p. 59-62 > Oltrelontano. Poesia come (terzo) paesaggio

N.d.R: Contributo del primo seminario su “L’economia della poesia” organizzato dalla Biblioteca Elio Pagliarani, tenutosi il 28 ottobre 2021 presso la Casa dello scrittore a Roma

 

Oltrelontano. Poesia come (terzo) paesaggio

Laura Pugno

 

     Tre anni fa, o forse quattro, alle ultime pagine del mio primo saggio, In territorio selvaggio (Nottetempo 2018), aggiungevo un appunto.  (Un altro appunto, anzi, perché tutto In territorio selvaggio è un quaderno di appunti.) Una nota su poesia e Terzo paesaggio? Così, col punto interrogativo. 

     Quelle ultime pagine erano in realtà, le prime ad essere state scritte. Una via non ancora battuta, il paesaggio – appena intravisto da un treno.

     Scrivevo:
“Quella che segue, e che si svilupperà in queste poche pagine, è un’analogia tra il concetto di Terzo paesaggio dello studioso e paesaggista francese Gilles Clément e la situazione della poesia oggi in Italia, e altrove. Un’analogia, un’intuizione, non una tesi sistemica, come, mi sembra, pur non essendo un’esperta del campo, la stessa idea di Terzo paesaggio è. 

     Per Clément, nel suo Manifesto, “il Terzo paesaggio è costituito dall’insieme dei luoghi abbandonati dall’uomo. Questi margini raccolgono una diversità biologica che non è a tutt’oggi rubricata come ricchezza.” 

     Un insieme che non appartiene “né al territorio dell’ombra né a quello della luce”, spesso privo anche di nome, che copre allo stesso tempo superfici modeste, recessi dispersi e grandi spazi. Privo anche di coerenza e somiglianza di forma al suo interno, rifugio senza protezione e sorveglianza della diversità, scacciata da qualsiasi altrove. Tutto ciò che non è messo a sistema, spazio indeciso, margine incolto, o luogo prima sfruttato e poi abbandonato, se per Clément residuo e incolto sono sinonimi. 

     Spazio in cui, almeno in teoria, nella biosfera cui apparteniamo – la Terra contemplata dagli astronauti, il Giardino planetario del paesaggista-giardiniere, la casa in fiamme da cui non possiamo fuggire – “la diversità non è finita”, né nel tempo né nello spazio. 

     Rifugio, tana, difesa – passivo, il Terzo Paesaggio? – e allo stesso tempo attivo: riserva, serbatoio di nuove potenzialità, casa dell’imperfezione, casa dei dèmoni, inconscio dell’ordinato, del costruito. Anche, forse, per Clément, “spazio comune del futuro”.

     E sempre per Clément, “Terzo paesaggio rimanda a Terzo stato (non a Terzo mondo). Spazio che non esprime né potere, né sottomissione al potere.”

     Scrivevo queste cose, e mi chiedevo, può questo oggi aiutarci a pensare la poesia? Che potere non ha, che cerca/non cerca sottomissione al potere? 

     Può quest’analogia, bella e terribile come tutto ciò in cui intuiamo qualcosa di vero, farci pensare nel modo in cui ci fanno pensare le immagini?

     Nei due anni successivi, intorno a questa domanda, può questo aiutarci a pensare la poesia? poiché non avevo risposte, ho continuato a interrogarmi, e ho cominciato a interrogare altri. 

     Ho tenuto a lungo un questionario su Le parole e le cose, avviando una conversazione dentro la poesia e fuori, verso le arti e la filosofia, ponendo queste quattro domande:

Di quest’analogia tra poesia e Terzo Paesaggio, cosa te ne sembra? La senti vera? Cosa ti fa ulteriormente immaginare? 

E la letteratura, l’arte più in generale? Che tipo di paesaggio occupano intorno a questo incolto, residuo, friche?

E uscendo dalla letteratura? Dove ci conduce questa conversazione. Verso quali campi? Verso quale politica nel senso più ampio di questa parola, che riguarda non solo il politico come è normalmente inteso ma anche (oltre) l’umano?

Che cos’è che non ti ho chiesto, e che vorresti dire?

