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Autobiografia

di Roberto Corradino


corradino_1Allora. Nasco sotto il segno della Vergine il 2 settembre del 1975 nel Policlinico di Bari. Policlinico fortemente voluto dal Ducissimo.
Un mese prima che Pierpaolo se ne andasse, giusto il giorno dei morti. E della Vergine dopo anni di lotta ostinatamente contro il suo atavico perfezionismo frigido riconosco oggi orgogliosamente tutto il profilo del suo carattere non facile, ma per certo molto preciso. Precisar in portoghese significa aver bisogno. Anche in un italiano un po' più vecchio uno dei significati di precisare si apparenta all'omonimo portoghese. Abbisognare insomma. Della Vergine ho sempre mostrato il fianco, in quel suo abbisognare di controllo, perfezione e precisione. Cosa che mi ha di contro donato in modo continuo dai 14 anni in su la compagnia di depressioni coatte, che mi hanno accompagnato fino a qualche anno fa. Un enorme regalo della vita, che seppur agli inizi mi ha turbato e ribaltato per periodi anche abbastanza lunghi, nella più che ventennale confidenza con questa sorella maggiore, mi ha permesso invece alle lunghe di pacificarmi col dialogo interiore che inauguriamo fin dalla più tenera età noi, i cosiddetti artisti. Nasco col cordone ombelicale attorno al collo, cianotico, con la testa nera - il famoso sangue alla testa - , a rischio asfissia dopo due giorni di lotta con l'angelo, due giorni di acque rotte e io che mi rivoltolavo dentro di lei. Parto difficile, come ce n'è tanti, con l'aggiunta di un cesareo e del forcipe e di un "Cretina, spingi altrimenti muore!" e un' infermiera d'esperienza che salta sulla pancia di mia madre per scodellarmi in pista. Quaranta giorni di incubatrice e per un anno che io zitto non rispondevo a nessun vezzo, nessun richiamo mia madre mi lanciasse. Guardavo, mangiavo, dormivo, non piangevo mai - così mi ha raccontato mammà - lei invece avoja piangeva e credeva fossi rimasto scemo. Be, a 45 anni devo dire che forse avevo capito molto di quello che oggi, giorno per giorno mi capita di comprendere come se le "cose" che incontro, che mi capitano sulla via, le ritrovassi in un tascapane che ricordavo vuoto e invece no, un po' come le molliche di pane di Hansel e Gretel, un percorso a ritroso per ritornare a casa. Avevo capito tutto. In alcune foto del primo anno di permanenza qui sulla terra, ho lo sguardo quieto e composto pur sempre da infante - di chi si chiede "Ma come ci sono finito qui?". Quindi, non per fare sarcasmo semplice in questi tempi social, ma alla mia mamma che è già al di la dello specchio ora posso tranquillamente rispondere Mami, tuttapposto non ce l'avevo con te e non ero rimasto lesionato, no. Era solo che mi guardavo attorno e mi chiedevo dove fossi finito.

Un'infanzia felice, ricca, i miei entrambi professionisti, una normale famiglia piccolo borghese di cui non è rimasto nulla. Succede così. Alle elementari giocavo ancora a pallone, a sette anni scopro che mi interessano più i miei compagni di gioco.
A dodici anni - o quattordici forse - vedo Francesco, il film della Cavani su San Francesco con Mickey Rourke, e ho una specie di crisi mistica del tipo Ma che cos'è sta cosa che chiamiamo mondo? Mentre guardavo le basole antiche di pietra di una stradina del centro storico del mio paese appena lavate dalla pioggia e illuminate dal sole che era riapparso dopo la pioggia favoloso. E mi sembrava che lì ci fosse un segno di dio, rigorosamente con la minuscola, per me se c'è è un bambino che sorride e basta. Mickey Rourke nudo sulla neve nel francesco della Cavani. Ormoni impazziti e misticismo, combo perfetta direi.

Favoloso in The Wrestler, Mickey Rourke, gonfio sfatto, inabile socialmente, realmente intontito dalla vita, fatto davvero come quando si lancia dalle corde nell'ultimo incontro. E poi buio. Finisce il film. Perfetto, devo dire anche nelle uscite pubbliche degli ultimi anni. Vederlo fare shopping in tenute vagamente straight ma che occhieggiano un'identità fluida mi da un senso di pace profonda e la speranza - bruttissimo valore, il valore degli ultimi a cui hanno detto ora state buoni poi vi daremo la caramella - la speranza dicevo che c'è sempre una speranza in questo mondo umano di contribuenti mondiali e basta.

