Su R[h]ethorica novissima di Gualberto Alvino, Roma, prefazione di Francesco Muzzioli, Il ramo e la foglia edizioni, 2021.
Giuseppe Manfredi
Il linguaggio, pur essendo evidentemente condizione necessaria e indispensabile al prodursi di una proposizione, può anche essere sovrastrutturale rispetto alla proposizione che produce. Scheletro (struttura interna, sostegno) e, al contempo, esoscheletro (forma esterna, sembianza). Come? Facendo apparire indispensabile ciò che dovrebbe risultare superfluo, e dunque insinuando nell’indagine, mettiamo di un testo poetico, una crisi retrospettiva e speculare che farà apparire il superfluo come indispensabile. Ossia, la forma come struttura. Cosa ne consegue? Il ludus. Lo scherzo. Il senso del gioco. Lo stesso per cui, probabilmente, l’essere umano può ritenersi, secondo Heidegger, gettato qui senza che ve ne fosse alcuna necessità. Ma, poiché siamo, dobbiamo essere. Ci tocca. E per questo siamo. Per questo, ciò che è, è come è; e, nella massima parte dei casi senza saperlo, si diverte ad esserlo. Anche al culmine dell’angoscia, che è parte di una cosa “gettata”, si diverte (lo ripeto) ad esserlo. Insomma, a mio avviso già il fatto umano in se stesso è di per sé giocoso, motivo per cui ipotizzo che l’ironia sia l’istanza che svergina il nulla. Ognuno di noi, in ragione di ciò, potrebbe definirsi a buon diritto una spiritosaggine ontologica. “Non servivo, ma ci sono!”, una boutade. E via!
Meraviglioso, dunque, il gesto creativo che va a compiersi colmo di questa sottaciuta consapevolezza. Tutto è per poco. Tutto è nel mai di prima, e nel per sempre di dopo. Noi, banditi dal tutto, siamo intanto. Siamo durante. Solo chi è furbo o chi è poeta sa cosa farsene di questo durante: giocarci. Usarlo per spassarsela. Seriamente? Ma certo! Anzi, più che seriamente: severamente. Ogni gioco esibito, sicché non seriamente giocato, è semplice isteria.
Com’è serioso questo titolo, ad esempio: Rethorica novissima. Eppure, guarda caso, proprio perché serioso è impertinente. Questa ‘h’ ballerina, che non sta dove dovrebbe: una microeresia. C’è chi se ne accorge e chi no. La beffa vale per chiunque. La defezione avviene rispetto alla Rhetorica antiqua di Boncompagno da Signa, vissuto tra il Due e il Trecento. Nel titolo principe l’h segue la erre. Qui, la t, quasi a suggerire una sonorità anglofona. Un refuso programmato. E vieppiù sfizioso nella sua ragione occulta se pensiamo che il Boncompagno, per il suo largheggiare in saporite sguaiataggini e mordacità, fu definito da Salimbene «maximus truffator». Ma il vero inganno di Alvino è nella ripresa di un altro titolo, sempre del Boncompagno, sonoramente identico al suo: Rhetorica novissima. Impossibile far sentire, nella messa in voce, dove si trovi l’h, che è muta. In questa minima dislocazione, totalmente inaudibile ma non invisibile, si dà la scissione di due mondi, di due scritture, di due epoche.
In più, il medioevalismo del sostantivo Rethorica, aggiornato dalla diversità di cui abbiamo detto, si coniuga a un aggettivo, novissima, portato al superlativo con abolizione del dittongo alla prima sillaba, che emancipandosi dal Boncompagno mercé il consenso di quell’h situata da un’altra parte, conduce il remoto, se non nel presente, nel recente ricordandoci chi? I Novissimi del gruppo 63.
