Fly mode di Bernardo Pacini
Giuseppe Andrea Liberti
Se c’è una cosa che non difetta a Bernardo Pacini è l’originalità dello sguardo. Ce ne si era già accorti nel 2016, quando con la plaquette La drammatica evoluzione, edita da Oèdipus, aveva tentato di leggere in una chiave drammatica, e sfruttando il rigore delle forme metriche antiche, un fenomeno culturale di massa come i Pokémon. Ora, con Fly mode, a prendere la parola è un drone, ritrovato tecnologico i cui usi vanno da quello militare allo svago, e che il poeta pilota per ottenere una visione inedita di quanto lo circonda, decentrata perché affidata a un quadricottero il cui compito è esattamente quello di ampliare le prospettive di chi lo comanda, favorendo panoramiche come zoom repentini.
Il gingillo paciniano esordisce in Hovering, stazionando in volo e raccogliendo informazioni da elaborare. Nonostante il suo star fermo, «Anche così, gravitando a velocità nulla e / quota costante», il drone «vede tutto» (p. 17). Già dalle prime pagine emerge uno sguardo di ‘secondo grado’, che si limita a registrare quanto il poeta-pilota deve poi interpretare: è come se l’inferno di Aleppo e i raid razzisti, la «serqua di frisoni» e «l’orso blu al finestrone» convivessero in uno «spettacolo atroce» destinato a diventare «una fase standard del discorso» (ibidem). Il drone conserva immagini e momenti di una storia che è, però, sia nella sua dimensione privata che collettiva, qualcosa in più di una sequenza di fotogrammi. Il filtro della sua camera getta su quanto accade un occhio perturbante perché distaccato e freddo: è l’occhio di una macchina che immagazzina pixel che altri, poi, dovranno controllare e decidere se salvare o cestinare – con buona pace della macchina, che nel rivolgersi al panorama si sente convocato a «ricomporlo byte per byte nella memoria / della mia videocamera», salvo poi riconoscere, in un attimo d’autocoscienza dell’inanimato, che per ciò che filma altro non è che un «posto assurdo e senza storia / sono io, pezzo di modellismo spento / aggeggio di livello amatoriale / imbussolato in un gimbal» (Il quadricottero, II, p. 24).
Così, l’elaborazione di un lutto dei Pacini viene osservata senza profusione di sentimentalismi («Questa era la registrazione / della rinascita della rovina / di una donna / (dei suoi figli) / dei doppi vetri di una casa / sul fiume», Gabbia azzurrina, VI, p. 34), esattamente come, nella terza sezione del libro, le Vite in cui incappa il drone diventano in 4K, file video in cui cercare poi il senso delle esistenze, le epifanie di un quotidiano che sa essere drammatico come grandiosamente ridicolo. Per un uomo che viene portato in ospedale («E pensare che dieci anni fa / correvi i cento metri / in dodici secondi… / ora ti sfugge una bestemmia / quando respiri sulla brandina / la sirena di un’ambulanza, l’unico inno / del quale ora / porti la mano sul petto», Velocista, p. 50) c’è una collettività che omaggia un venditore da spiaggia con un corteo vacanziero di forte e surreale impatto visivo («Il feretro pavesato con i teli da mare / volteggia leggero sopra gli ombrelloni / impennandosi d’un tratto sul bagnasciuga», Coccobello, p. 53), non a caso ispirato dall’opera pittorica di un osservatore del grottesco del nostro tempo quale Enrico Robusti.
