p. 111-116 > Marco Ferreri

Marco Ferreri

 

Anna Lapenna Malerba

 

 

Marco Ferreri era stato protagonista – nella parte del prepotente e vanesio Principe del Castello di Torrechiara - alla lavorazione di Donne e soldati il film scritto da Malerba e da lui co-diretto - insieme con l’amico Antonio Marchi. Fu questa per Gigi la sua unica e sola regia.

Un film strano e molto bello che fu citatissimo ed ebbe moltissima fama - ma che nessuno - o quasi nessuno - ha visto.

Erano giovanissimi, poco più che ventenni - questo è davvero sorprendente – i partecipanti a questa avventura – come in un nòcciolo che racchiudesse grandi sementi destinate poi a germogliare e crescere – li ritroveremo famosi - tutti questi appassionati ragazzi - ma caso strano - non per l’arte in quel film esercitata. Nei titoli di testa ecco Marco Ferreri che fa l’attore e diventerà come tutti sappiamo famoso - ma come regista. Luigi Malerba che fa il regista, ma che raggiungerà il successo - come scrittore. Gaia Servadio bellissima simpaticissima che fa l’attrice – e diventò famosa – e va bene famosa e basta. Gianni Di Venanzo ecco lui sì mantenne il suo ruolo - e raggiunse il successo - come direttore della fotografia.

Solo Antonio Marchi, lui solo dopo questa esperienza - inspiegabilmente abbandonò il cinema - con dispiacere di Gigi - che aveva per lui oltre che antica amicizia anche grande stima e di cui sempre lodò le doti di autore appassionato.

- Doti, che peccato, buttate alle ortiche – diceva con amarezza.

Ma lo sappiamo strane e contorte sono le scelte degli umani.

 

Fu solo in seguito - molti anni dopo questi avvenimenti, assai precedenti al mio incontro con Malerba – che conobbi anch’io Marco Ferreri - e fu nel settembre del 1962 quando accompagnai Gigi a Madrid - dove stava preparando con lui

- Corrida! – questo il titolo delle quattro puntate sul terribile cruento sport - per la Rai TV italiana.

La Spagna di Franco fu un’esperienza difficile e complicata.

Mi raccomandò Gigi di essere molto prudente - di non fare commenti in taxi per esempio – ché gli autisti erano tutti spioni – non dovevo fidarmi di nessuno – soprattutto degli “esperti taurini” – anche se sembravano innocui. Erano tre e davvero erano o apparivano così gentili quasi amici – e poi questo titolo “esperti taurini” mi sembrava risibile, non mi facevano per niente paura. Invece, macché. Uno di loro – ma quale? o forse tutti e tre erano spie – e riferirono infatti e bloccarono e non permisero di esportare alcune parti di materiale da loro scelto.

Eh già. Anche parlando di Corrida si poteva incorrere in politici pericoli gravi.

Gigi e Marco volevano Joselito – José Gomez Ortega il suo nome anagrafico - detto Joselito o anche Gallito.

Lo volevano perché aveva fama di grande torero, il più grande anzi – quasi una leggenda - e di questo avevano avuto conferma da uno studioso della Storia della Corrida - un vero e affidabile esperto questo - ma poiché inviso a Franco e controllatissimo – da non citare mai mi fu raccomandato - per non mettere lui e non incorrere noi, in pericolose e mortali rappresaglie – e tanto mi spaventarono che il suo nome nemmeno ricordo né l’ho segnato da nessunissima parte. E certo non poteva apparire come loro consulente. Fu così un incontro segreto il loro - nemmeno io fui ammessa.

Ma soprattutto volevano Joselito - perché era il simbolo dell’antifranchismo.

Poiché il grande mitico torero non poteva però essere arrestato imprigionato o ucciso come la Polizia di Franco avrebbe voluto – perché aveva già trovato la morte da quasi quarant’anni, il 16 maggio del 1920 nell’Arena di Talavera de la Reina - all’età di 25 anni, per una cornata al ventre del toro Bailador - né potevano in verità troppo contrastare l’ammirazione del popolo per la sua fama grandissima - quasi divina – era pur sempre una gloria spagnola - potevano però secretare e nascondere il materiale che lo riguardava - e proibire ufficialmente e pubblicamente di ricordarlo e parlarne.