Ho amato i cartoni animati, la mitologia, greca, sumera, tutte le mitologie e la pittura da sempre. Le maschere. Si ho amato il travestimento sempre. Non tanto come questione di genere, ho fatto anche degli spettacoli en travesti ma non era un fatto di tacchi. In una Pentesilea ridotta in assolo il tacco - tacco basso, mai amato la sfida verticale virata in acrobatica ginnica, non mi è mai sembrata adatta a me, forse mi sbaglio ma credo che ne potremo parlare in un'altra vita - il tacco dialogava col mio petto villoso. Sopra maschio e sotto geisha. Ma una geisha povera, una geisha con le pianelle della zia, ecco. Valore enorme, la sapienza della povertà.

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photocredits©marcorichalbanese2017

Be, sono un uomo del sud, della generazione dei '70 l'imprinting gaio lo giocavamo ancora fra partite di calcio, avventure in bicicletta, soste in cui si faceva a gara a chi aveva più peli lì e Lady Oscar. Poi la biblioteca, li dove ho trovato un numero del Fuori, il Fronte Unitario Omosessuali Rivoluzionari Italiani e la mia prima copia de Il Teatro all'antica italiana di Sergio Tofano, una Bibbia per gli anni a venire, quando non sapevo che sarei collassato dentro questa cosa - vecchia - che ci ostiniamo a chiamare teatro ma che col teatro ormai intrattiene una relazione assolutamente liofilizzata. Mi viene sempre difficile far capire che i tremori educativi degli ateniesi davanti alle tragedie sono uguali a quelli che qualcuno provava a una sfilata del Bread & Puppets dei 70, mutatis mutandis e non a Un Giorno in Pretura o a Chi l'ha visto.

Dicevo, Roberto dipingeva. Così è entrato Roberto fra le tendine del teatro. Anni di pittura. E per non avere rotture di coglioni da mio padre soprattutto, mi iscrivo all'Università, Filosofia. L'unica chance per permettermi di dipingere quanto volevo senza noie e preparare esami in tre giorni. Anni di pittura strana, un figurativo che facevo sorgere direttamente dalle pieghe e dalle imbarcature dei fogli - dipingevo su carta da pacchi, più economica della tela - con acrilici. Ho ripreso a dipingere nel 2000 - ritratti - e ho ripreso di nuovo quest'anno. Autoritratti e miniature a tempera. Miniature strane, figure al limite tra la scrittura e la pennellata apotropaica, primitiva, una sorta di atto di esistenza. O di preghiere.

Ecco, sono alcuni anni che ho scoperto questo oggetto culturale, la preghiera.

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E sono molto interessato. Ma un passo per volta. Il teatro quindi. Scopro il teatro nel momento in cui pittura, scribacchiature - scrivevo - leggere poesia non mi bastava più, penso ora comincio a fare teatro, la posizione migliore per dire la mia, posso frullarci dentro tutto quello che faccio. E cosi è stato.
Ora tecnicamente sono, cioè faccio l'attore. Lo faccio perché a 42 anni esatti le domande che ti arrivano di notte o di giorno come ora al tavolo di cucina in cui sto scrivendo questa "biografia" - e devo dire che la cosa mi fa sorridere e non poco - le domande dicevo del tipo Si, ma io chi sono? cominciano fluidamente a farsi più frequenti e molto trasparenti. La trasparenza è quella qualità per cui dietro qualcosa vedi chiarissimamente che c'è altro. Il primo passo verso la psicopatia, la scala per la santità per altri, il semplice - sono ironico - lavoro su di sè, l'individuazione o l'integrazione dell'ombra secondo Jung. E con le citazioni abbiamo finito, credo.
C'è un ritratto di un mio compagno del 2005 su sfondo verde. È un pezzo che amo particolarmente. Perchè l'ho ottenuto con velature gialle su un fondo azzurro. Capolavoro. Non il pezzo in sè, non c'entra la megalomania narcisistica, almeno non qui. C'entra la possibilità di avere un'insegnamento - di prendere quella cosa come una preghiera, ecco - da un fatto semplice come stendere su un fondo di acrilico azzurro delle pennellate di giallo cadmio e veder apparire il verde. Stupendo.

