Splendi come vita di Maria Grazia Calandrone
Roberto Milana
Quanto Camon sussiste in questo rinnovato “altare per la madre” che è Splendi come vita. Al di là delle chiare differenze storiche e ambientali il parallelismo vive nell’attenzione cruda e moralmente fedele alla lingua dei fatti, nella commozione saggia, trattenuta fino allo straniamento con mezzi opposti della memorialistica: uno con la calma e comunitaria narrativa contadina con cui si ordinano i miti, l’altra col fratto nervosismo urbano e la sua strana scienza delle verità induttive. Vige una totale aderenza biografica tesa alla ricomposizione delle figure materne e quindi del sé. Nel suo Journal de deuil Roland Barthes, all’indomani della morte dell’amatissima madre, annota : “ … Écrire pour se souvenir ? Non pour me souvenir mais pour combattre le déchirement de l’oubli en tant qu’il s’annonce absolu. Le – bientôt – “plus aucune trace”, nulle part, en personne. Nécessité du “monument” “.
Il monumento che intende Barthes è la costruzione di una forma della massa biografica, altrimenti confusa e deperibile nel semplice ricordo, quindi necessariamente unitaria e classica nell’atto espressivo, per resistere al tempo.
Ora, come si sa, la massa biografica della Calandrone è di forte e drammatica trama, partendo dal suo abbandono all’età di pochi mesi nel 1965 a villa Borghese da parte della madre e del suo compagno, fuggitivi per il reato penale di adulterio, prima di annegarsi nel Tevere e continuando nell’adozione da parte del senatore Pci Calandrone e di sua moglie Consolazione detta Ione, professoressa. Splendi come vita registra le fasi alterne del lungo e irrequieto rapporto tra Ione e Maria Grazia, madre figlia, attraverso una serrata serie di illuminations fattuali, sorprendenti, pure quelle più spoglie, per la figuratività narrativa che assumono. Sono stazioni quasi cristologiche ora del dramma ora della gioia comune, declinazioni sentimentali difficili da quando Ione per zelo protettivo e forse nell’illusione di alleggerire le responsabilità del troppo amore, rivela alla bambina di quattro anni di non essere la vera madre.
Questa serialità del trattamento biografico ha un carattere direi sintetico ispirativo, si dipana con piccole e lucidissime epifanie, che rimandano a orecchio, anche per il loro accurato ritmo prosastico al consolidato status di poeta della Calandrone. Lei è qui editorialmente alla prima prova di genere romanzesco e trasporta quel senso di autonomia compositiva del testo nel percorso accidentato del plot familiare. Si tratta di un procedimento musivo spaziale e temporale che tende alla ricomposizione di “Madre”, come con leggera ieraticità viene nominata Ione. La trama reale con dolci accenti neorealistici tra corridoi d’ospedale, appartamenti nei grandi palazzi da pasticciaccio del quartiere dell’Alberone a Roma, è tortuosa. Presenta personaggi e ambienti di una italianità netta e sconcertante con scene di ignavia e partecipazione sociale. In brevi tratti frutto di una empatica competenza lessicale e metaforica la Calandrone non lascia niente fuori dal racconto, umanità e società e dà il sapore delle epoche, malinconici decennali contesti delle duellanti. “…Padre è alto e grande, è bellissimo. Gian Maria Volontè. La classe operaia va in paradiso…”, “…Madre riempie buste di plastica della Standa coi vasetti vuoti della marmellata e dei sottaceti Saclà. Dammi solo un minuto, un soffio di fiato, un attimo ancora, cantano i Pooh…”. Madre e figlia si rincorrono nel tempo scambiandosi i ruoli con una tenerezza intelligente, cioè si avverte che il piano dell’incontro/scontro non è soltanto sentimentale ma tremendamente intellettuale. Ione professoressa impegnata e fervida comunista, come tanti della sua generazione in quel tempo, si stanca anche esistenzialmente delle pieghe individualistiche della società italiana e del peso dei suoi lutti familiari. La cecità è la sua malattia come metafora, parafrasando Susan Sontag. “…La funzione cecità costruisce intorno a Madre – filamento dopo filamento – un guscio impenetrabile, dentro il quale lei sta fieramente in equilibrio… Madre sacrifica la vista per non assistere al dolore. Il dolore di sua madre che, ammalandosi l’abbandona; il dolore di un mondo che le irride ogni utopia…”.
Nelle scene di scambio di ruoli si manifesta la razionalità toccante della figlia che comprende la madre tra le giuste sceneggiate con tanto di carabinieri, i litigi coi compassati primari, le testimonianze condominiali. Insomma non è tanto sotterranea una vena teatrale, un preciso disincanto eduardiano, in certe scene tratteggiate ma dense di socialità ciarliera o mimica, fino all’effetto comico, di cui mi pare stranamente dotata la Calandrone, rispetto alle sue poetiche, fossili o morali. E poi quanto è detta bene la resistenza testarda al dolore di queste donne, che nasconde evidentemente un bell’attaccamento alla vita e un sentire profondo dei cari. La parola, l’immagine, la coordinazione paratattica, sono gli elementi della sua narratività, una cassetta di attrezzi speciali che la Calandrone si porta appresso dal suo consistente mondo poetico per costruire questo rifugio testuale dove la figlia mette al sicuro il ricordo e l’amore per lei, “Madre”.
Maria Grazia Calandrone , Splendi come vita. Milano, Ponte alle Grazie, 2021