Il materiale di Joselito per questo era introvabile – solo dietro richiesta insistente e ripetuta - privatamente e segretamente - Gigi e Marco lo riuscirono a vedere. Mai ottennero però l’autorizzazione all’espatrio né alla riproduzione e utilizzazione.

Di Manolete invece bisognava parlare Manolete si doveva lodare e ammirare. Manolete era il torero preferito l’eroe amato da Franco.

Ebbene il materiale di Joselito lo portammo fuori dalla Spagna segretamente senza autorizzazione - nascosto sulle nostre persone. Pazzi ragazzi eravamo.

E di Joselito si parlò nel documentario di Marco e Gigi sulla Corrida con grande ammirazione - mentre si criticò assaissimo lo stile di Manolete.

“Sgradito” ufficialmente - di Gigi l’ingresso in Spagna - quanto a me, quando un anno dopo, solo per sapere, non perché avessi davvero intenzione di arrischiarmi a partire, chiesi il visto - senza spiegazione alcuna mi fu negato.

Qualche anno dopo – Seitz Barral – l’editore madrileno di Gigi - ricevette dalla Censura di Franco questo documento – di cui allego qui la fotocopia - con il quale si negava la pubblicazione de La serpiente - che era appena uscito in Italia con successo – e la cui traduzione in spagnolo era già pronta per la pubblicazione.

 

 

Così né noi né i suoi libri – in lingua originale o tradotti – abbiamo avuto accesso in Spagna - fino a che non è morto Franco – nel 1975.

Marco Ferreri raggiunto il successo si trasferì in un prestigioso appartamento - un po’ troppo sontuosamente arredato - per accontentare soprattutto la sua giovane compagna francese – dentro Palazzo Orsini a Monte Savello. E lì - su un rigido divanello Luigi XVI ricoperto di broccato celestino – lo ricordo scomodamente seduto, mentre da un sacchetto grigio di carta, che gli aveva portato dalla rosticceria all’angolo il suo assistente - tirava fuori e rosicchiava - ora una coscia ora un’aletta di pollo arrosto - come se fosse ancora sul set.

E proprio sul set era la sua vita – sul set dava il meglio di sé e molto sorprendeva con il modo stravagante e insolito di trasmettere agli attori ciò che voleva da loro. Seduto sulla sua seggiola da regista – restava silenzioso tutto il tempo – non una parola per indicare suggerire correggere. Non assomigliava a nessun regista che avessi visto all’opera. Al contrario di Fellini per esempio - anche lui unico e particolare – che mostrava e gridava e addirittura recitava con i suoi attori – perché capissero cosa intendeva - cosa si aspettava da loro. Non dico quindi così - ma almeno spiegare? Macché. Marco sembrava assente.

Eppure i suoi attori erano fantastici – va bene Ugo Tognazzi e Marcello Mastroianni per citarne due - lo sappiamo sono bravissimi di suo - ma quel che davano nell’interpretazione dei suoi film - mi pare fosse speciale, personalissimo e di grande incisività. Una magia mi è sempre parsa.

- Ma come fa chiedevo sorpresa a Gigi.

In seguito Marco dimostrò più volte il desiderio - e a Gigi direttamente e ripetutamente lo propose - di collaborare alle sceneggiature dei suoi film – per la Grande abbuffata mi ricordo soprattutto aveva tanto insistito.

Ma Gigi mai volle farlo – come non volle mai accettare gli inviti di Fellini che anche era suo amico – e di cui tra l’altro i film molto ammirava. Nemmeno quando fu Tonino Guerra, anche suo amico, con il quale ha firmato tante sceneggiature e addirittura un libro - a chiederlo

– Noi due insieme per il prossimo film di Federico, perché no? – propose Tonino

Nemmeno in questo caso Gigi accettò.

L’ingordigia di Fellini – che lo rendeva spugna nell’assorbire idee, e in qualche modo anche quella di Ferreri - Gigi la conosceva bene – e per questo se ne teneva lontano.