p. 18-22 > Noterelle bibliografiche. LE BIBLIOTECHE D’AUTORE SONO DIVENTATE UNA MODA?

Noterelle bibliografiche

LE BIBLIOTECHE D’AUTORE SONO DIVENTATE UNA MODA?

Marco Menato

 

Sulle biblioteche d’autore esiste oramai una nutrita bibliografia: sono stati organizzati dei convegni (fra i primi e più interessanti ricordo la serie Conservare il Novecento, presentata annualmente dal 2000 al 2012 a Ferrara nell’ambito del Salone del restauro), l’Associazione Italiana Biblioteche (AIB) ha costituito la Commissione nazionale biblioteche speciali, archivi e biblioteche d’autore, in uno degli ultimi manuali di biblioteconomia[1], per studenti e bibliotecari, Biblioteche e biblioteconomia curato da Giovanni Solimine e Paul G. Weston (Carocci, 2015), l’argomento è ampiamente affrontato da Anna Manfron[2]. Quindi il tema, almeno all’interno del mondo bibliotecario, è ben noto e presente in diverse tipologie bibliotecarie: la biblioteca pubblica, la biblioteca specializzata (accademica) e naturalmente la biblioteca di conservazione. La ricorrenza del centenario della nascita di Italo Calvino ha fatto un po’ da megafono all’argomento stesso, visto che la Biblioteca nazionale di Roma ospita in una sala riservata la biblioteca dello scrittore ricollocata all’interno del suo studio ricostruito. E sempre la Biblioteca nazionale di Roma ha allestito, all’ingresso della Biblioteca e quindi visitabile anche da un pubblico generico, il museo letterario ‘Spazi900’ dedicato proprio ai libri, alle carte e agli oggetti più significativi dei maggiori scrittori italiani del Novecento. Per questo motivo evito di avventurarmi in una definizione di Biblioteca d’autore, facilmente reperibile nella letteratura biblioteconomica, non senza annotare che in generale queste biblioteche autoriali provengono dall’ambito umanistico, poco da quello pratico-artistico (intendo per esempio le biblioteche di pittori, scultori, qualcosa è stato fatto per gli architetti) e nulla ancora dall’ambito scientifico[3] (non posso ovviamente escludere che qualche biblioteca scientifica, magari mescolata con libri umanistici, sia approdata, ma in genere non ci sono e anche questa è una carenza che dovrà essere sanata e che qualcosa vorrà pur significare).

Tutte le biblioteche di antica fondazione nascono da raccolte private che divengono pubbliche, alcune di queste mantengono nel nome istituzionale, l’origine privata, come a Roma le Biblioteche Angelica, Casanatense, Corsiniana, Alessandrina[4] (anche la Baldini può essere annoverata  fra queste: prende infatti il nome dello scrittore[5] che fu vicepresidente dell’ente dal quale dipendeva un tempo la biblioteca), a Firenze la Marucelliana e la Laurenziana, di altre invece, indagata la loro storia, si scopre che i fondi primigeni sono giunti da studiosi e mecenati, che non hanno voluto disperdere le loro biblioteche private legandole a istituzioni pubbliche, in genere i Comuni.

Le donazioni di raccolte librarie, grandi, piccole e piccolissime, hanno quindi sempre contrassegnato la storia delle biblioteche, tanto che il dono è uno dei meccanismi (forse il più noto) di accrescita delle collezioni, che insieme all’acquisto diretto, al deposito legale e allo scambio, viene espressamente ricordato nella manualistica biblioteconomica. È tanto importante che viene addirittura rigidamente normato ormai in tutte le carte delle collezioni stese dalle biblioteche: per motivi economici negli ultimi anni è diventato, in alcune realtà (non sempre in quelle minori), la fonte privilegiata di acquisizione libraria e naturalmente questo fatto è stato oggetto da parte dei bibliotecari (ma in genere non dalla società) di forti critiche.

La provenienza di queste donazioni non sempre è stata chiaramente annotata nei registri cronologici di ingresso: spesso questi strumenti sono abbastanza sommari e si limitano a qualificare ‘dono’ il volume che viene registrato, la data di donazione e il valore attribuito (ma questi ultimi due dati si trovano sui registri a partire circa dalla seconda metà del Novecento). Naturalmente queste modalità di registrazione sono più sommarie negli inventari e nei cataloghi antichi: da questi non si può cavare nessuna notizia aggiuntiva, se non la teoria di collocazioni e ricollocazioni, che possono alimentare qualche sospetto riguardo la provenienza. Notizie più particolareggiate possono essere recuperate dai carteggi di direzione, ma solo quando le donazioni sono particolarmente rilevanti oppure il donatore è persona in vista, e soprattutto esaminando i singoli volumi, alla caccia di etichette, ex libris e super libros, note e firme di possesso, carte inserite, appunti postille e sottolineature particolari, legature eseguite ad hoc, somiglianza di materie trattate.

