Filologia fantastica di Andrea Cortellessa
Giuseppe Andrea Liberti
Nel 2020, Andrea Cortellessa licenziava ventisei piccole monografie su Giorgio Manganelli (Il libro è altrove, Milano, Luca Sossella), per curare, due anni dopo, un nuovo fascicolo monografico di «Riga» sul Manga assieme a Marco Belpoliti (Macerata, Quodlibet, 2022). La fedeltà del critico al suo autore è però lunghissima, come un rapido sguardo alla sua bibliografia confermerebbe; eppure, sembrerebbe mancare un lavoro monografico “nitido” su Manganelli. Stavo per dire “vero”: ma, al di là delle gravi orticarie che un simile aggettivo avrebbe procurato al Nostro, bisogna riconoscere che, in quanto «polimorfo e perverso versipelle, anzi “polimaterico” come definisce il suo amato Savinio, è felicemente impossibile da mono-grafizzare» (p. 34).
Filologia fantastica, per stessa ammissione di Cortellessa, non è lo studio “regolare” che prima si invocava: «neppure questo è, in senso proprio, il libro su Manganelli, unitario e coerente, che buona norma critica e accademica prescriverebbe: e che continuo a inseguire rifuggendone» (p. 375). Per amor di paradosso, questa raccolta di proposte e scommesse (è in fondo un lungo ipotizzare, come suggerisce il sottotitolo; ma a partire da solidissime basi) costituisce il più completo e, sui generis, rigoroso attraversamento di questa metropoli verbale – o, per usare una felice espressione dello studioso, «del maniero cartaceo che risponde al nome di Giorgio Manganelli» (p. 63). L’improba impresa viene condotta facendo appello a una frequentazione di più di 25 anni (un saggio data, almeno nella sua prima versione, al 1996), che ha consentito di affondare il coltello in forme letterarie diversissime e mai identiche l’una all'altra. Ad accomunarle sta la cura maniacale (attributo che apprezzava moltissimo, specie se riferito a sé stesso) con cui Manganelli tornisce i suoi scritti, siano essi elzeviri, siano essi romanzi.
Il titolo del libro gioca in effetti con la couche filologica che accomuna Manganelli ad altri scrittori di tardo Novecento interessati «a elaborare il testo come fosse il risultato di una ricostruzione testuale in diverse maniere riconducibile ai classici procedimenti della filologia»; ma, nel suo caso, «l’almanaccamento filologico rispetto al “testo” apporta, anziché un cono di luce salvifica, un surplus d’ombra» (pp. 35-36). Lo dimostra il rapporto che s’instaura tra due racconti del postumo La notte, intitolati L’effigie e Racconto sbagliato. Il secondo testo, ed è via spesso battuta dalla scrittura manganelliana, si configura come commento del primo, di cui però il commentatore non ha a disposizione che frammenti; secondo Cortellessa, lo sforzo ricostruttivo di qualcosa che il lettore già conosce è allusione al «travaglio elaborativo, allegorizzato da quello ricostruttivo di un filologo immaginario» (p. 44). Manganelli come filologo dell’immaginario, dunque, o ancor meglio promotore di una filologia in cui ogni refuso è valore, se è vero che «le parole non conoscono errore. Se una parola “sbaglia” l’universo si adegua immediatamente» (p. 216). È un modo d’intendere la parola, e la scrittura che la ingenera e la avvera, che meglio si comprende se si tiene conto del tentativo costante di sottrarre queste due entità dal peso del significato.
