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N.d.R: Contributo del primo seminario su “L’economia della poesia” organizzato dalla Biblioteca Elio Pagliarani, tenutosi il 28 ottobre 2021 presso la Casa dello scrittore a Roma


La Poesia in Biblioteca. Qualche considerazione personale

Marco Menato

ABSTRACT

Dopo alcune considerazioni sulla recente storia dell'amministrazione bibliotecaria italiana, si passano in rassegna i metodi attraverso i quali le biblioteche acquisiscono i documenti, con specifico riferimento a quelli di natura poetica.

     Spesso i discorsi sulle biblioteche sono generici, fumosi, ammantati di buonismo e di parole strappalacrime, tanto che non è mai chiaro perché e come queste istituzioni debbano essere mantenute. Sembra che debbano esistere per definizione, ma non perché la loro fondazione e funzionamento rispondano a criteri stabili, individuati, confrontabili, certificabili ed esaminabili nel corso del tempo: no, basta che esistano. Così stando le cose, almeno in Italia, le biblioteche sono scivolate piano piano sempre di più nel regno dell’indifferenza, tanto che molte amministrazioni pubbliche, a cominciare dallo Stato, hanno ridotto il personale sia dal punto di vista dei numeri assoluti sia dal punto di vista della qualifica funzionale: ormai è quasi strano trovare bibliotecari di carriera, con solidi studi, alla guida di biblioteche!

     In Italia, c’è stato negli ultimi decenni un aumento delle cattedre dedicate alla Bibliografia e alla Biblioteconomia (dai contrattisti agli ordinari fino a uno specifico dottorato) all’interno di un autonomo gruppo disciplinare (M-STO08) che prima non era mai esistito (e che non sempre è presente negli ordinamenti accademici stranieri), così come delle riviste specializzate e della saggistica (l’Editrice Bibliografica viene fondata a Milano nel 1974), per converso si è diffusa una disattenzione grave delle amministrazioni nei confronti delle proprie biblioteche: quasi che quello che viene insegnato nelle aule universitarie non serva nella realtà bibliotecaria, c’è insomma un forte scollamento fra ricerca accademica e realtà professionale. Oserei dire che il quadro professionale e non solo, per esempio fino agli anni Sessanta del secolo scorso era per un certo verso più fiorente e originale di ora.

     Questa premessa un po’ sconfortante serve per capire quanto sia difficile e forse anche angusto oggi muoversi nel settore delle biblioteche, che alla fine sono considerate e percepite come ambienti residuali della Cultura, buone solo per eventi e presentazioni (si intende prima del Covid19, che ha contribuito a renderle ancora più marginali, anche l’utilizzo del lavoro agile – smart working - non ha di certo facilitato i rapporti, vedremo come andrà a finire).

     Ad anomalie direi quasi genetiche, sulle quali forse c’è poco da fare, si è aggiunta l’assenza della classificazione bibliotecaria. Tutte le biblioteche si vogliono chiamare biblioteche e tutte pretendono di essere allo stesso livello: questo ovviamente non è possibile, una organizzazione seria metterebbe subito al primo posto l’esigenza di graduare i compiti secondo criteri definiti. Non è questo il momento di ripercorrere la storia delle biblioteche in Italia, ma nemmeno con l’informatizzazione si è riusciti ad imporre uno straccio di organizzazione per compiti ed obiettivi certi e non immaginari: SBN, la banca dati bibliografica a tutti nota, non è un Sistema bibliotecario nazionale (come in alcuni documenti ministeriali è definito) ma solo un Servizio bibliotecario nazionale, servizio di raccolta dati (importante e meno male che esiste) e non raccolta sistematica di dati bibliografici: la differenza è sostanziale, tanto che non sappiamo ancora oggi quale sia il patrimonio effettivo delle biblioteche italiane a cominciare dalle maggiori, le Nazionali Centrali di Firenze e di Roma e le altre Nazionali (salvo che in due casi, gli incunabuli e le cinquecentine, per i quali si può parlare a ragione di raccolta sistematica e verificata dei dati, di livello bibliografico e non solo catalografico o inventariale, nessuna buona notizia invece per i manoscritti che salvo qualche eccezione rimangono ancora un ‘buco nero’ della bibliografia italiana). Non entro nella questione della proliferazione dell’aggettivo ‘nazionale’ nel campo bibliotecario italiano, questione incomprensibile per gli stranieri. Gli altri stati hanno una Nazionale noi ne abbiamo molte: vi sembra normale e saggio tutto questo?  

