto varia delle biblioteche pubbliche (generalmente appartenenti ai Comuni) e delle biblioteche statali, che – senza saperlo – hanno costituito l’unico ‘sistema bibliotecario’ al quale fare riferimento per quanto riguarda aspetti catalografici, di conservazione, e di poco altro. Naturalmente il panorama delle biblioteche statali, che dura dal tardo Ottocento, ha retto pur con molte difficoltà fino quasi alla fine del Novecento: dopo di che la classe politica, spinta anche da una burocrazia ministeriale ormai serva di ogni stupidaggine, un po’ infatuata dalla tecnologia digitale e un po’ dalla frivola comunicazione di un giornalismo deteriore, ha deciso che occorreva risparmiare: i libri ormai si trovavano dappertutto perfino dal giornalaio e in supermercato e quindi era inutile continuare a far funzionare strutture dell’altro secolo, vecchie, con un pubblico sempre in diminuzione, che non rendevano nulla in confronto ai musei, vere galline dalle uova d’oro.

Se non si vogliono contare le riduzioni annuali per gli acquisti, la rilegatura e il restauro (attività fondamentali per il funzionamento di una biblioteca) spesso scambiate con la digitalizzazione che senza un serio piano bibliografico non serve a nulla, i primi ‘risparmi’ sostanziali (e pochi se ne accorsero) derivarono dal personale: i direttori delle biblioteche non ebbero più la qualifica dirigenziale, il numero dei bibliotecari da una parte fu drasticamente ridotto nei concorsi esterni, così che quei pochi vincitori furono assorbiti da una marea di compiti burocratici, ma dall’altra fu artificiosamente aumentato con progressioni di carriera condotte in modo abbastanza ridicolo, creando in questo modo un vuoto fra la figura dell’impiegato esecutivo (sempre meno utilizzabile nell’odierno mondo della conoscenza, ma la cui presenza è sindacalmente utile) e la professione bibliotecaria considerata nel suo aspetto più ampio e rigoroso. La questione della qualifica dirigenziale può sembrare irrilevante a un occhio esterno, ma in realtà comunica a tutta l’amministrazione e soprattutto all’esterno il peso di quelle figure: irrilevanti, quasi senza volto, intercambiabili. A questa rinnovata gestione delle biblioteche statali, guardarono gli enti locali, i quali non si fecero scappare l’occasione di fare peggio: cancellando, con la scusa dei pensionamenti, dai propri organici le figure preposte alla direzione di biblioteche e musei, da allora accorpate ad altri uffici e quindi diretti da generici amministrativi, buoni per tutti gli usi, e ovviamente totalmente ignoti al mondo della cultura.

Ho posto tra virgolette nel precedente paragrafo la parola ‘risparmi’, perché non furono veri risparmi, come un avveduto lettore potrebbe pensare, ma solo abili spostamenti stipendiali… dalle biblioteche e dagli archivi (che, come le biblioteche, hanno sopportato una continua erosione di immagine) ai musei e a una già numerosa, e sempre affamata, schiera di ministeriali. Questo quadro abbastanza avvilente spiega la povertà o, meglio, l’assenza odierna della programmazione bibliografica, che è quella che spetta di diritto al mondo bibliotecario. L’ultima ampia programmazione, che fu gestita da ICCU, quindi da bibliotecari e non dalla direzione generale, infatti, risale alla fine degli anni Settanta e si è trattato della fondazione del Servizio bibliotecario nazionale (a parte qualche imbellettamento, è rimasto uguale a quello progettato) e del censimento nazionale delle edizioni stampate nel Cinquecento (le ‘cinquecentine’), a partire da quelle italiane[1], anche se è stata esclusa gran parte della grafica cinquecentesca[2], con eccezione di quella conservata nelle biblioteche e non nei musei. Per gli incunaboli[3] si deve rendere merito a un pugno di bibliotecari della Biblioteca nazionale centrale di Roma che hanno portato a termine (1943-1981), quasi in solitaria, un progetto ambizioso che non poteva mancare alla cultura italiana e che oggi, con il completamento di quello relativo alle cinquecentine, costituisce la migliore fotografia del livello raggiunto dalla Bibliografia in Italia.