L’alterità oggettuale rappresentata dal drone osserva, ma non discerne; la visuale inedita consente di guardare con occhio rinnovato all’esistente, e tuttavia l’assenza di empatia rende necessaria una mediazione, operata selezionando cosa riportare dalla DCIM della macchina e scegliendo con estrema cura la lingua con la quale quest’ultima racconta e si racconta. Dai lacerti citati, si sarà forte intuito il tono spesso elevato della lingua di Fly mode. In effetti, le parole seguono le traiettorie del velivolo, che si alza verso il cielo salvo poi fiondarsi su personaggi e dettagli minimi. Il plurilinguismo del dispositivo di Pacini è il plurilinguismo della varietas del mondo, meglio inquadrata e visualizzabile nel suo insieme attraverso lo sguardo grandangolare eppure dislocato della macchina, a un tempo lontano e irrimediabilmente legato a quello umano. Si potranno incrociare, nel giro di pochi versi, citazioni colte e tecnicismi tratti dai manuali di dronistica, come pure combinazioni di forme colloquali e lessico ricercato: «Sono in tre i krampus a menare quel negro / usano sagome di renna, snudano i pezzi / di cartoni animati / con cui fracassano le ossa, lo sterno / fesso del mondo» (Hovering, II, p. 17); e altrove, «La canonica vortica nel buio / non vede niente se volta la faccia / se non la superficie lucida / della pisside sullo scaffale / il sacco di particole slabbrato / il modem stravaccato sul messale» (Sagrestano, p. 51).
Si è detto di manuali; è nella quarta sezione, FAQ, che si squaderna il libretto d’istruzioni del drone, con le sue funzioni e i suoi modelli – c’è spazio anche per una ‘cugina securitaria’ come la telecamera a circuito chiuso, di cui si invidia il «Sapere a menadito gli orari di apertura / del centro commerciale, i tasti e il prezzo / di ogni tipo di verdura, ambire a un luogo interno / o male che mi vada, scrutare con disprezzo / le volte a sesto acuto dell’inferno» (CCTV, p. 62) –, e che apre a interessanti squarci sull’Io artificiale che ci parla. Limitatissimo dalla sua meccanica, lo strumento tecnologico esprime il desiderio di fare esperienza di ciò che non gli è proprio, come la morte («Oh, farmi un'idea precisa della morte / del tipo di stupore che si prova a starne fuori / pinneggiando controvoglia nell’attesa / di tornare in superficie a fare i morto // con le braccia larghe, a croce», Underwater drone, p. 61) o il semplice esistere, al di là delle accensioni volute dal proprietario: «Vorrei una sera dopo il volo / tu mi lasciassi acceso per errore / una falla in quel sistema perfetto / di logiche e abitudini. / Desidero vedere / la stanza in un fotogramma statico / schermata dal contenitore di polistirolo / che mi ottunde la vista» (Irreversible return to land, p. 65). Ciò nonostante, il libro si chiude proprio con uno ShutDOWN, che riprende tre versi del componimento d’apertura Hovering: «Non aspetta che si abbassino le luci / perché fuori sono le tre del pomeriggio / e si è già fatto buio su tutta la terra» (p. 68). E davvero sembra ormai calare l’oscurità sul giorno della macchina che si spegne, ma non su quello di chi la manovra. Il pilota è finora rimasto in ombra, eppure è in realtà il responsabile dei movimenti del drone: ciò che quest’ultimo ha visto e commentato è ciò che intendeva filmare questo presente-assente di cui poco o nulla sappiamo, comparso quasi per errore in pochi componimenti («Lui pilota di elicotteri in pensione / ridotto a manovrare me, tafano in lega di carbonio. / Osserva le mie mosse con lo sguardo, dal terrazzo della casa / dove ancora e senza requie pensa a quando era all’altezza / dei trascorsi militari di suo padre», Visual Line of Sight, p. 19).
Con ironico understatement, è a un’appendice che è relegato il diario del dronista, guarda caso uno dei momenti più intimi dell’intero Fly mode. Il distacco che il drone vive con tutto quel che filma, prova di una impossibile relazione tra monadi – chissà per quanto ancora, poi; l’Internet ‘delle cose’ renderà possibili un giorno interazioni post-umane superiori a quelle della macchina paciniana? – trova il suo contraltare nel racconto dell’accudimento di un nonno: un personaggio con il quale costruire un rapporto giorno per giorno, trovando «un discorso d’amore stranito negli occhi» (p. 83). Non una conclusione rasserenante, in cui gli umani buoni si sostituiscono alla freddezza delle macchine, bensì una ipotesi di come riempire di senso la visuale di queste ultime, diversa dalla nostra ma interrogabile con profitto se mediata dalla sensibilità di un esperto dello sguardo sbilenco quale dovrebbe essere il poeta.
Bernardo Pacini, Fly Mode, Mestre, Amos, 2020