     Aggiungo, e poi chiudo questa parentesi, un’altra perla dell’organizzazione bibliotecaria italiana: la questione delle biblioteche, che deve essere considerata importante e fondamentale per il mantenimento e per l’espansione della Cultura, così come sono i laboratori negli ospedali e nei centri di ricerca biomedica, è stata fin dall’inizio, cioè dall’Unità d’Italia, mal sopportata dalla politica, la quale si è limitata allo stretto necessario, cioè alla gestione delle biblioteche così dette statali, quelle che non poteva proprio devolvere ad altre istituzioni (ci riuscì solo in due casi, con la Biblioteca  Teresiana di Mantova ceduta subito al Comune di Mantova e molto più di recente con l’Universitaria di Bologna passata alla gestione diretta dell’Università). Dato che parliamo di biblioteche universitarie, è il caso di denunciare pubblicamente la chiusura dal 2012 della Biblioteca universitaria di Pisa, i cui magazzini sono stati perfino trasferiti a Lucca e a Piacenza e tutto senza che i docenti alzassero nel momento della chiusura, non ora, un dito in difesa della propria biblioteca (rinvio al preoccupato articolo di Salvatore Settis su “La Stampa” di lunedì 25 ottobre 2021[1])! Qualche buona pratica è però da segnalare: nel 2017 è nato il Polo bibliotecario di Potenza, che unisce, oltre che in un unico razionale edificio, la Biblioteca nazionale e la Biblioteca provinciale. 

     La questione delle biblioteche venne fin dagli anni dell’Unità (per questo parlo di anomalia genetica!) messa da parte in attesa di tempi (finanziari) migliori, così pure nella Costituzione le biblioteche scesero di rango e passarono all’istituendo ente Regione, dando l’impressione che fosse un argomento non di primaria importanza, come era invece la scuola e l’università. Nella sostanza è mancato un quadro classificatorio generale (quello che invece è resistito con la materia archivistica) al quale fare riferimento, è stata quindi autorizzata una sorta di anonimia/anarchia bibliotecaria che si è trascinata fino ad ora con i risultati di immagine e di esercizio che sono sotto gli occhi di tutti, ma che non tutti comprendono nella loro gravità.

     L’organizzazione bibliotecaria è intimamente collegata con il tema delle acquisizioni, tanto più in un’epoca come la nostra nella quale la produzione bibliografica si è moltiplicata e diversificata fino all’inverosimile. Occorrerebbe proprio ora una forte organizzazione che ripartisse con certezza i compiti e invece abbiamo solo qualche strumento e un po’ di buon senso. Sulle acquisizioni si sono spesi fiumi di parole, è un tema molto sentito forse più all’estero che in Italia e pure di antichissima origine: già nel 1627 Gabriel Naudé, filosofo e bibliotecario (inventore della magnifica Biblioteca Mazarina a Parigi), riservò all’argomento alcuni capitoli nel suo tuttora fondamentale Advis pour dresser une bibliothèque, il primo manuale per bibliotecari che solo nel 2012 e nel 2021 ha avuto una edizione in lingua italiana curata dal prof. Alfredo Serrai[2]  (anche questo avrà un senso oppure no?). 

