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Poesie di Martha Ronk

di prossima pubblicazione in Nuova Poesia Americana: Los Angeles e il Far West (Aragno)

Traduzione di Tiziana Serafini


What did it matter where you lay once you were dead? In a dirty sump or in a marble
tower on top of a high hill? You were dead, you were sleeping the big sleep, you were

not bothered by things like that.

Raymond Chandler


Che importava dove giacevi una volta morto? Se in una lurida fogna o in una torre di marmo sulla sommità di un’alta collina? Eri morto, dormivi il grande sonno,
e certe cose non ti toccavano più.



The Big Sleep #1


Marlowe gets up and walks around the orchids and mops his brow,

his underarms are damp.

Chandler inserts obvious metaphors, they unseat the scene.

A few locks of dry white hair clung to his scalp, like wild flowers fighting for life
on a bare rock.

Having nothing to do with the case.

Faces erased into objects wearing creased trousers and pencil skirts.

You can’t think in a poem or case like that.

If orchids have the fleshy skin of old men what can you do,

but fill in the blanks or take the bottle of rye out of your back pocket.

I can see it as if in a photograph, arranged to droop or take on a sheen

as if it’d been around awhile. Arranged the operative word.


Il Grande Sonno n. 1


Marlowe si alza e cammina intorno alle orchidee asciugandosi la fronte,

le ascelle bagnate.

Chandler inserisce metafore ovvie, sono spiazzanti.

Qualche ciocca bianca e sfibrata gli si aggrappava al cuoio capelluto, come fiori selvatici in lotta per la vita sulla nuda roccia.

Niente a che vedere con questo caso.

Facce cancellate in oggetti che portano pantaloni con la piega e gonne a tubino.

Non si può pensare in una poesia o in un caso del genere.

Se le orchidee hanno la pelle carnosa dei vecchi che ci puoi fare,

se non riempire i vuoti o estrarre la bottiglia di rye dalla tasca posteriore.

Vedo il tutto come in una fotografia, sistemato in modo da afflosciarsi o sbrilluccicare

come fosse stato in circolazione per un bel po’. Parola operativa: sistemato.




The big sleep #2


The blue carpet darkened a shade or two and the walls drew back
into remoteness. The chairs filled with shadowy loungers.

In the corners were memories like cobwebs.


Expanse of blue carpet scuffed up a dusty whiff of it

from the still air of the street to the still air of a complex

where anyone’s been before,

the entryway to a hunch.


Architecture’s the map of mystery, the uncertainty of an elevator,

its momentary glitch. Somewhere beyond the door is somewhere

to get to.

Stalled, the first paragraph of a chapter

describes the foyer, the furniture and some insufferable emptiness –

the weight of the unplotted,

the material stuff of ironic surprise.


Inside, in the square barren lobby, a man put a green evening paper down

beside a potted palm and flicked a cigarette butt into the tub the palm grew in.


The startle not of blackmail, but of the green evening news. Since when.

Another mystery, another time.


Murder’s in the details.


Il grande sonno n. 2

La moquette blu si scurì di un paio di tonalità e le pareti svanirono
in lontananza. Le sedie si riempirono di fannulloni avvolti nell’ombra.

Negli angoli i ricordi sospesi come ragnatele.


Una distesa di moquette blu ha sollevato una nuvola di polvere

dall’aria immobile della strada all’aria immobile di un complesso

dove sono stati già tutti,

l’ingresso ad un presentimento.


L’architettura è la mappa del mistero, l’incertezza di un ascensore,

il suo guasto momentaneo. In qualche luogo oltre la porta c’è qualche luogo da


                                                           In stallo, il primo paragrafo di un capitolo

descrive l’ingresso, il mobilio e un certo vuoto insopportabile –

il peso del non organizzato in trama,


                                                           la sostanza materiale della sorpresa ironica.

All’interno, nella hall quadrata e nuda, un uomo posò un giornale verde della sera accanto a una palma in vaso e con uno schiocco delle dita gettò la cicca di sigaretta dentro al vaso in cui era cresciuta la palma.


Lo spavento non per il ricatto, ma per le notizie del giornale verde della sera. Ma da quando.

Un altro mistero, un’altra volta.


L’omicidio è nei dettagli.



The big sleep #3


This was another day and the sun was shining again.


