Scurau di Giuseppe Nibali
Lorenzo Morviducci
L’esercizio della violenza è il tema principale di Scurau, secondo libro di Giuseppe Nibali dopo Come dio su tre croci (Edizioni AE 2013). In modo molto pertinente stata definita «poesia senza pelle» (così Michele Bordoni in un’intervista all’autore pubblicata su «Atelier Poesia», online): ciò che collettivamente rimuoviamo e di conseguenza non rappresentiamo – l’“osceno” nel suo senso etimologico – viene qui “esposto” al lettore.
In questo senso, vero e proprio viatico per la lettura può essere la sequenza di tre illustrazioni ad opera di Ilaria Mai che accompagnano le sezioni (Antropocene, Predazione e l’eponima Scurau) di cui il libro si compone: osserviamo la sagoma di un uomo che siede a gambe incrociate e con le mani divaricate, quella di una lepre che spicca il salto (la preda, appunto) e infine l’ombra del Minotauro inginocchiato che compare anche in copertina. Dall’accoppiamento tra l’elemento umano (Antropocene) e l’elemento animale (Predazione) si origina un essere dalla non pacificata natura bifida, il cui aspetto ambivalente oggettivizza l’assunto fondamentale alla base della scrittura di Scurau. L’equazione, cioè, tra i rapporti di forza tra dominanti e dominati – sia esso declinato come conflitto tra classi, nella disparità di genere o in chiave ecologica (da cui il titolo della prima sezione) – e quello ferino tra predatore e preda. «Ultima voce chiama il sangue. // Campo cruento gli uomini, altro sangue per le donne: / è il giorno. Tutti sono convocati, vecchi e nuovi / viventi aspettano un gesto per sbranarsi» (p. 13): Scurau – il cui titolo siciliano vuol dire “ha fatto scuro”, “è tardi”, a intendere «un remoto presente» che è già qui (cito dalla postfazione al volume di Tommaso Di Dio, p. 63) – prende avvio con un’allucinata immagine di un’Apocalisse tutta umana, in cui la fine dei tempi non è segnata dal terribile trionfo del divino ma dalla sopraffazione tra esseri viventi.
Molteplici sono le ricadute estetiche derivanti dall’adozione di una tale prospettiva. Sul piano metrico, anzitutto, si registra l’adozione di un verso “tipografico”, spezzato quando si raggiunge la saturazione di una stringa di testo la cui lunghezza rimane grossomodo costante all’interno del singolo testo. Il fine è quello di impedire una frantumazione lirica del dettato in favore di un effetto prosastico, laddove non si adotti, come accade in numerosi testi, direttamente la prosa. Questa opzione anti-lirica non comporta, tuttavia, una pura e semplice focalizzazione sulla cronaca – sulla “prosa del mondo” – pur essendo in alcuni casi riconoscibili alcuni eventi del nostro contemporaneo (un attentato avvenuto a Londra nel 2017, il tragico arrivo di alcuni migranti siriani o l’invasione di scimmie in alcune città thailandesi all’inizio della pandemia) ma, al contrario, è strumentale a mostrare «il fondo più oscuro della nostra epoca» (ancora secondo la postfazione di Tommaso Di Dio) immergendosi nel suo linguaggio ed attuando, così, uno slittamento dal piano cronachistico a quello del simbolico. Si ha quindi una lingua composita e “al limite”, in cui si mischiano turpiloquio, termini specialistici tratti dalla medicina, dalla biologia, dall’etologia e una toponomastica tra locale e globale (i siciliani Ragalna, Simeto, Maletto accanto a Londra, Idlib e la Thailandia).
Solidale con il meccanismo dell’esposizione è poi il continuo ritornare del motivo della ripresa filmica, ormai protesi essenziale dell’umano in un’epoca in cui la violenza viene continuamente trasmessa e recepita attraverso gli schermi, producendo un paradossale effetto anestetizzante. In Scurau, il testo può essere organizzato come un vero e proprio montaggio di frames, come accade nel già citato testo di apertura: «[…] È tempo / adesso per il sesso tra gli attori, gambe nude, lividi / dai piedi fino all’ano serpi, piaghe fili lo sfondo fuori / anche case, molte, come in cerca vergognosa della luce» (p. 13). In altri casi la “visività” può esplicarsi in ekphrasis di video o fotogrammi che mostrano il placido flusso dell’informazione: è il caso dell’impassibile occhio meccanico che riprende un attentato nel centro di Londra («Un altro attentato a Londra. Un furgone, tre uomini. London Bridge, pieno centro; poi hanno continuato verso il Borough Market. Ma la macchina di dietro cattura panorama: donna con giubbotto dozzinale; uomo sul crinale a indicare l’eliporto; macello di vagina sui sedili di una jeep […]», p. 27).
