p. 50-52 > Arte, Poesia, Economia. Dal valore economico al valore culturale dell’opera

N.d.R: Contributo del primo seminario su “L’economia della poesia” organizzato dalla Biblioteca Elio Pagliarani, tenutosi il 28 ottobre 2021 presso la Casa dello scrittore a Roma

Arte, Poesia, Economia

Dal valore economico al valore culturale dell’opera

Marco Amore

     Il contributo che mi sento di dare a questa splendida iniziativa dedicata all’Economia della Poesia è legato alla mia esperienza personale e non potrebbe essere altrimenti. È da un po’ di tempo a questa parte che sto provando a scrivere un libro di poesie a tema economico-finanziario intitolato L’Ora del Mondo. Un’idea che mi ronzava in testa da anni ma che ha preso veramente forma durante la lettura di un saggio dell’economista francese Thomas Piketty, pubblicato in Italia i tipi di Bompiani, cioè Il Capitale nel XXI Secolo. Nell’introduzione al suo best-seller, Piketty asserisce che «Di fatto, la questione della distribuzione delle ricchezze è troppo importante per essere lasciata ai soli economisti, sociologi, storici, filosofi. È una questione che interessa tutti, ed è meglio che sia così».

     Leggendo questa frase ho cominciato a chiedermi quali fossero i motivi per cui la poesia affrontasse determinate questioni solo da un punto di vista incidentale, invece che in maniera netta, decisa e chiara. Qualcuno dirà che sono state tentate diverse strade durante il secolo scorso, tra cui vale sicuramente la pena ricordare I Cantos di Ezra Pound o alcune poesie sciolte di Wynstan Hugh Auden, tanto per fare due nomi, ma si tratta di tentativi letterari in chiave polemica, che esauriscono il tema in poche strofe intorno alla critica del fare artistico, più che al reale scenario economico nazionale e/o internazionale, o che puntano a imbrigliare le teorie di economia politica secondo modelli di pensiero poco obiettivi. 