     Hanno risposto e risponderanno in molte, e molti, parlando di scrittura, di letteratura, parlando soprattutto di mondo, con testi già pubblicati o di prossima pubblicazione: Italo Testa, Renata Morresi, Maddalena Lotter, Piero Salabè, Andrea Gentile, Gianluca D’Andrea, Matteo Meschiari, Corrado Benigni, Federico Italiano, Marina Ballo Charmet, Felice Cimatti, Vittorio Lingiardi, Francesco Terzago, Marco Corsi, Leonardo Caffo, Andrea Bajani, Elisa Talentino, Vincenzo Bagnoli, Andrea Cassini, Gian Mario Villalta, Marta Bono, Matteo de Giuli e Nicolò Porcelluzzi, Valeria Cantoni Mamiani, Mariagiorgia Ulbar, Maria Borio, Ivan Schiavone, Marta Roberti, Azzurra D’Agostino, Giorgia Tolfo, Massimo Gezzi, e questo fino ad ora. 

     Nelle loro interviste hanno parlato (e parleranno) di spazio tra lingue e interlingua, ordine e selvatichezza, di media del vuoto, di luoghi testuali complessi, di pensiero su poesia e teatro, di tempo che invecchia, di fantasmatici ripresentarsi, di gestione cognitiva del trauma, di cura dell’incuria, di ombre proiettate, di logica e misticismo, di visioni di specie, di seme-opera, di forze che si generano nell’attrito, di materia attiva per il futuro, del lasciato cadere, di uno strano ottimismo, di alterità inquietante e bellezza, di vedere (davvero) la realtà, dell’inverso dell’entropia, di quarto spazio e rewilding, di tenere aperta una porta, di qualcosa ancora da cogliere, di mondi deserti e more infinite, di uno spazio senza giudizio, infine, e all’inizio, di chi scrive poesie nell’Antropocene, verso la X, il margine, l’altrove, l’oltre.

     Portandoci così dritti al punto. La poesia, e che cosa abbia a che fare con tutto questo.

     Nella stagione di letture e di scritture che è seguita alla pubblicazione di In territorio selvaggio, è stata forte la sensazione che quello che all’inizio mi sembrava un felice fraintendimento – un saggio su corpo, romanzo e comunità, come recita il sottotitolo, sulle richieste implicite, e a volte esplicite che l’inconscio collettivo dell’editoria, per rubare una felice formula di Andrea Cortellessa, rivolge a scrittrici e scrittori, costruito sulla metafora non oppositiva tra giardino e bosco, che viene letto non come un saggio sulla letteratura ma sull’ambiente, sul mondo, ammesso che di mondo si possa ancora parlare – fosse troppo ampio ed esteso, o potrei anche dire troppo intenso, per potersi considerare ancora tale. 

     E questo vale ed è valso, ancora di più, vista la risposta al mio piccolo questionario su Le parole le cose, per le due pagine di appunti sul Terzo paesaggio. Cosa c’era e c’è tuttora da esplorare, cosa non avevamo – gli altri ed io, a questo punto, perché l’impresa da individuale si era fatta collettiva – ancora detto?

     La primavera scorsa, la seconda primavera della pandemia, mi si è offerta l’occasione di approfondire ulteriormente la questione in un programma in dieci puntate, Oltrelontano. Poesia come paesaggio, andato in onda per Radio 3 Suite dal 1 al 13 marzo 2021. 

     L’ipotesi lì esplorata, dopo questi due anni di dialogo e confronto, era ed è questa: che la poesia italiana degli ultimi trenta e quarant’anni intrattenga una relazione speciale col paesaggio, dall’urbano al selvatico, un paesaggio in cui il soggetto, molteplice e mobile, si nasconde, si indaga e va a cercarsi; che il viaggio che la poesia italiana compie, dagli anni Ottanta ad oggi, insieme a noi abbia luogo, più di sempre, in quello che è allo stesso tempo paesaggio reale, landscape, e paesaggio (pensato, sognato), della mente, mindscape, come lo chiamerebbe lo studioso e psicoanalista Vittorio Lingiardi, mente paesaggio, direi io. 

     (Ed è sempre Lingiardi, evocando lo psichiatra Donald Meltzer, a ricordarci come il nostro primo paesaggio, quando la nostra mente non è del tutto formata, sia in realtà corpo, il corpo della madre, orizzonte illuminato dal sole e attraversato dalle nuvole, ambiente-mondo enigmatico che brevemente coincide con la totalità, che evoca allo stesso tempo il sentimento oceanico e la sua perdita. Questo paesaggio originario è la prima incarnazione per noi della bellezza, ci dice Lingiardi, e della terribile potenza del mondo, per questo il nostro rapporto con l’enigma, il nostro conflitto, fort-da, attraverserà tutto ciò che riguarda la bellezza, da quell’origine, secondo quell’origine, in poi.)

