Una nota di lettura su Rethorica novissima di Gualberto Alvino, prefazione di Francesco Muzzioli, Roma, Il ramo e la foglia Edizioni, 2021.
Claudio Giovanardi
«La questione non si pone: la poesia è naturaliter nociva e antagonista. È sintatticamente lessicalmente semanticamente eslege e scandalosa o non è, come non è il soporifero neocrepuscolarismo e antinovecentismo che ci assedia: imperversano — e vengono inesplicabilmente osannate — armate di epigoni corazziniani sabiani penniani caproniani che la trasformano in sfogo, diario intimo, luogo del creaturale, del contemplativo, del patetico, del ‘semplice’ (ossia del futile), del pacificato e del pacificante. Poesia non è stupore iniziale, confessione o specchio di lacerazione esistenziale, ma trauma e trasfigurazione; non squadernamento di contenuti-significati, ma scavo nella lingua e nella carne» (G. Alvino, Inediti, in La poesia fa male = «Il Verri», 72, 2020, p. 125).
In questa dichiarazione di (non) poetica c’è tutto Gualberto Alvino critico e poeta, e c’è tutta la sua ultima raccolta di versi, Rethorica novissima. Siamo davanti al panta rei eracliteo, al flusso continuo di un qualcosa che è prima e che sarà dopo: lacerti di una materia panica che si oppone a qualsiasi inquadratura di taglio logico-razionale; in tal senso è significativa la scelta della minuscola d’avvio di ciascun testo e della conclusione non affidata ad alcun indicatore specifico, se non il cambio di pagina. Dentro il magma di versi bisogna immergersi come un fedele indiano nel Gange: nessun confine linguistico, nessun confine contenutistico, nessun confine testuale (ché la fine di una poesia potrebbe senza nocumento alcuno rappresentarne l’avvio). Alvino mette in opera una sorta di grammelot del linguaggio poetico: lo destruttura, lo sfascia, lo riduce a tritume, salvo poi riservargli ogni tanto una carezza compassionevole; quella stessa carezza che il lettore pare implorare quando spera che il verso seguente sia in qualche modo imparentato col precedente, che vi sia un legame riconoscibile, che vi sia una pausa nella sequenza di versi orfani cui l’autore implacabilmente lo costringe. Ma i versi sono tessere di un mosaico montate secondo una logica goduriosamente misteriosa.
Il dato che di certo attrae e colpisce a prima vista in Rethorica novissima è certamente la presenza del pastiche, del mescolamento di lingue e (si badi bene) di registri diversi. Nella poesia Mon triste coeur, ad esempio, s’intrecciano l’italiano antico, il latino e lo spagnolo, così come nel poemetto Humanitas troviamo una lunga digressione sulle parti del corpo umano scritta in un impeccabile latino scientifico che pare venir fuori dai libroni di scienza medievale. Ma oltre a questo plurilinguismo verticale, è molto interessante il pluristilismo messo in campo dall’autore. Penso a un incipit di stampo colloquiale come be’ no la faccenda è diversa, o agli affioramenti di italiano popolare nella poesia Italiano martini-pop: stendemo (recte: stendemmo) le maglie al sole accominciarono a caminare che parevano tutti bersallieri.
Viene però da chiedersi: qual è il senso di questo incontro-scontro di lingue e di registri nella raccolta? A mio avviso siamo molto lontani dalla finalità espressiva e oppositiva che è tradizionalmente propria del pastiche: da Folengo in avanti il “fasto” delle lingue ha avuto il compito di forzare e ampliare i confini espressivi imposti dalla lingua dominante: il toscano prima, l’italiano poi; una vera e propria rivoluzione dal basso che ha avuto esempi illustri sino ai giorni nostri (basti appena ricordare Gadda e Fo, ma anche, sia pure con diverse suggestioni, certe esperienze della neoavanguardia da Pagliarani a Sanguineti). Il plurilinguismo di Alvino, però, muove da tutt’altro presupposto: le lingue sono di fatto intercambiabili perché nessuna significa (ovvero trasmette significati); si tratta di una sorta di disperazione semantica e comunicativa, che avvolge nel medesimo abbraccio mortale tutte le parole comunque le si voglia disporre. Se dovessi richiamare un precedente che in qualche misura ricorda l’opera di Alvino, mi rifarei al nome di Carmelo Bene. L’impossibilità (o meglio: la non volontà) di significare si coglie assai bene nei frequenti fulmina in clausula, ovvero nella tecnica di spiazzamento che l’autore affida al verso finale, lasciato interrotto, come un dipinto non finito (ad esempio: este trabajo tiene como objeto de estudio la).
Ma, dunque, cos’è che fa dei righi tracciati da Alvino sulla carta un qualcosa che si tramuta in sequenze di versi? Risponderò al quesito scomodando nientemeno che Pietro Bembo, il quale nel II libro delle Prose della volgar lingua riflette su quali debbano essere i caratteri richiesti all’espressione letteraria, in particolare poetica, e conclude che i tre istituti che non possono mancare sono il suono, il numero (ovvero: il ritmo) e la variazione (variatio delectat!). Ebbene queste tre componenti sono tutte presenti ad altissima concentrazione nelle poesie del nostro. La sonorità si percepisce persino alla lettura silenziosa; la variazione traspare da ciò che ho detto sopra a proposito del plurilinguismo e del pluristilismo. Il ritmo invero è particolarissimo: i versi di Alvino hanno spesso l’andamento dell’onda marina: alla fine del primo emistichio l’onda raggiunge la cresta, mentre nel secondo defluisce fino a perdersi nella battigia. Un solo esempio: una volta vidi un fascicolo offrirne un altro più tenue: il quadrisillabo sdrucciolo sancisce il movimento ascendente del verso, mentre il successivo trisillabo piano ne accelera la dissoluzione.
Concludo la mia nota riportando i versi, tratti dalla poesia Sdvig, in cui l’autore esprime il suo credo poetico: venendo a bomba poesia è uno condizione due / rendere alla cosa il suo nome segreto tre / depistare quattro spezzare la lingua spazzarla / farne un’altra con ciò s’intenda tono / timbro sguardo facci un pensierino. Detto della perfetta struttura a cornice di questi versi, aperti e chiusi da due frasi fatte, e richiamata l’attenzione sulla terna tono timbro sguardo, che rinvia a un intento (mai nascosto del resto) di lettura ad alta voce, in cui perfino lo sguardo si fa vettore di poesia, voi vi fidereste delle enunciazioni di principio di Gualberto Alvino? Io men che un ette.