p. 49-55 > Il prepuzio di Cristo

Il prepuzio di Cristo. Primi appunti per un’autobiografia.

di Daniele Timpano –  16 novembre 2020

 

Daniele_Timpano

foto di Olivier Favier

 

daniele_timpano2

foto di Salvatore Timpano

 

Anch'io, come Gesù, sono circonciso. Il prepuzio di Gesù non so dove sia finito ma il mio prepuzio non c'è più: l'hanno gettato in fondo a un cassonetto verde o argento, non ricordo di che colore i cassonetti fossero in quegli anni, davanti al Policlinico Gemelli, a Roma, nell'86, '85 o '87, non ricordo bene. Avevo 11 anni. I miei genitori si erano separati pochi mesi prima, anche mio nonno paterno era morto pochi mesi prima, o morì poco tempo dopo, non ricordo. La mia impressione è sempre stata che questi tre traumi si siano verificati contemporaneamente - perché le disgrazie non vengono mai da sole – ed abbiano stravolto e cambiato il corso della mia piccola vita. E così è stato. In qualche modo io avevo ragione: il primo bacio e la prima fidanzata arrivano oltre 10 anni dopo, a 23 anni, con un ritardo sull’adolescenza che già allora era una anomalia, ed ho sempre cercato relazioni il più possibile durature e stabili; quella del lutto e della morte è una ossessione che è entrata precocemente in tutti i miei lavori ed è forse il principale argomento di fondo di tutti i miei testi e spettacoli, del senso stesso che do alla parola ‘dal vivo’ quando parlo di teatro; la malattia, la disfunzionalità, la fragilità pure mi interessano, ma ancora non sono riuscito ad incentrare uno dei nostri lavori sulla storia di questo prepuzio perduto, marcito chissà dove, cui ogni tanto ripenso con melanconia struggente. In più ho sempre avuto fascinazione e diffidenza per il corpo altrui ed imbarazzo per la mia e per l’altrui nudità, specie se in pubblico: non mi sono mai spogliato in uno spogliatoio, provo un istintivo fastidio per gli orinatoi negli autogrill o nei bagni pubblici, mi danno un po’ fastidio, anzi mi annoiano narrativamente quanto mi infastidiscono fisicamente, le scene dei film e delle serie in cui i personaggi fanno sesso interrompendo il filo della trama per propinarmi un po’ d’erotismo manieristico, odio i film di Almodovar, non ho mai guardato senza scalpitare uno spettacolo teatrale o di danza in cui qualcuno fosse nudo a fare cose, sia quando queste cose erano effettivamente provocatorie ed inutilmente urtanti, sia quando quella nudità aveva anche per me una ragione, un senso, una bellezza. Idiosincrasie, fissazioni, bigottismi e chissà cos’altro, si dirà, direte voi, dirai, starai pensando adesso tu, mio povero lettore di questo breve pastrocchiaccio autobiografico. Senz’altro, ti rispondo, è vero, lo so bene ed a volte me ne rendo conto anch’io, prendo le distanze intellettualmente da me stesso, metto le cose al loro posto, ed infatti raramente dico o faccio nulla e non obietto nulla. Tuttavia, questi pensieri psicotici, fin dai miei 11 anni, sono ogni giorno in me vivi ed operanti.

Ma tutto questo cosa c’entra col mio essere attore, regista e drammaturgo, tra i più affermati – così dicono – della mia generazione ormai a metà tra gioventù ed età attempata, a mezza via tra culla e tomba? Cosa c’entra? C’entra, c’entra. Perché prima di tutto, prima che un autore-attore ed un regista, sono una persona. Tutto quel che faccio o scrivo o penso, il mio stesso modo di stare in scena e al mondo, i movimenti del mio corpo, il ritmo che prende la mia voce quando parlo, la luce che ho negli occhi accesa o spenta, le energie che spreco o che rattengo, quello che leggo, guardo, ascolto da una vita, quello che amo e  quel che odio con ardore, quello che ho saputo imparare e quello che non ho voluto nemmeno tentare, dipendono dalla specifica persona che sono e dalla visione del mondo, sciocca o meno che sia, che mi sono formato, disperatamente vivendo, in questi miei primi e ultimi 46 anni disperati. C’entra dunque. Anche la scelta di fare teatro c’entra.