Scrivere au-delà del senso: il grande obiettivo del Manga, che motiva anche il suo mai sconfessato amore – e la sua profonda invidia – per la musica. Prendendo le mosse dalla conversazione con Paolo Terni (pubblicata in prima battuta nel 2001 e poi, in edizione aumentata, nel 2014), definita «il libro più importante […] per capire Manganelli o – sarà meglio dire – per sentirlo» (p. 255), Cortellessa può tracciare un percorso di lettura sulle sortite “acustiche” del Manga, come Rumori o voci, fino a rintracciare punti di contatto con il pensiero del Jean-Luc Nancy di À l’écoute, che incrocia «il partito preso per l’astrazione» (p. 251) rivendicato da Manganelli. A suggestioni astratte si rifanno però anche quelli che pure si porrebbero come resoconti di viaggio: del resto, a questo viator in lambretta non interessa arrivare, come non gli interessa provenire da un qualche luogo. Le pagine che Cortellessa dedica al rapporto dell’autore con le città di Roma e Milano (pp. 139-154), attraversate eppure impalpabili, notissime ma inattingibili, sono tra le più efficaci del libro, complice anche la penna esuberante del meteco narratore e cronachiste delle due diverse capitali del Paese.
Perché si possa giungere a questa fase scrittoria, perché si realizzi una simile valorizzazione dei tesori del vocabolario, c’è bisogno di una lunga auto-formazione intellettuale, in cui svolge un ruolo significativo Ernst Bernhard, grazie al quale Manganelli comprende che «la strada giusta è fatta da un’infinità di strade sbagliate» (p. 89). Non mancano tuttavia testimonianze che consentono di registrare lo sviluppo di una poetica, come gli Appunti critici conservati al Fondo manoscritti di Pavia: «netta si ha l’impressione che proprio qui si trovi – in questi cinque quaderni neri e in molti sensi tali […] – la più vera e cruciale anticamera dei fuochi d’artificio a venire» (p. 63), perché è tra queste carte che si scorge, per esempio, il definirsi di un paradossale razionalismo irriducibile al razionale, «forma […] d’esorcismo e di preghiera» (p. 66) e che matura nella convinzione che «la qualità tipica dell’arte è l’ironia, intesa più ampiamente, come simultanea coscienza di contrari che si reggono a vicenda» (p. 69; era il 7 dicembre del 1955).
Gli Appunti critici comprendono anche osservazioni critiche su testi letterari: ed è proficuo mettere in relazione queste prime scritture con un filone davvero pirotecnico del lavoro manganelliano, quello delle recensioni. Questo strumento, oggi caduto in disgrazia tanto presso le terze pagine dei quotidiani quanto presso le riviste scientifiche, viene sfruttato in maniera estemporanea per omaggiare classici “sbilenchi” assai cari, come le Operette morali di Leopardi (pp. 113-137); ma è altrove che il commento al libro altrui si fa rivelatore, nei pezzi «sugli autori più vicini. Non i padri, insomma, ma i fratelli: i coetanei, i fratelli maggiori, talora anche quelli di poco più giovani» (p. 156). E qui, nelle note di lettura ai testi che compongono quel guazzabuglio che chiamiamo “letteratura del secondo Novecento”, l’ironia di cui prima può emergere in tutta la sua ferocia – e, sovente, in tutto il suo acume: Manganelli fu, in ogni caso, un lettore tanto goloso quanto attento.
Sarebbe inutile attendersi da questa Filologia fantastica schemi sintetici e alberi genealogici: siamo, piuttosto, in presenza di uno squadernarsi di ipotesi vagliate sulla carne viva della scrittura. Le strade che Andrea Cortellessa indica per avvicinare quest’ultima sono molteplici e tutte foriere di ulteriori sviluppi; per ora, non possiamo che essere grati al critico romano per aver saputo costruire un anti-monumento di questa statura a uno dei suoi oggetti di studio privilegiati: chissà che un giorno quella monografia annunciata non possa vedere la luce. Piace segnalare, in coda, il Regesto bibliografico (pp. 367-373) comprensivo dei libri di Manganelli e di una selezione di testi critici sulla sua opera. Uno strumento utile sia ai cultori di questo arcipelago di pagine, sia a coloro che volessero intraprendere un simile viaggio – a patto, però, che non intendano approdare da qualche parte. L’approdo, in fondo, esattamente come l’io (un «io pseudonimo quadratico»), «non esiste» (p. 200).
Andrea Cortellessa, Filologia fantastica. Ipotizzare, Manganelli,
Roma, Argolibri, 2022, pp. 384.