Nei medesimi anni la direzione generale biblioteche varava un grande piano di microfilmatura (e di conseguenza di conservazione) del patrimonio raro e di pregio, fra cui i manoscritti e soprattutto i periodici antichi. Un impegno, tecnico e finanziario, di cui allora non si era ancora certi della piena utilità e che forse per molti è stato considerato un peso a cui bisognava sottomettersi, mentre invece di recente si è scoperto che quelle bobine possono essere trasferite su supporto digitale e costituire, finalmente, quella Emeroteca nazionale digitale di cui tanto si lamenta la mancanza. Considerato che prima di procedere alla microfilmatura, ciascuna biblioteca individuava, sulla base di evidenze storico-bibliografiche, le testate più importanti e procedeva sulle stesse ad accurati controlli, si può perciò ritenere che il complesso dei microfilm, conservati nella Biblioteca Nazionale di Roma[4], possa essere considerato un vero archivio bibliografico e non una casuale e disordinata raccolta, così come mi sembra sia diventato Internet Culturale, inaugurato nel 2005, con le sue suddivisioni in Collezioni digitali, Biblioteca Digitale Italiana, Emeroteca Digitale Italiana.

Dentro un tale panorama, non è facile collocare la questione dei periodici in biblioteca, uno dei temi più insidiosi nel settore degli acquisti. Non è stata infatti mai risolta la diade Biblioteca Nazionale di Firenze – Biblioteca Nazionale di Roma: due biblioteche nazionali con i medesimi compiti e con il medesimo patrimonio contemporaneo (tra l’altro, ambedue collocate in aree urbanistiche molto vulnerabili: a Firenze in riva all’Arno e a Roma nei pressi del maggiore snodo ferroviario italiano e confinante con strutture militari). A quale delle due biblioteche spetta il compito di diventare anche Emeroteca nazionale? La tradizione e le scelte di alcuni direttori hanno decretato la Nazionale romana votata alla documentazione novecentesca (sia manoscritta che a stampa), ma lasciando da parte (pur con specifici interessamenti risalenti addirittura ai primi del Novecento[5]) la questione, più rilevante, dell’emeroteca che, almeno per la quantità di spazi che la Nazionale romana potrebbe in teoria disporre, dovrebbe diventare di sua stretta competenza. La realtà è invece più modesta: preso atto che una Emeroteca nazionale è di difficile realizzazione, si è optato prima sulla emeroteca nazionale diffusa e poi sul fronte digitale, ma in ambedue i casi puntando sulla rete periferica (e nella sostanza, sulla buona volontà) delle biblioteche statali e delle maggiori biblioteche civiche proprio in anni in cui i bibliotecari (qui si torna a quanto già detto) cominciarono a diminuire, fino a scomparire del tutto in alcune sedi, anche prestigiose.

Il primo problema da affrontare è quindi il deposito legale dei periodici. Mentre il libro mantiene una sua concreta presenza anche al di fuori del circuito bibliotecario, il periodico ha una sua propria distribuzione quasi sempre limitata agli anni in corso, poco trattato dall’antiquariato, è episodicamente presente nelle raccolte private. In questo modo, l’unica certezza di conservazione per il futuro rimane nelle biblioteche e in particolare in quelle obbligate alla corretta gestione del deposito legale (che in prima battuta vuol dire conservare e mettere a disposizione). Il deposito legale, in assenza di una efficiente struttura nazionale dedicata (anche quella regionale che con la legge del 2004 sul deposito legale sembrava potesse essere creata, è sostanzialmente franata dietro la solita idea-fumo del ‘risparmio’), è quanto più importante nella rete di biblioteche di ambito provinciale individuate come sede del deposito legale. Tuttavia, l’aggettivo ‘provinciale’ (l’unico ambito che insieme ai Comuni è storicamente riconosciuto dai cittadini, molto più della Regione) ha denotato in questi ultimi anni tutta una serie di attività e compiti che sono stati spazzati via dalla furia iconoclasta di risparmiare cancellando, almeno nominalmente, l’Ente Provincia che ad oggi non si se sia ancora esistente oppure no (per la cronaca: le uniche provincie effettivamente abolite come ente politico-amministrativo, i cui compiti sono quindi transitati ad altre istituzioni, in primis la Regione, sono quelle del Friuli-Venezia Giulia). Per tornare alla biblioteconomia: una distribuzione provinciale del deposito legale, che in sostanza è quella che dall’Ottocento connota le biblioteche di più antica costituzione (comprese quindi molte Biblioteche civiche), è l’unica che ad oggi possa garantire la conoscenza bibliografica approfondita del periodico. È ovvio che tale attività può essere perseguita solo con il lavoro di un corpo bibliotecario preparato e sensibile alla storia locale, diversamente avremo raccolte sempre più uguali l’una con l’altra.