L’Annuario delle biblioteche italiane, la cui ultima edizione in cinque volumi è stata pubblicata dal 1969 al 1981 dal Ministero della pubblica istruzione poi dei Beni culturali, riporta per ciascuna biblioteca i ‘fondi’ principali e la medesima struttura, molto più normalizzata, è stata ripresa nell’Anagrafe delle biblioteche italiane nel sito web di Iccu. Ragionare quindi per fondi è prassi normale, direi da sempre, per chi si voglia interessare di storia delle biblioteche. La differenza fra allora e oggi sta nel trattamento di questi fondi, che tendenzialmente venivano dispersi, per tipologia, all’interno delle raccolte bibliotecarie (manoscritti e carteggi, disegni, fotografie, periodici, opuscoli, monografie, libri antichi, carte geografiche ecc.) o quando invece, più raramente, venivano tenuti assieme, la questione riguardava la richiesta del donatore o qualche altro tipo di opportunità: insomma la questione autoriale non era ritenuta più importante di altre. Tuttavia, anche in passato alcuni di questi fondi sono stati oggetto di considerazione e studio con la pubblicazione, per esempio, di cataloghi speciali, citati nell’Annuario, che a distanza di molti anni dimostra ancora la sua validità scientifica.

C’è stato invece un periodo, direi all’inizio del nuovo secolo[6], in concomitanza con la crisi economica globale del 2008, che anche nelle ovattate biblioteche si toccarono con mano le difficoltà nelle quali si dibattevano le amministrazioni pubbliche sempre più strette dentro i lacciuoli della finanza. Per le biblioteche si aggiunse forse uno smarrimento in più, di funzioni e di interessi (i temi che avevano ‘scaldato’ una generazione di bibliotecari: l’informatizzazione, la gestione del libro antico, la conservazione, la normativa catalografica, la regionalizzazione erano passati un po’ di moda), si era alla ricerca di qualche cosa che movimentasse il dibattito quotidiano, escludendo la digitalizzazione, che aveva bisogno di cospicui finanziamenti e soprattutto di una regia nazionale (tipo Sbn) che è mancata del tutto. Probabilmente anche il semplice passaggio al nuovo secolo aveva decretato nella professione bibliotecaria, che è abituata a ragionare per scansioni temporali: gli incunaboli, le cinquecentine, le seicentine, e così via, la giusta convinzione che per la tipografia e l’editoria si era aperto un nuovo mondo e che era arrivato il momento di storicizzare la produzione bibliografica novecentesca. Sarebbe utile avviare un’indagine di ampio respiro sulla psicologia bibliotecaria[7] per vedere se effettivamente le cose andarono in questo modo, ma il risultato (lo posso dire da testimone) è che da un certo punto in poi, e la corsa non si è ancora conclusa, le ‘biblioteche d’autore’ finirono al centro di molti interessi. Alcuni furono interessi bassi, e cioè la veloce liberazione di appartamenti occupati da carte e libri, altri furono mediati da librai o da eredi avveduti. Solo in pochi casi, o dovuti all’antichità del personaggio (ricordo, per esempio, l’acquisto della biblioteca del filosofo Carlo Michelstaedter da parte della Biblioteca statale isontina e di altre frammentarie biblioteche da parte della Biblioteca nazionale di Roma per allestire Spazi900) o alla eccezionale qualità del materiale librario, queste biblioteche d’autore furono vendute, nella maggioranza dei casi si è trattato di donazioni, più o meno con vincoli. Donazioni che, se hanno avvantaggiato la biblioteca ricevente (ma non è sempre stato vero), hanno però sguarnito il mercato di fondi librari che avrebbero potuto trovare altri pubblici, in Italia e all’estero, e hanno fatto passare l’idea che la biblioteca è un organismo semplice, una sorta di ‘imbuto culturale’, nel quale tutto è ammesso.

La specialità di questi fondi, a differenza di quando avveniva nel passato, non si limita alla numerosa presenza di libri, ma consiste soprattutto nella acquisizione degli archivi e in qualche caso degli arredi più significativi (come è stato il caso della Sala Calvino nella Biblioteca nazionale di Roma). Anche la biblioteca cosiddetta d’autore dovrebbe essere però limitata a quei volumi veramente importanti per il possessore, che recano contributi dei suoi interessi, escludendo dalla acquisizione i volumi ‘dovuti’, ‘ricevuti’, ‘d’obbligo’, alcuni dei quali probabilmente l’autore non si è mai degnato di sfogliare. È un compito molto delicato, quello del discernimento dei volumi, che può essere semplificato, stilando un elenco di massima per non perdere di vista le caratteristiche generali della biblioteca e per favorire la comprensione del quadro bibliografico nel quale l’autore si muoveva, sul quale elenco lavorare per far emergere il nucleo fondante di quella biblioteca; il resto del materiale può prendere altre vie anche per non ritrovarsi a gestire, insieme a volumi unici, una miriade di altri già presenti in diverse collocazioni. Con questo non sostengo l’inutilità delle biblioteche d’autore, al contrario tali biblioteche devono essere inglobate ed integrate nella biblioteca maggiore, secondo però una logica bibliografica preventivamente studiata e non secondo un accumulo continuo, devono contribuire a costruire una grande biblioteca, non a costruire tanti enti bibliotecari quasi scollegati l’uno dall’altro. Naturalmente le biblioteche che sono più indicate a ricevere le biblioteche d’autore non sono quelle di pubblica lettura o per tutti (nonostante che secondo l’Anagrafe delle biblioteche italiane siano numerose le biblioteche per tutti che conservano biblioteche d’autore), ma preferibilmente quelle unite a una istituzione di ricerca (biblioteche universitarie) e quelle di conservazione o storiche.