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Non so perché, ma mi viene in mente quel bellissimo Per quanto tu possa camminare, i confini dell'anima non li troverai mai. Non riferisco di chi è, la citazione è una bruttissima abitudine culturale di noi figli della sera. Come l'ironia. L'ironia è il secondo veleno con cui vengo a patti da anni. Famo a capisse ::: parlo dell'ironia cretina, da meme oggi, degli ultimi trentanni.
Prima non c'ero, non posso parlarne. Ma ho paura che sia un difetto umano dalle origini. Per carità, i mortali hanno bisogno di esorcismi, figuriamoci. Ma l'ironia è piuttosto velenosa. Non ti mette davanti a una realtá che salta gli ordini come il comico, non è potentemente effimera come il sesso o un rave. Però è un potentissimo veleno intellettuale, che rende inabili e sposta la vita su un piano senza corpo. E noi siamo corpi, non menti.

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Il teatro entra nella mia vita - o io entro nel teatro, se è permesso - in una scuola di teatro in Sicilia dove riesco a vincere una borsa di studio. Due anni di corso li dove si posò Ortigia. E dove potei cominciare a praticare realmente il mio corpo. Sesso, teatro, bere. Mare, mangiare bene. Di li è stata una bella camminata - questo non sarà un elenco di tappe, di spettacoli fatti, una teatrografia, no - .
Sono solo pochi anni che comincio a realizzare che il mio compito è laterale. Non si tratta di fare capolavori o opere - altra parola che mi fa ridere - ma di fare cose. Lavori. Azioni. Composizioni. Aggiustamenti di tiro. Creare dispositivi a cessione energetica lenta. Risarcimenti di memoria collettiva. Ricariche. Ma soprattutto profezie. Una volta si chiamavano riti.
Il caso del fondo verde che era azzurro e con le velature gialle è diventato verde mi ricorda un'intervista a Carlo Carrà sulla sua pittura e per forza di cose sulla sua tecnica. Intervistato nel suo studio sul suo modo di procedere mostrò un quadretto, una marina all'alba o al tramonto. La barchetta, il capanno, l'orizzonte, il mare. "Vedi quest'alba? - una sottilissima striscia aranciata su una ancor più minima linea gialla su un ombra di bianco - l'orizzonte - che divideva il quadretto in due - Ecco, questo (il quadretto) è stato qui dieci anni. Solo stamattina sono riuscito a finirlo". È questo. Non importa quanto tu cammini, ma i confini dell'anima noi potrai raggiungerli mai.

Sono molto d'accordo. Non è un fatto mistico, è un fatto molto reale.

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Quattro sono i miei amori da sempre: Amelia Rosselli, Clarice Lispector, Friedrich Holderlin, Rainer Maria Rilke. Purtroppo se anche lontanissimamente non sento il loro odore in quello che vedo, quello che leggo ennò, non ce la faccio. Non è mio compito, appunto. Chagall ottantenne in un'intervista diceva che se per caso all'ingresso di una mostra, dopo i primi quadri, la chimica dei colori non lo convinceva - meglio - lo disturbava allora no, non era per lui. E non continuava. Ecco, sono al punto che posso smettere di continuare per inerzia. Eppoi essendo Pinocchio, io posso scantonare dove più mi pare. E allora appunto il teatro. Il teatro, questa lente pneumatica o goldengate da attraversare ogni volta con profonda coscienza di ruolo - è un po' sacerdotale la formula ma tant'è - questo punctum di convergenza energetica in cui si può programmare ben poco - e non parlo di prepararsi bene al micidiale, chè di quello deve trattarsi sennò ripetere a pappagallo azioni o battute, embè lo sanno fare anche le macchine - questo enigma - perchè doppiamo qualcosa che in vita facciamo normalmente? - cos'è questa finzione al massimo grado di accuratezza, talvolta fin nel colore di un calzino o nella temperatura di una luce, altre volte completamente aleatoria sia nelle cose da dire, che nei movimenti che nell'esito soprattutto - cos'è questo ritagliare un momento in cui ripetere, limare, assottigliare come il gioco delle onde sulle pietre del mare quello che siamo o pensiamo di essere? Brutta faccenda, il pensiero. Cosa che non ci riguarda. Anzi non ci guarda proprio. Arriva, si inanella, si riproduce come una valanga, continua e poi se ne va. Non parlo di pensiero strumentale o di facoltà del giudizio, Io mangio una mela. Parlo proprio di quando arriva il pensiero, da dove e perché.

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È un grande teatro, questo pensiero. Buio, tremendo, finale e sempre sorgivo. Ma può arrivare con la fanfara ed è sempre molto gioioso. Non può essere pesante, serio. Non credo. Quella si chiama rappresentazione. La gioia è una temperatura. È come una giornata al sole. Si sta bene. Qui di seguito darò un elenco e non esaustivo di cosa è stato il teatro tutte le volte che mi è accaduto, saranno cenni brevi, nomi e cognomi, la stenografia di 25 anni di passeggio dentro sta cosa che si chiama vita ::: Cacà Carvalho che seduto su una poltrona, da solo recita tre novelle di Pirandello, muovendosi soltanto sulla poltrona, tutte le posizioni possibili, fino a togliersi i calzini e rimetterseli in un gioco infinito di moltiplicazioni che solo quando da bambini si giocava con le scatole di cartone che diventavano case, garage, fortini e macchine, solo allora ho visto con la stessa chiarezza.

