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La vita adulta di Andrea Inglese

di Roberto Milana

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Questo romanzo di Andrea Inglese si presenta formalmente con un’aria allegra di feuilleton socioesistenziale, diviso com’è in 59 capitoletti più un curioso epilogo di densa significazione  che è quasi un precipitato morale di amicizia amorosa. Si tratta dell’affermazione duale di un ibrido ma forse moderno e generazionale sentimento, un malinconico lieto fine  costituito coi materiali intimi del globalismo precario del nuovo millennio, in un carteggio secco e perentorio con funzione chiara di svelamento e di chiusura narrativa. Nel libro si svolge una trama tessile, fitta di eventi, anche falsamente superficiali  come quelli delle cerimonie di una stanchezza isterica di una mondanità artistica  in crisi di nervi e di opportunità. Sono vicende che accompagnano la vita delle due principali dramatis personae del libro in un momento di svolta, lungo quella specie di linea verde un po’ fantasmatica che porta nel territorio, vieppiù allontanato, della vita adulta. Ignare l’una dell’altro, lontane anche geograficamente per buona parte del libro, ma segnate come eroi minimalisti da un culto stranamente onesto della bellezza, a volte estenuato  in pratiche compromissorie anche sacrificali. Nina la giovane artista proiettata con la sua radicalità estrema e provocatoria nella scena internazionale, Tommaso il critico di talento riconosciuto ma inespresso e malpagato nella Milano artistica, allacciato a contesti familiari bloccanti. Il loro esserci nel libro assume i tratti di un protagonismo intellettuale ed etico parallelo che li lega nella finzione letteraria nelle loro mai tragiche tempeste esistenziali in un mare di rapporti dettagliati nell’apporto nevrotico. L’autore stende una seconda mano di buona commedia cattiva alla Flaiano, sopra luoghi infingardi e densi di falsi sentimenti e sprechi spirituali offrendo così vita, realtà e moto al romanzo. Questo procedimento è reso sia attraverso un monopolio dialogico che muove le vicende con una decisa funzione narrativa, sia con una sintassi che sfiora un’ipotassi aggiuntiva, di continua superfetazione, una specie di barocchetto di leggera e dinamica metaforicità, a dirla con le loro furie estetiche “Chi vince o chi perde nel libertinaggio diffuso di oggi? Tra i forsennati di Tinder?  E’ un gioco a somma zero, un meccanismo che gira a vuoto? O è finalmente la manna per tutti, uomini e donne ?”. Questo lavorio non è mai tutto letterariamente pensato e scritto ma come avviene in poesia fa i conti quasi agonistici con l’autobiografia e la sua parole saussuriana, testimone di ogni porto sepolto. Inglese infatti come Gian Mario Villalta e Maria Grazia Calandrone fa parte di quella lieve schiera di poeti puri, per lunga formazione e militanza espressiva e teorica, passati alla scrittura romanzesca negli ultimi anni. La prima impressione alle nuove letture è che con stilemi diversi ma con lo stesso rispetto d’aura, del luogo del genere nuovo, questi scrittori sembrano voler compiere una specie di missione letteraria, quella di curare e riabilitare un Io narrativo nazionale piuttosto striminzito a causa di una diffusione di naturalismi ancora più scadenti perché di orma televisiva. I loro bisturi sono quelli affilatissimi del fare poetico, che ritagliano linguisticamente l’accaduto e l’accadente in una figuratività solida, parallela alla fluidità semantica memoriale. Il tipo di operazione di Inglese è l’assunzione di rappresentatività sociale delle sue storie e dei suoi personaggi, tanto da far pensare a una rappresentazione letteraria della arguta saggistica di Raffaele Alberto Ventura sul precariato globale e sui meccanismi più sofisticati della sua esclusione. Un taglio naturalmente politico di scrittura presente anche nel suo primo romanzo Parigi è un desiderio più personale e teso a oggettivare narrativamente le proprie vicende autobiografiche tra disillusioni accademiche alla Sorbona e la difficile sopravvivenza abitativa a Parigi. Inglese ha padronanza degli effetti espressivi del linguaggio, una facoltà da poeta che l’autore esercita con scioltezza anche sui molteplici piani che presenta la forma romanzo: spazialità, sistema temporale, progressione narrativa, caratteri, rete dei rapporti ecc. Egli la esercita in una modalità induttiva, i suoi protagonisti si perdono nel mondo culturale con la sua foresta di simboli finanziarizzati e in maniera quasi eroicomica, bipolare, sfiorando tragedie alla Buster Keaton, resistono, lucidano di pensiero continuo il loro talento come difesa personale. Alla fine la loro politicità è più seria di quella ufficiale perché accompagna queste disavventure precarie con quella polvere letterariamente dorata dell’autocritica severa, del dubbio dinamico rispetto alla propria rappresentanza del bello e del bene, fino alla lezione epigrammatica di Pagliarani del Siamo in troppi a farmi schifo. A volte le onnipotenze critiche possono essere il risvolto di adolescenze prolungate, di desideri indotti…alla fine Nina e Tommaso troveranno approdo nell’insegnamento. La pedagogia è la risorsa che fa continuare il mondo.

Andrea Inglese, La vita adulta, Milano, Ponte alle Grazie, 2021

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