     La poesia, quindi, come arriva in Biblioteca? Esiste un mercato della poesia? Prima ancora: esiste un interesse per la poesia? Interesse da parte del bibliotecario che gestisce le acquisizioni e interesse da parte del lettore. L’interesse del bibliotecario è personale oppure dovuto dall’esame delle raccolte che deve amministrare e delle richieste che provengono dall’esterno, come in teoria dovrebbe essere?

     Le acquisizioni, a qualsiasi titolo, dovrebbero avvenire tenendo conto della così detta carta delle collezioni, documento elaborato nel corso degli anni (e non una volta per sempre) sulla base della conoscenza, il più esatta possibile, del posseduto storico e delle realtà culturali e sociali circostanti la biblioteca[3]  e soprattutto del grado di completezza che la biblioteca vuole raggiungere nelle materie di sua competenza. E’ un documento consigliato, perché permette un esame meno personalistico delle scelte ed è una prova di trasparenza nei confronti del lettore, ma anche dove non fosse stato graficamente elaborato, deve essere ben presente nella mente del bibliotecario: ogni acquisizione deve infatti possedere una sua giustificazione, deve rispondere oltre che evidentemente a un presente, anche a un passato e a un futuro, non deve essere una scelta episodica e impersonale. Da qui si evince quanto l’acquisizione mirata, voluta, cercata, più di ogni altro tema, sia fondamentale per la storia della biblioteca e per il suo stesso esistere. Non si tratta, quindi, soltanto di ordinare degli oggetti librari e mettere in pagamento delle fatture, ma di contribuire alla crescita ordinata e intelligente delle raccolte, alla costruzione di una struttura bibliografica in grado di dialogare con il multiverso delle culture, che sia riconosciuta, apprezzata e utilizzata dal pubblico (non dimentichiamoci mai che si può parlare di biblioteca solo quando si sia in presenza di questi tre inscindibili elementi che dialogano continuamente fra loro: le collezioni, i bibliotecari, i lettori, mancando anche uno solo dei tre elementi non siamo più in grado di definire quella istituzione una biblioteca, ma un’altra cosa). 

     Torniamo alla poesia. In questo caso ci riferiamo alla poesia contemporanea, ma non dobbiamo dimenticare i classici che vanno continuamente aggiornati e rivisitati. Quanti in questo anno dantesco hanno acquistato nuove edizioni (anche solo per offrire un prodotto merceologico adatto ai nostri tempi) della Commedia e non solo la saggistica? Tutti i classici devono essere disponibili sia in edizioni facilmente accessibili sia in quelle complete di tutti i riferimenti filologici. E’ appena il caso di ricordare che il canone del “classico” è destinato a una costante rivalutazione e rincorsa: occorre quindi che il bibliotecario sia sensibile ai mutamenti e percepisca le novità appena siano all’orizzonte, anche questo è fare un servizio al lettore, specialmente al lettore non specialista.   

     Per quanto riguarda gli aspetti pratici, almeno alcuni, al bibliotecario (addetto allo sviluppo delle collezioni) devono essere riconosciute competenze nel campo dell’editoria, deve cioè conoscere molto bene il settore editoriale del quale deve occuparsi, conoscenza derivata sia dallo studio della storia dell’editoria (tra i nomi più accreditati cito Gian Carlo Ferretti, Alberto Cadioli e Massimo Gatta[4] ) sia dall’esame di strumentazione che qui si può solo elencare: giornali, inserti letterari, interviste, eventi, fiere del libro, librerie, siti on line, oltre che cataloghi e bibliografie; la sua vita non si conclude alla scrivania, ma è partecipazione, a volte attiva, alle vicende della cultura cittadina (quando poi il bibliotecario si fa lui stesso ‘autore’ si rende conto meglio delle richieste che gli provengono e delle esigenze documentative: purtroppo la produzione scientifica del bibliotecario nei concorsi è sempre valutata in coda, qualche minuscolo punteggio non si nega a nessuno!). 