Poi ::: Nei leoni e nei lupi del Teatro Valdoca. Folgorazione. Li ho pensato Cazzo si, questo è il teatro. Indescrivibile. Difatti non ne scrivo.
Pepe Robledo in una scena di Gente di plastica di Pippo Delbono, è vestito da bambina, prende una bambola di pezza viene correndo verso il pubblico, getta la bambola per terra e ride. Come una bambina. Vera. Lo ripete, una due tre volte. Silenzio in sala. Cosa stava succedendo? Teatro, signori. Teatro puro. Per due minuti il mondo era fuori di sesto. Fa benissimo sentirsi come il principe amleto (con la minuscola, please, bisogna smetterla con tutte 'ste maschere, via)
L'Amleto (qui si maiuscolo, è il suo nome) veemente mollusco della ei fu Socìetas. Sei davanti a un'attacco terroristico che sta mettendo a dura prova il tuo mondo interiore tutte le tue certezze ma non vuoi smettere di guardare. Quanto siamo osceni, vero?
Un Aiace di Terzopoulos con tre attori, tre età che doppiano Aiace in tre momenti della vita. Stesso testo, stesse azioni tutti e tre. Arriva il momento della verità, Aiace realizza di aver sgozzato le sue pecore non i suoi compagni di guerra. Si vergogna. Prima partitura, la ripete l'attore trentenne. Bravo. Ripete la partitura il quarantenne. Bravo. Arriva il turno del vecchio (sessantanni? Settanta? Ottanta? O era veramente Aiace?). Prende il remo ripete le battute, comincia a colpirsi il petto. Non si colpisce davvero. Fa il segno, finge di colpirsi. E tu, io il pubblico piange. Perchè?
Lûs di Ermanna Montanari. Un esorcismo.
Rina Morelli in Così è se vi pare. Tutte le volte che entra, tutte le volte che apre la bocca. Nessuna immedesimazione, una macchina sentimentale fatta con la voce. Una metrica fatta di presenza.
Paola Borboni nella puntata di Match contro la Kustermann "Perchè io so lavare i piatti ma so anche entrare in una sala con uno straccio addosso e mettere ordine, con la mia sola presenza perchè io penso vi distruggo e questo accade. Ho resistito cara, capisci?" Immensa.
Potrei continuare, ma anche no.
Poi ci sono i rave, le manifestazioni, spostare le transenne, i funerali importanti, chiaramente gli allucinogeni ça va sans dire, il vino, gli uomini. I libri che non lasciano mai, amati adorati, tutti i libri. Poi Vai nei boschi: gli alberi e le rocce ti insegneranno quello che non troverai in nessuno dei tuoi libri. Bernardo di Chiaravalle. Un'aria finissima, sottile che crea un cortocircuito simile a un capogiro continuo nella mente. Soluzione da desiderarsi con tenacia assoluta.
Quando è arrivato il teatro per me?
Ok. Ero in ufficio da mio padre, lui era un piccolo imprenditore, voleva portarmi sulla sua cattiva strada, voleva, come tutti i padri del sud, orfani di guerra, che col boom avevano raggiunto la loro realizzazione professionale, voleva insomma instradarmi sulla cattiva sequela della primogenitura, sarei stato il prosecutore della sua ditta. Manco per il cazzo, era il mio più chiaro intendimento. In quegli anni mi voleva come segretario, io mai capito nulla di conti e di carte, avevo studi classici e appena finita la scuola di teatro cercavo di trovare il segreto delle tragedie come solo un bambino, un contadino può fare. Aprendo i testi leggendoli, senza nessuna scuola, personaggi ma solo armato di una testa durissima che voleva capire ed entrarci là dentro. Filottete di Sofocle. Sarà stato maggio o giugno - aria tiepida, bella luce - avevo cominciato dalla prima mattina e di buona lena l'operazione di decrittazione del testo, la storia è presto detta Odisseo e Neottolemo Pirro, il figlio di Achille vogliono recuperare l'arco di Filottete che per una ferita purulenta è stato abbandonato sull'isola di Lemno. Vogliono recuperarlo perchè un chiaro vaticinio ha predetto che Troia cade solo se sarà usato l'arco di Filottete. Be, chiaramente fingono entrambi di essere tornati - dopo vent'anni, eh Filottete era stato abbandonato sull'isola prima di sbarcare a Troia tanto era il fetore della piaga purulenta della sua gamba - essere tornati per salvare Filottete e riprenderlo. E così quando le diffidenze di Filottete calano, gli fottono l'arco. Io chiaramente ero solo, in questa solitudine dello studio di mio padre, che avevo cominciato a leggere - facevo tutti e tre i personaggi, dovevo darmi un senso nella lettura - e man mano che andavo avanti sentivo la necessità di farli parlare 'sti tre, Neottolemo, Odisseo e Filottete - tanto ero dentro l'azione e la seguivo, capivo le ragioni di tutti, e tutti e tre erano dentro di me. E quindi pian piano, prima biascicando poi entrando, entrando sempre di più nelle dinamiche mi rendevo conto di quello che sarebbe accaduto al povero Filottete, vecchio, zoppo e abbandonato da tutti. Che fine di merda, un eroe greco abbandonato per ventanni su isola deserta, da tutti i suoi compagni, begli amici e mentre, mentre leggevo mi frullavano in mente questi pensieri queste domande ero arrivato al momento in cui con un gesto rapido Odisseo fotteva a Filottete il suo arco.