No wonder we’re cooped inside – Santa Ana’s in the driver’s seat, 

down the dingy side streets empty of shadows to slide into.


Later, as if on the lam, zigzagging from tree top shade to tree top shade

sidestepping the direct glare can’t help a mirrored return to:


eyes as windows to the soul, so the guy said, tracking her disappearing heels.


For him too a couple of Scotches. For him too, useless swallows.

The need for a weather-shift to settle settlements.

Like cement-shoes one’s innards.

General Sternwood formed by an econonomical smile, a wooden gaze.


It’s said identification with character is jejune, but who’s it then looking back

from a mirror over the bathroom sink, rubbing a chin.

There was no sensation in my head. The bright glare got brighter.

There was nothing but hard aching white light. Multiple reflections.



Il grande sonno n. 3


Era un altro giorno ed era tornato il sole.

Per forza stiamo rintanati in casa – i venti di Santa Ana spadroneggiano,

giù per traverse squallide senza ombre in cui infilarsi.


Dopo, come in fuga, a zig zag dalla cima ombrosa di un albero a quella di un altro albero

schivando il bagliore negli occhi non si può evitare un ritorno di riflesso a:


occhi finestre dell’anima, così disse quel tipo, seguendo con lo sguardo i tacchi di lei che scomparivano.


Anche per lui un paio di scotch. Anche per lui, sorsi inutili.

Bisogna che il tempo cambi per sistemare quel che c’è da sistemare.

Le budella a mo’ di scarpe piantate nel cemento.

Il generale Sternwood formato da un sorriso avaro, da uno sguardo di cera.


Si dice che l’identificazione col personaggio sia infantile, ma allora chi è che ti guarda

dallo specchio sopra il lavabo, sfregandosi il mento.

Non sentivo nulla in testa. Il bagliore intenso si fece ancora più intenso.

Non c’era che una luce bianca e dura da far male. Molteplici riflessi.

La barba lunga.




The big sleep #4


Description’s never the point given the gun to come. Can’t hold up its end

of the bargain. Still, it’s perpetuity, not causality that counts, holds up

after plots are long gone.

Sticks around after Silver-Wig's

never seen again, her kisses followed by, You son of a bitch.

The name’s still La Brea, the eucalyptus still fringes the rutted road and

the dust

layers our overbuilt and guilty pleasures.

Parking lots turn over in their graves.

Night comes down as hard.

And the moon holds us in its grip, makes the windows what they are

when it’s dark and we all go there.

We take in its bright shape as he offers it up, fitted to the ruinous city

we know

and mind somewhat less that nothing so far has happened.


Il grande sonno n. 4

Quando sta per apparire una pistola, la descrizione va a farsi benedire. Non ce la fa a stare

ai patti. Eppure è l’eternità, non la causalità, che conta, e che rimane

dopo che le trame sono da tempo dimenticate.

                                               Rimane dopo che Parrucca d’Argento

scompare dalla circolazione, i suoi baci seguiti da un Che figlio di puttana.


Si chiama ancora La Brea, l’eucalipto è ancora al margine della strada dissestata e

            la polvere

si stratifica sui nostri piaceri sovradimensionati e peccaminosi.


I parcheggi si rigirano nella tomba.

La notte scende dura.

E la luna ci tiene nella sua morsa, le finestre è lei che le rende tali

quando è buio e ci andiamo dentro.


Ci godiamo la sua forma luminosa quando ce la offre, fatta su misura per la città rovinosa

a noi nota

e non ce la prendiamo più di tanto se fino ad adesso niente è successo.




The big sleep #5

A moon half gone from the full glowed through a ring of mist among the high branches of the eucalyptus trees on Laverne Terrace. A radio sounded loudly from a house low down the hill. The boy swung the car over to the box hedge in front of Geiger’s house, killed the motor and sat looking straight before him with both hands on the wheel.