Magie. Magia. Un enigma a tutti gli effetti. Sberleffo, ma inoffensivo. Se c’è chi la soluzione non sa trovarla da solo, qual è il problema? Si arrenda e se la faccia dire. Gli enigmi non sono come la barzellette, che se spiegate disinnescano la risata: intrigano comunque. Insomma, di cosa stiamo parlando? Di un linguaggio criptato? Perché no? Cosa che l’ironia è sempre, sia per chi è votato a capirla e per chi no. E adesso, apriamo il libro.
Qui il linguaggio si fa materia. Pressoché tattile. O che ambisce smodatamente a farsi tattile. Tanto che quasi ci riesce. Odora, punge, graffia. Materia! Come altrimenti definirla? Materia traslocata. Da dove non si sa, a dove sta. Forse da un intermundo epicureo a noi. Da una realtà parallela a questa, che a sua volta, va da sé, è parallela a quella e non perciò prioritaria rispetto alla sua corrispettiva, ma che perlomeno coincide con la realtà in cui siamo. Mettiamola così: il linguaggio contenuto nello scrigno del testo tramuta una realtà (che pur non disparendo rimane disfatta da qualche altra parte) nel suo perfetto analogo, ovvero nel suo pronunciamento, tanto che siffatto pronunciamento non la conferma, bensì la conforma sulla pagina, su questa pagina, in un linguaggio che non motteggia mai. Un linguaggio che non cerca espressamente guizzi nel suo essere tutto una cresta, tutto una sommità. Dirò meglio, o più chiaro: un linguaggio che non intende mai far prediligere una sua parte a un’altra, come invece accade quando di una poesia consueta (anche se alta, non è questo il punto), si dice: “Ma quel bel verso!”.
Certo, anche qui potremmo operare delle distinzioni, ma giusto per inclinazione nostra a fare i cani da tartufo, non dello scritto. Il mare non intende produrre un’onda “più bella” di un’altra. In questo il mare è indifferente, così come lo sono i brani del nostro libro rispetto a se stesse: indifferenti a ciò che se ne può dire. O, perché no, capire.
Ora, dal corpus totale al particolare. Io davvero non so dove comincino le poesie di Gualberto Alvino. Come abbiano inizio. Quando. Dove. Ne affrontiamo una, e ci troviamo sempre in medias res. Sembra quasi che a un dato momento — ma così: per moto spontaneo — una voce si metta a dire. No, anzi! che un orecchio si faccia aguzzo e si metta ad ascoltare. Tanto, qualcosa trova: quella voce già stava parlando. E insiste, continua a farlo. Continua ad esserci. Anche a scrittura apparentemente finita. O interrotta. Ma pure a libro richiuso. In Mal di testo il fatto che il componimento accenni a informarci tramite il suo primo verso di avere principio esattamente lì, al suo primo verso, è cosa addirittura da sottolineare come un dato prossimo all’eccezione:
in questa prima fase consacrata
a memoria e suoi cedimenti
il presente avviso intende riferire
che il desiderio sia metonimia del mancato essere […]
Va da sé che anche in questo caso la lettera incipitaria i di in è messa in minuscolo. Ovvio: tutto prosegue da una fonte inattingibile procedendo verso un delta irraggiungibile. Chissà presso quale ormai perduta scaturigine ha o ha avuto luogo la prima e unica maiuscola del Big bang da cui è sgorgata la frase infinita del ramificato discorso percepito nel suo stupefacente insieme, e che sino a noi giunge e che oltre di noi va! Ebbene, nel tempo in cui il discorso procede da e prosegue verso, non dura, ma è.
In questa Rethorica novissima abbiamo serbata una parte del suo transito. “In qualsiasi libro, dunque?” mi si potrebbe obiettare interrogandomi così! Domanda trascendentale a cui non si può rispondere. Io perlomeno non posso.
Di certo, qui, il transito è consapevole di essere ciò che è. E racconta il proprio narrare. Nella più sopraffina capacità di governo che la parola può avere su se stessa: guardandosi, e sentendosi dire.