     Ma il canale degli acquisti è solo uno dei modi tramite i quali un documento entra a far parte del patrimonio della Biblioteca. In alcune materie, e la poesia è una di queste, l’acquisto non è facile o proponibile (anche per le difficoltà distributive che affliggono l’editoria italiana[5] ), a meno che non si rientri – come detto – nel “canone”: per esempio le collane di poesia edite da Mondadori ed Einaudi fanno già parte del posseduto certo.

     Gli altri due canali molto utili al nostro scopo sono il dono e il deposito legale: pratiche che in qualche modo muovono l’economia della poesia, dato che i poeti sono alla perenne ricerca di una possibilità di stampa e sono ben consci che dovranno loro stessi pagarsi la pubblicazione. Nella storia della poesia non sono pochi, infatti, i poeti che si sono improvvisati editori della loro stessa opera, da Ungaretti a Campana da Montale a Saba (anche se nel caso di Saba esisteva un piano scientifico di vendita e di rientro delle spese, come ho scritto in altra sede), per rimanere ai casi più noti e ora anche più quotati sul mercato del modernariato. 

     Il dono è bene che sia sollecitato, rincorso, piuttosto che imposto[6]. Sappiamo invece, purtroppo, quanto sia più facile accettare qualsiasi oggetto librario esca dalla borsa del portalettere, pur di evitare rogne e magari qualche richiamo. I poeti si dividono, per questo aspetto e in base alla mia esperienza, in due categorie: quelli che ritengono, forse a ragione, che in biblioteca ci vadano solo libri ‘importanti’ (e il loro libro non lo è) e quelli che imperterriti, annualmente ti infliggono la pena di ricevere il solito volumetto, di protocollare la lettera inclusa (sempre molto formale), di rispondere comunicando il relativo numero di inventario e poi di catalogarlo, dato che questi poeti frequentano i cataloghi elettronici ed evidentemente godono nell’essere presenti. Il bibliotecario dovrà invece dare la caccia a quei poeti che non ritengono importante essere catalogati e che quasi si vergognano di essere catalogati. Sono i poeti che vivono nell’area di influenza della biblioteca, che magari la frequentano, con i quali è possibile intessere rapporti di collaborazione e di stima. E’ l’occasione giusta per richiedere una copia con dedica, edizioni precedenti non possedute e perfino qualche manoscritto poetico, che arricchirà la sezione contemporanea del Fondo Manoscritti.

     Riguardo ai doni, le biblioteche si sono fatte molto severe, con la scusa degli spazi sempre carenti, del troppo tempo impiegato per sfoltire le donazioni e conservare solo ciò che è ritenuto necessario. Questo atteggiamento è corretto in linea teorica e consigliato in ogni carta delle collezioni, occorre però agire con delicatezza e prudenza in modo che i donatori non si sentano umiliati e decidano in futuro di consegnare i loro libri, o addirittura le loro biblioteche, ad altre istituzioni o alle librerie dell’usato. Bisogna comprendere che le biblioteche personali (nel caso in questione, quelle dei poeti) sono incomparabilmente più interessanti di molte biblioteche pubbliche e che una biblioteca di conservazione - quali sono nel bene e nel male molte biblioteche italiane - deve sentire come proprio compito almeno quello di salvare il patrimonio culturale della propria area storico-geografica, che è costruito da un mosaico di raccolte personali, grandi e piccole, a volte iperspecializzate. Questo non vuol dire conservare tutto (nemmeno un archivio conserva “tutto”), ma selezionare i materiali importanti e lasciare il resto libero di essere riproposto nel mercato dell’usato o come si dice oggi del modernariato (in questo senso i rapporti fra biblioteche e librerie devono essere più stretti di quanto lo siano ora, ne trarrebbero giovamento vicendevole le professioni del bibliotecario e del libraio). 