     Ma torniamo alla poesia di oggi, al suo orizzonte inquieto in cui si muove un sé poetico fluido e friabile, maschio e femmina, di diverse età e generazioni, incostante e allo stesso tempo incessante.  Chimera, ibrido, totem, daimon. Una voce, molte voci poetiche che fanno come se tra soggetto e oggetto, tra soggetto e mondo non vi fosse più soprattutto separazione, rottura, distacco, ma invece relazione, connessione, coincidenza mobile. Le poete, i poeti, non dimentichiamolo, sono sensori del proprio tempo…. e sembrano praticare, in questa nuova relazione con l’intorno (l’aperto che diviene chiuso che ritorna aperto, e così via), una speciale forma di animismo – nel senso di animismo come tecnica, come scrive nei suoi saggi Matteo Meschiari – che si colloca sotto il segno della metamorfosi. Creando così, a partire dal crinale del cambiamento d’epoca tra gli anni Settanta e gli Ottanta (perché oggi è forse negli anni Settanta, la decade della mia nascita, che inizia davvero il passato), una piccola comunità animista, per usare un’espressione in versi di Franco Buffoni. 

     Così, lentamente, per le esplorazioni in voce di Oltrelontano, il paesaggio diventa il corpo, le case vedono i tetti sfondati e attraversati da alberi – come in una pièce di Cuocolo/Bosetti o nei testi sulla propria opera artistica di Giuseppe Penone. Domestico e selvatico si trasformano e si fondono l’uno nell’altro, in un orizzonte dove la poesia può prendere forme animali, essere un mondo senza di noi o un luogo di stoccaggio di detriti radioattivi, come immagina in Teoria delle rotonde (Valigierosse 2020) Italo Testa. 

     Il corpo di chi parla e scrive (ed ascolta) si ferma sulle soglie del bosco che diventerà.  Enella poesia come paesaggio il bosco è un luogo reale, il bosco dietro casa di tanta provincia italiana, è un luogo della mente, ma è anche, inevitabilmente, il bosco di tutte le fiabe, riscritte e reinventate senza confini, come nella poesia di Francesca Matteoni – pensiamo ad Acquabuia (Aragno 2014), ma anche al recentissimo Io sarò il rovo, fiabe (Effequ 2021) – in una nuova geografia. 

     E anche: la poesia come paesaggio  – pensiamo a certi testi di Francesco Terzago –non ignora il cambiamento climatico, che sappiamo di dover chiamare catastrofe climatica, anzi. La natura si intreccia con la storia, la scrittura filtra il mondo insieme a tutto ciò che contiene, la città, il giardino (il tentativo, ripetuto nella durata, di rendere umano l’ambiente non umano, in una alternanza costante, una costante inquietudine di luce e ombra), l’orto –  il Terzo Paesaggio ovunque ci appare così come se fosse la continuazione del bosco con altri mezzi, se fine è nuovo inizio. La poesia come paesaggio abita così il mondo con la forza e la potenza di un fantasma, di un’ossessione, e allo stesso tempo ne è abitata, attraverso le varie genealogie letterarie del fare poesia in Italia oggi. Verso un territorio comune, tra le due linee di faglia della poesia come ricerca e della poesia come pratica di riconoscimento e appartenenza a una comunità.

     Oltrelontano è un aggettivo di invenzione, viene da una serie poetica contenuta nel mio Noi (Amos 2020), e contiene l’oltre, l’altro nome del bosco, la frangia di parola-pensiero che la poesia strappa all’acqua del non detto perché non dicibile, la letteratura come avventura. 

     La poesia come pensiero e opera che viene da un prima, e che è ancora possibile (ancora credibile, potremmo dire) in un dopo, come concetto che interseca tutto il complesso ripensamento del nostro mondo, il mondo stravolto dalla catastrofe climatica. Che cosa significa scrivere, continuare a scrivere, nel momento in cui l’orizzonte del tempo a venire, l’aere perennius, diventa frastagliato, potrebbe interrompersi, potrebbe cancellarsi? Quantomeno per noi.

     Questa riflessione è ancora in corso, e non solo per me. Non può quindi concludersi, deve, almeno per il momento, interrompersi. Si riaprirà.