Altre due distinzioni vanno fatte (possessore e numero dei volumi), per comprendere meglio che cosa sia veramente una biblioteca d’autore. La prima riguarda l’autore della biblioteca: c’è molta differenza se siamo in presenza di libri letti e riletti da uno scrittore (penso ai triestini Giotti, Slataper, Saba, Svevo[8]), un filosofo oppure le migliaia di volumi raccolti da un ricercatore di mestiere (spesso docente universitario), il quale tende per sua comodità a costruirsi una biblioteca ‘autarchica’, nel senso che può sostituire quelle specialistiche. La grande biblioteca[9], 35 mila volumi, messa assieme dallo storico e politico Giuseppe Galasso (1929-2018), di recente donata all’Accademia dei Lincei, può essere definita ‘biblioteca d’autore’ oppure va considerata ‘soltanto’ un potente strumento di studio e di ricerca pari alle biblioteche istituzionali e che in qualche modo le voleva sostituire? (Aggiungo: quanto tempo ci vorrà perché quel fondo sia schedato e reso disponibile, quanto costerà alle casse dell’Accademia? quale è il tasso di sovrapposizione con le raccolte Lincee? non sarebbe stato, forse, più interessante enucleare da quel vasto mare cartaceo, che conterrà certamente molti libri ‘subiti’, i volumi ai quali Galasso era particolarmente legato fin dalla giovinezza?). Da qui si evince quanto sia deleterio, in fatto di bibliografia, ragionare solo su caratteristiche esterne e molto contingenti e che varrebbe la pena, invece di mettersi alla caccia di supposte biblioteche d’autore (una sorta di bibliomania ammantata di buoni principi), cercare di costruire nuove biblioteche con vecchi libri!

 

 

 

 

[1] L’argomento era già presente nel primo manuale di biblioteconomia: capitolo quinto dell’Advis pour dresser une bibliothèque di Gabriel Naudé (Parigi 1627).

[2] Fra gli ultimi contributi: Il privilegio della parola scritta. Gestione, conservazione e valorizzazione di carte e libri di persona, a cura di Giovanni Di Domenico e Fiammetta Sabba, Roma, Aib, 2020; Storie d’autore, storie di persone: fondi speciali tra conservazione e valorizzazione, a cura di Francesca Ghersetti, Annantonia Martorano, Elisabetta Zonca, Roma, Aib, 2020.

[3] A una prima veloce indagine, limitata a Sbn, mi pare che questa sia l’unica pubblicazione che tocchi un po’ l’argomento: Barbara Allegranti- Arianna Andrei, Un itinerario fra biblioteche d’autore. Il fondo antico e le collezioni storico-scientifiche della Biblioteca della Scuola Normale Superiore, Pisa, SNS, 2013.

[4] Fa eccezione, a Roma, la Biblioteca Vallicelliana che prende il nome dal sito nel quale insiste.

[5] In effetti la biblioteca e l’archivio di Antonio Bladini (1889-1962) sono conservati nella biblioteca comunale ‘Baldini’ di Sant’Arcangelo di Romagna.

[6] La bibliografia (1955-2019, alcune schede iniziali mi sembrano poco pertinenti), pubblicata nella sezione ‘Strumenti di lavoro’ della Commissione nazionale biblioteche speciali, rende anche visivamente quanto il tema sia stato maggiormente affrontato dal 2000 in poi, con un curioso picco proprio nel 2008.

[7] What happened in the library? Cosa è successo in biblioteca? è il titolo di un seminario internazionale organizzato nel 2018 dall’Aib e dall’Università La Sapienza di Roma, che avrebbe potuto forse rispondere al mio quesito.

[8] Sulle biblioteche dei quali Simone Volpato ed io abbiamo pubblicato dei saggi.

[9] Dalle notizie giornalistiche sembra che la donazione abbia riguardato solo la biblioteca e non l’archivio, che data l’intensa attività politica di Galasso avrebbe comunque avuto un interesse particolare. In assenza dell’archivio è possibile parlare ancora di ‘biblioteca d’autore’? Anche la biblioteca di Alberto Arbasino donata al Gabinetto Vieusseux consta di un numero altissimo di volumi (quando sarà completata la catalogazione?), ma forse ci racconta di più della sua cultura il piccolo fondo acquistato dalla Libreria Lithos di Roma, cfr. Marco Menato, La biblioteca di Arbasino, la Soprintendenza archivistica e l’AMA, “Rossocorpolingua”, 2023, n. 1, supplemento, p. 60-90, open access.