     Da parte mia ho cercato di approfondire questi argomenti scomodi e di difficile accessibilità nel privato, prima di affrontarli su carta, ritenendo che l’apprendimento, per essere veramente efficace, non può limitarsi alla mera teoria, e avendo avuto l’occasione di maturare un’esperienza nel settore grazie a un’interessante offerta di lavoro per una società di consulenza integrata. Ma facciamo un passo indietro e guardiamo alla storia del pensiero economico: c’è un’incredibile poesia nei capolavori della dottrina occidentale. Penso alle metafore darwiniane sull’individualismo metodologico contestate da J. M. Keynes in La fine del laissez-,faire, ma anche alle intriganti costruzioni verbali rinvenute nei libri di maestri dell’economia moderna come John S. Mill, Karl Marx o lo stesso Keynes. Per tacere delle analogie tra il linguaggio amministrativo e la poesia, entrambi intrisi di una forte componente di astrazione e vittime di una campagna di semplificazione forzata. Quel che mi preme segnalare in questa sede è la necessità che ha la poesia di entrare a pieno titolo nel dibattito intorno a simili argomenti, ma anche la loro vicinanza al mondo delle Arti in generale, comprese le arti visive, nonché il profondo legame che queste ultime hanno stretto con le logiche di mercato. Per deformazione professionale – credo sia ormai nota la mia attività di promoter e amatore dell’arte contemporanea – ritengo sia diventato impossibile evitare l’analisi del rapporto intercorrente tra il valore socioculturale di un’opera d’arte con il suo valore in moneta. La questione del legame tra arte e denaro non è più riconducibile solo alla tendenza di alcune personalità del jet set internazionale al mecenatismo o alle opere realizzate su commissione dagli artisti per far cassa. Né tantomeno alle scelte obbligate dall’obsolescenza del proprio modello di offerta, com’è avvenuto nell’Ottocento per gli Impressionisti, i quali, pur di osteggiare l’invenzione della fotografia – nettamente superiore al dipinto per tempistiche e cura nei dettagli – millantavano una supposta supremazia del colore sul disegno, alla luce delle differenti intelligenze emotive. Come afferma il filosofo Gilles Lipovetsky, la questione scende più in profondità e vede il concetto di democratizzazione dell’arte allignare tra gli effetti del capitalismo sul senso estetico. Forse la figura che più di tutte può essere indicata come il precursore di questo nuovo rapporto è  Marcel Duchamp, che peraltro può essere considerato a tutti gli effetti un poeta, oltre che un pittore, e che, al di là di opere di ispirazione chiaramente finanziaria come l’ ‘Assegno Tzanck’ (1919) o le ‘Obbligazioni per la Roulette di Montecarlo’ (1924), avvierà quel processo che spinge l’arte visiva a uscire dal piano retinico per entrare in quello nominale. Vi invito ad analizzate bene questa parola, nominale, perché è la stessa che adoperiamo quando parliamo di prezzo teorico del denaro. Ora non voglio soffermarmi troppo sulle dottrine avanguardiste o sull’importanza delle casa d’Aste in un mercato dominato dall’offerta privata come quello dell’arte contemporanea, anche perché non basterebbe tutto il pomeriggio per venire a capo del discorso, ma sotto molti aspetti, non ultimo quello del concetto di valore, l’arte richiama, o a volte addirittura anticipa, quanto avvenuto in ambito economico. Ad esempio, sarebbe interessante porre in relazione la sparizione della téchne nelle opere d’arte contemporanee, spesso e volentieri realizzate da soggetti terzi come artigiani, tipografi, fabbri ecc., alla moneta fiat e allo svilimento dei conii. Oppure, se volessimo fare una provocazione, fare riferimento al lavoro di grossa parte dei maggiori artisti attualmente in circolazione: che dire del caso Banksy, di Jeff Koons, operatore di borsa a Wall Street, o di pittori come Murakami con la sua fabbrica d’arte, la Kakai Kiki. Basta guardare ai numeri dell’ultimo rapporto di Artprice per rendersi conto che siamo infinitamente lontani dall’ideale artistico propugnato da Winckelmann e dalle concezioni romantiche dei pittori di Montmartre. Ma ciò non implica che l’arte sia morta, come sostenuto da alcuni detrattori sulla falsariga dell’estetica hegeliana, né che stiamo assistendo alla sua totale ‘sparizione’ in favore dell’oggetto-feticcio, per dirla con Jean Baudrillard, bensì un cambio di paradigma come può esserlo stato il passaggio da un’economia di sussistenza a un’economia di mercato o da un’economia agricola a un’economia industriale, che implicò la riorganizzazione della produzione attorno all’unità produttiva della fabbrica e radicali trasformazioni demografiche e territoriali. Riportando il discorso sul piano dell’arte, potremmo dire che si è passati dall’abilità tecnica del linguaggio visuale classico alla ricerca di uno stile totalmente soggettivo, spesso inconfondibile, ma proprio per questo più esteticamente conturbante, degli artisti di oggi. Le motivazioni per cui ciò è avvenuto sono da ricercarsi in alcuni eventi specifici, tra cui vale la pena menzionare  l’ascesa della cultura di massa e il processo di democratizzazione forzata che passa sotto il nome di ‘partecipazione culturale’, ascrivibile, per dirla con Walter Benjamin, alla volontà delle «masse attuali di portarsi tutto più vicino». Ad ogni modo, quali che siano i motivi che ci hanno spinto a considerare una tela di Cy Twombly un’opera d’arte piuttosto che uno scarabocchio infantile, sposano una delle leve strategiche, per non dire prioritarie, dello sviluppo del sistema produttivo europeo: l’innovazione. L’arte contemporanea punta tutto sulla sperimentazione individuale di colori, tecniche, forme ecc. e può rappresentare un vantaggio concreto in altri settori produttivi, come ampiamente dimostrato da uno studio dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano.

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