Seeing the introductory paragraphs more clearly I walk the streets,

their clothes a blur of suits and wing tips, never did I see anyone so natty

so baggy and shined, almost familiar from a distance

as the fog of orientation overtakes, and bored besides rolls the window,

rolls a joint, only once between finger and thumb,

though it could’ve been a mimicking gesture as the ultimate of panache,

but it’s the lost time I’m speaking of, the ways the past overlaps

and explains any number of movies in black and white

or when the familiar stroll takes you past a tiny dog attached to a woman

in shorts and wrist weights and you know you’re back somewhere

with a moon and mist, the name of the street as sweet as she was,

as when a book opens and the description’s as delicious as the plot


Il grande sonno n. 5

Una luna per metà non più piena brillava attraverso un alone di foschia tra le alte fronde degli eucalipti a Laverne Terrace. Da una casa ai piedi della collina si udiva una radio a tutto volume. Il ragazzo si accostò con la macchina alla siepe di bosso di fronte alla casa di Geiger, spense il motore e rimase seduto con lo sguardo fisso davanti a sé, le mani sul volante.


Con i paragrafi introduttivi più chiari in mente, cammino per le strade,

i loro vestiti una visione sfocata di completi e scarpe Brogue, mai visto nessuno così elegante

con abiti così comodi e tutto tirato a lucido, quasi familiare da lontano

ora che prevale la nebbia dell’orientamento, e oltretutto annoiato abbassa il finestrino,

si arrotola una canna, solo un movimento tra dito e pollice,

forse solo l’accenno di un gesto come massimo della ricercatezza,

ma è del tempo perduto che sto parlando, dei modi in cui il passato si sovrappone a

un gran numero di film in bianco e nero e li spiega

o di quando la tua solita passeggiata ti fa passare oltre un cagnolino legato ad una donna

con i pantaloncini e i pesi ai polsi e sai che sei ritornato ad un qualche luogo

con una luna e una foschia, il nome della strada dolce come era lei,

come quando comincia un libro e la descrizione è squisita quanto la trama




The Lady in the Lake

This is the ultimate end of the fog belt, and the beginning of that semi-desert region where the sun is as light and dry as old sherry in the morning, as hot as a blast furnace at noon, and drops like an angry brick at nightfall.
(south of San Dimas down into Pomona)


Heat and its offspring, bright little dots before fainting,

mini-blasts of the furnace-like sun,


the world born in paragraphs before the next crime, before he saunters,

takes off a coat slowly, deliberately

as pages turn slowly


as causality               one’s fingers complicit, the feel of pulp paper


dipping in and getting off scot free without having rumpled the bedsheets,


while beleaguered Marlowe drives in town and out, up elevators and down

scuffling, filling the tank, sleuthing the missing wives

whose mistaken identities fool everyone for a time


one in a red dress, one slinky without ever zipping a zip (those days when

you had to have a man to do it) one at the bottom of the lake


while our hero, slugged from behind, is out cold...

someday it will all come back to you and you won’t like it


while we, voyeurs following from a reader’s perch,

like the others not quite right in the head,

suffer but minor headaches, erratic sleep, short snorts.


La signora nel lago

Questa è la punta estrema della cintura di nebbia e l’inizio di quella regione semi-desertica in cui il sole è leggero e secco come un vecchio sherry di mattina, bollente come un altoforno a mezzogiorno, e cala come un mattone furioso all’imbrunire.
(a sud di San Dimas direzione Pomona)


Il calore e la sua progenie, puntini luminosi prima di svanire,

mini-esplosioni del sole-fornace,


 il mondo venuto alla luce in paragrafi prima del prossimo crimine, prima che lui si faccia un giro,


che si tolga il cappotto lentamente, deliberatamente

come le pagine girano lentamente


come la causalità                dita complici, la sensazione di un giornale scandalistico

penetrando e venendo impunemente senza aver sgualcito le lenzuola,


mentre Marlowe assillato guida dentro e fuori città, su e giù per ascensori

                                   menando le mani, facendo il pieno, pedinando mogli scomparse

                                   la cui erronea identità ha ingannato tutti per un po’


una con un vestito rosso, una con uno attillato senza nemmeno chiudere una lampo (ah quei giorni quando

ci voleva un uomo per farlo), una sul fondo del lago


mentre il nostro eroe, colpito alle spalle, è privo di sensi…

            un giorno ti ritornerà tutto in mente e non ti piacerà


mentre noi, voyeur che seguiamo da un trespolo di lettori,

                                   e come gli altri non tanto sani di mente,

                                   soffriamo solo di leggeri mal di testa, sonno irregolare, brevi sbuffi.


Martha Ronk  poetessa americana contemporanea