Al momento negativo della violenza sembra tuttavia alternarsi quello, ambiguamente positivo, del rito, inteso come sedimentata continuità di un elemento umano. Si tratta di frammenti mitici ricollegabili al fondo “mediterraneo” del libro, spesso ripresi in una forma minima e depauperata, testimonianza comunque resistente dell’avvicendarsi di nascita e morte. In due punti di Antropocene si troverà difatti il mito della Bugonia, cioè la rinascita delle api di Aristeo dalla carcassa di un bue sacrificato raccontata da Virgilio nel IV libro delle Georgiche, la prima volta esplicitamente citato («[…] Fermo. La Bugonia. Solleva le mani dai fianchi, la mossa che / faccio col culo. Svella piano la carcassa mia dalle labbra, / la carcassa qui esplosa, il suo fegato emerso dalle piume», p. 18) per riaffiorare poco dopo in modo più implicito in un testo il cui fulcro è il pianto “rituale” di una madre per la morte del proprio («Quasi ha vergogna delle corone di mosche. Dello sciame», p. 20). Nella seconda sezione troveremo invece alcuni dettagli del mito d’Europa, la principessa di Tiro posseduta da Zeus sotto forma di toro e portata a Creta, dove divenne regina e madre di Minosse (ritorna qui implicitamente la figura del Minotauro posta in copertina). La figlia di Agenore, tuttavia, compie il percorso inverso rispetto a quello tradizionale, muovendosi da ovest ad est («Così anche Europa segue le mandrie verso est», p. 36) dal tramonto all’alba, e incarna il femminile che genera una nuova vita, per quanto dolorosa.
È forse nell’eponima sezione Scurau che si articola più nitidamente un percorso di formazione che si snoda attraverso dei veri e propri riti di passaggio, al fine di un’affermazione dei valori di una umanità “positiva”. Composta da nove testi «in una sorta di medio etneo» (secondo l’indicazione dell’autore nell’intervista sopra citata) lingua materna meno normata in quanto sottratta all’uso scritto, la sezione prende avvio con la descrizione di un altro pianto per la morte del figlio (p. 53) – forse per un delitto mafioso – in cui emerge un senso di “comunione” (in molti dialetti meridionali difatti “cristiano” e “persona” sono sinonimi (si cita direttamente dalla traduzione italiana): «[…] Quanto dura questo nostro / tempo? Il pianto / ci governa, lo spavento se diciamo: Queste sono / persone [cristiani]» (p. 53); e prosegue con la voce di una madre che si rivolge al proprio figlio nel momento in cui cala il buio, rievocando il momento del battesimo quale nuova nascita dopo un’attesa, come quella pasquale, di tre giorni: «Ha fatto buio, la senti questa oscurità che ci prende? […] Vieni qua, non piangere. Dentro la chiesa parlavano dell’inferno, / il prete si è infuocato e aveva gli occhi di fuori; per lo spavento / ti ha premuto l’olio sulla testa. Solo qui, per tre giorni, / si è illuminata la festa» (p. 54). Segue la fase dell’apprendimento: all’adeguamento, declinato secondo un capovolgimento dell’eucaristia, a una società repressiva che farebbe diventare «omini muti» («La lingua sporca di un vecchio devi immaginarti, e di affondarci / tutto dentro con i piedi. […] La merda deve / mangiare carne e ossa, deve entrare nelle vene» (p. 55) si oppone la voce materna che invita ad una piena eucarestia, nella presa di coscienza della propria subalternità sociale: «Il collo, le ossa col sale, ti devi mangiare. Questa è la nostra forza / e quella delle colombe» (p. 59: si tenga a mente che “mangiarsi le ossa col sale” è un’espressione siciliana per “essere poveri”).
Il libro esita nelle ambigue istruzioni «pi scannari n’cunigghiu» («Per scannare un coniglio», p. 61), forse il vertice del libro per la fredda descrizione dell’atto: «Ora posa il coltello, tieni / i lati e dolcemente sfila quella calza di seta. Ti rimane / nelle mani lo spavento, una melagrana senza scorza», p. 61). Con una «poesia senza pelle» conclude Scurau, lasciando il lettore, turbato come dopo un sogno, in presenza di qualcosa di impalpabile e che pure c’è. «T’arresta / ntei manu u scantu»: uno spavento che attesta, come quello onirico, che qualcosa si è mosso per la sua elaborazione.
Giuseppe Nibali, Scurau, Arcipelago Itaca, Osimo (AN), 2021, pp. 76.