     La penultima opzione è il deposito legale, noto tra i bibliotecari anche come “diritto di stampa”. Si tratta di obbligo di legge, antico, presente in ogni sistema legislativo, in forme più o meno costrittive, pensato e come censura e come modo di assicurare senza spesa la crescita e soprattutto la completezza del patrimonio librario nazionale, almeno per una grande biblioteca, che generalmente è la Biblioteca Nazionale. Nel 2004 la legge italiana rivoluzionò il precedente sistema, risalente all’epoca fascista, che imponeva la consegna delle copie d’obbligo alle tipografie a favore invece dell’editore (ora le copie da consegnare sono tre). Non entro nei particolari, ma secondo me da allora il gettito del deposito legale che già in Italia era basso (d’altronde è una tassa, come pensare che non ci fossero gli evasori!) è sceso ancora di più, perdendo per strada tutto quel materiale classificato minore, oggetto cioè non di attività editoriale ma solo tipografica (ma non per questo meno importante da molti punti di vista). E così anche i libri dei poeti che prima giungevano quasi automaticamente e costituivano con il tempo l’archivio della produzione letteraria locale, ora non giungono più, in quanto l’editore occasionale non è informato, non esiste una sanzione o è difficilmente imponibile e il bibliotecario non vuole sentirsi un poliziotto!  

     L’ultima via è lo scambio di libri e riviste fra biblioteche e istituzioni culturali. In generale si pratica con edizioni della biblioteca, ma può essere ampliato anche con volumi non presi in carico perché doppi o fuori dall’interesse della biblioteca medesima: volumi di poesia inviati in dono a una biblioteca di filosofia o di ambito scientifico. Anche qui un possibile punto di contatto fra bibliotecario e libraio, cosa che succede all’estero ma non in Italia: a patto però che si ponga mano a una maggiore liberalizzazione del commercio librario, ora ingabbiato in troppe pastoie burocratiche con le Soprintendenze archivistiche e bibliografiche! Ma questa è un’altra storia.

P.S.: ho voluto mantenere il tono colloquiale con il quale è nato questo intervento in seno al seminario “L’economia della poesia” organizzato a Roma dalla Biblioteca Elio Pagliarani giovedì 28 ottobre 2021, per questo motivo nell’edizione stampata ho fortemente limitato la bibliografia. Il primo saggio è datato, ma non meno valido (anzi!) e riguarda la parte storica; il secondo, più tecnico, è centrato sugli acquisti in biblioteca ed è appena edito: 1. Maria Gioia Tavoni, Disomogeneità del paesaggio bibliotecario, in Fare gli italiani. Scuola e cultura nell’Italia contemporanea, a cura di Simonetta Soldani e Gabriele Turi, Bologna, Il Mulino, 1993, 2., p. 169-209; 2. Federica Formiga, La distribuzione editoriale e le biblioteche, “AIB Studi”, vol. 61, 2021, n. 2, maggio-agosto, p. 39-54.  

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[1] Si veda anche la pagina “Amici BUP” su Facebook. La Biblioteca, pur avendo la qualifica di ‘universitaria’, è dipendente dal Ministero della Cultura!

[2] Editori: Biblohaus di Macerata e Firenze University Press.

[3] In tal senso la carta delle collezioni, strumento di misurazione bibliografica, deve essere redatta in collegamento con le analisi sui bisogni e sul profilo di comunità, strumenti di misurazione sociologica del pubblico a cui la biblioteca dovrebbe riferirsi, che non sempre corrisponde al pubblico frequentante (cfr. Chiara Faggiolani, La ricerca qualitativa per le biblioteche, Milano, Editrice Bibliografica, 2012, p. 186, passim).

[4] Ricca la sua pagina Facebook.

[5] Su questo tema rinvio al saggio di F. Formiga citato nella nota finale.

[6] Cfr. Roberto Calasso, Come ordinare una biblioteca, Milano, Adelphi, 2020, p. 32-33: non è un manuale di biblioteconomia, ma molte riflessioni sono condivisibili.

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