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E lì cominciava la lotta, o meglio lo strazio, Filottete da zoppo mai avrebbe potuto raggiungere nè quel figlio di puttana di Ulisse nè tantomeno il giovane Pirro, il figlio di Achille. Di solito Pirro viene rappresentato mentre sgozza Priamo sull'altare di Atena, tra le grida della vecchia Ecuba. Sono questi i valori che ci hanno insegnato, che i giovani ammazzano i vecchi, che i figli devono uccidere i padri? Che bella civiltà di merda. E quindi mentre leggevo le maledizioni di Filottete verso Ulisse, l'indecisione di Neottolemo - nei giovani, si sa non tutto è perduto, talvolta - io mi calavo nel povero Filottete che si trascinava per tutto il cerchio dell'orchestra greca cercando di riprendersi il suo arco e le sue parole alle rassicurazioni ridanciane di Ulisse erano maledizioni e disperazione. Fino a quando Filottete si decide per le rocce, quali rocce? Le rocce a strapiombo sul mare dell'isola di Lemno e Ulisse gli grida Cosa fai dove vai vecchio pazzo? Seguivo il povero Filottete, vedevo Neottolemo preoccupato dal gesto che Filottete - si intuiva - voleva compiere, che Ulisse cercava di bloccare. Dove vuoi andare vecchio? Ed è stato lì che mi sono sentito dire, mentre i miei occhi cominciavano a inumidirsi Voglio raggiungere mio padre nell'Ade, voglio sfracellarmi la testa sulle rocce mentre vedevo la schiuma del mare e vedevo l'altezza dello strapiombo.
Entra mio padre. Con un colpo di chiavi secco - non lo avevo minimamente sentito salire le scale, eravamo al quarto piano, di solito lo sentivo già da quando apriva il portone d'ingresso giù al piano terreno - entra mio padre. Occazzo. Mi volto verso la porta, ci guardiamo. Ciao, mi dice e ciao rispondo. Mi guarda. Mi sarò asciugato con una velocità incredibile gli occhi. Ero seduto al suo posto, mi aveva beccato come si becca un ladro. Non ho mai capito cosa abbia pensato di me in quell'attimo, se ha sentito qualcosa. Ma non è importante questo. Io sì, ho sentito tutto. E quando mio padre ha aperto la porta, come in un risucchio temporale io sono stato trascinato via da Lemno, da quelle rocce, da quella spuma che si infrangeva sopra gli scogli, dalla mia gamba piagata li su quella sedia, tra le carte commerciali di mio padre.

Questo oggi - da sempre - è il teatro per me. Nei prossimi anni vorrei capire davvero però perchè viviamo. È un bel compito, arduo ma anche una bella chiusa per un inizio di biografia. Questa è l'ironia che non amo, ecco. Inutile e compiaciuta. No, invece credo che mi interesserò sempre di più alla preghiera, non credo resti altro da fare a noi terrestri.

Eppoi vorrei capire perché sono uscito da un tronco e in una cassa ci finiamo tutti.

Vostro, Pinocchio

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photocredits©micheleaustintomaiuoli2020
Premio Tuttoteatro.com/Dante Cappelletti 2020


n.d.r.: le fotografie sono dell’autore, ad esclusione di quelle per le quali sono stati inseriti i crediti

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