Per questo motivo il titolo del mio contributo inizia con la domanda che può sembrare retorica “Abbonarsi o no” e con il rinvio alla tipologia bibliotecaria. La maggioranza delle biblioteche sono ‘di pubblica lettura’ e in queste biblioteche la presenza del periodico (compreso il quotidiano locale) è sempre più residuale, tanto più oggi con la diffusione costante e parcellizzante, tramite i molti canali social, di notizie e commenti. La presenza del periodico costringe poi la biblioteca a conservarlo perpetuamente, anche per la colpevole omologazione di qualsivoglia biblioteca pubblica a biblioteche di alta conservazione, effettuata con scarsa conoscenza delle stesse dal Codice dei beni culturali.

Rimangono quindi due tipologie di biblioteche che hanno bisogno del periodico, ciascuna per finalità diverse:

  1. la biblioteca collegata a una istituzione di studio e di ricerca, come per esempio le biblioteche delle università, l’unica rete bibliotecaria che ha cercato di stare al passo con la modernità: essa ha il compito di fornire ai propri utilizzatori il panorama bibliografico più aggiornato possibile su temi ben individuati, un panorama però sempre molto agile, costruito su diversi supporti (analogico e digitale) e puntato più sull’uso che sul possesso perpetuo;
  2. la biblioteca di conservazione che al di là di temi di ricerca individuati a monte, ha l’unico compito di conservare ‘per sempre’ uno o più tipi di documentazione, senza utilizzare griglie valutative/culturali che con il tempo possono mutare radicalmente. Tale biblioteca, considerato quanto detto in precedenza, non può che essere di livello provinciale, almeno in Italia dove la questione della centralizzazione dei servizi non ha mai avuto facile storia, nemmeno a livello regionale come si è visto per il diritto di stampa.

Il catalogo del Servizio bibliotecario nazionale, che purtroppo non considera molte importanti realtà bibliotecarie mentre invece altre meno rilevanti sono comprese (una stortura politico-bibliografica che alla lunga danneggerà Sbn), è certamente un valido strumento per scegliere se attivare o meno un abbonamento, per la conservazione passiva o per la digitalizzazione dei periodici, a patto che tutto il patrimonio delle singole biblioteche venga trattato con la dovuta attenzione e precisione, mentre invece ancora non sappiamo quanta parte del posseduto sia invisibile, e qui si ritorna, come un gioco dell’oca impazzito, al problema già detto: la carenza di bibliotecari, proprio quando l’Università si è impegnata a formarli!

 

 

 

[1] Il progetto, denominato Edit16, rientrava nel concetto di costruzione della bibliografia nazionale retrospettiva e aveva quindi di mira la sola produzione italiana, ma ha motivato anche la catalogazione delle cinquecentine straniere; tuttavia, non ci sono dati per stabilire quanta parte del patrimonio cinquecentesco straniero sia stato catalogato in Sbn.

[2] Incisori, disegnatori, editori di stampe hanno evidentemente a che fare con il mondo del libro: occorre allora avviare la catalogazione delle stampe (specie quelle che abbiano autori, titolo, editore, anno) conservate nelle raccolte museali, che fino ad ora non hanno partecipato al Servizio bibliotecario nazionale, di fatto l’unica infrastruttura bibliografica al servizio del libro in tutte le sue forme.

[3] Andrea De Pasquale, La digitalizzazione degli incunaboli d’Italia: la Biblioteca nazionale centrale di Roma da IGI al progetto Polonski, “Bibliothecae.it”, 8, 2019, n. 2, p. 297-311, open access.

[4] Una copia del microfilm era conservata nella biblioteca proprietaria dell’originale ed un’altra era inviata alla Nazionale. Un controllo effettuato sull’Emeroteca Digitale Italiana riguardo ai periodici del Friuli-Venezia Giulia ha evidenziato quanto la raccolta presentata sia scarsamente rappresentativa del patrimonio emerografico regionale; addirittura, per il Trentino-Alto Adige è registrato soltanto un periodico (La fiamma intelligente) conservato a Milano dalla Braidense e per il Veneto ci si limita ai periodici padovani (esito di un progetto curato dalla Biblioteca universitaria di Padova).

[5] Andrea De Pasquale, Per un’emeroteca nazionale digitale, “Bibliothecae.it”, 7, 2018, n. 2, p. 348-370, open access.