Già, perché quando ho cominciato, ormai una ventina d’anni fa, il mestiere del teatro era una scelta per disadattati. Il teatro dal vivo e la drammaturgia, intendo, non l’attore o lo sceneggiatore ma il teatro. Il teatro – da decenni percepito nell’immaginario collettivo, soprattutto italiano, o come una cosa morta, polverosa, inseparabile dall’immagine di matineé scolastici, poltrone rosse e signore ottuagenarie dell’alta borghesia in pelliccia, o viceversa visto come qualcosa di ancora più elitario, incomprensibile, intellettualistico, giovanilistico, fatto di urla, cavalli macellati in scena, videoproiezioni e velleità da quattro soldi – già a metà degli anni ‘90 non si presentava come una carriera promettente.

In realtà, da adolescente, avrei voluto fare il fumettista, professione che negli ultimi anni ha guadagnato molto credito e che in questi giorni mi consentirebbe di proseguire il lavoro in smart working invece di viver parcheggiato in attesa che riaprano i teatri, ma che tra anni ‘80 e anni ‘90 era ancora una scelta di vita abbastanza bizzarra e stravagante, e quasi socialmente inesistente; una scelta insomma – ancora una volta - da disadattato.

Ricordo che nelle cene di famiglia, quelle a Natale e Pasqua, ero preso in giro regolarmente come potenziale fumettista e illustratore ancora più che negli anni successivi come potenziale attore.

La mia non era una famiglia d’arte, no, tutt’altro, né particolarmente appassionata a nessuna forma d’arte. Nonni artigiani o commercianti, un padre militare, una mamma prima casalinga e poi commessa e poi in mille mestieri affaccendata per mandare avanti la casa e mantenere in vita e negli studi me e mia sorella. Una normale famiglia della capitale, tra il popolare ed il piccolo-borghese. Ogni tanto al cinema, a volte al Lunapark, una volta Villa D’Este, un’altra al Colosseo e l’estate al mare e la sera qualche volta in pizzeria, mai a teatro o ad un concerto.

Di teatro, così, prima di scoprirlo, avevo visto solo quello schifo che vedono un po’ tutti, e cioè niente: qualche spettacolo con la scuola, qualche serata ogni tanto, per provare, al Teatro Quirino o all’Argentina, o all’Eliseo, per vedere questo o quel testo di cui avevo letto a scuola o sentito un po’ parlare, i soliti Shakespeare e Pirandello, una volta Goldoni, un’altra volta un brutto Cecov e così via. Cose che avevo visto volentieri, con divertimento e con piacere, in mezzo a queste platee di anziani con la tosse, ma ne ero tutt’altro che entusiasta. Niente che potesse competere nemmeno lontanamente col fumetto, con la musica, con i film di animazione o con quelli di Bergman, Pasolini, George Romero o Ken Russell che amavo alla follia negli stessi anni.

La scoperta del senso del teatro avvenne in un teatrino romano a metà anni ‘90, forse il ‘94 o ‘95, non ricordo, con pochissimi spettatori in platea ed uno spettacolo con due soli attori in scena che facevano Macbeth e Lady Macbeth con un coltello da cucina ed una bacinella di plastica, pochissimi altri oggetti e poche luci. Soprattutto pochi spettatori. Non so se lo spettacolo si potesse dire bello, anzi probabilmente non lo era, ma so che all’amica che era venuta a teatro con me fece un tale orrore che sentii il bisogno profondo di difenderlo; tornando a casa ne parlammo insieme a lungo, scoppiò tra noi una guerra civile, bonariamente litigiosa, con lei a dire “No! Questo non è teatro!” ed io a difendere gli artisti con ardore. Perché, bello o brutto che fosse lo spettacolo, per me era evidente che qualcosa in quel teatrino per me era successo - tra noi e gli attori, tra gli attori ed il testo – ed era qualcosa di prezioso che non avevo trovato sino ad allora altrove.

Quella sensazione di esser lì, quel senso di tenerezza e di calore, l’impressione – un po’ romantica e idealistica, lo ammetto! - che per loro e noi quell’incontro potesse essere importante, parte della loro vita e della nostra. Quel senso di essere a teatro io, al Quirino e all’Eliseo, non lo avevo mai sentito. Laddove lo spettacolo mi appariva solo uno spettacolo, la messa in scena di un testo letterario, con persone che dicono e fanno cose, con bei costumi, dentro una scenografia, qui sentivo che c’era un tentativo di fare, no, di essere teatro; intuivo, o credevo di intuire, che quello che vedevo sulla scena coincideva con una scelta di vita e intellettuale degli attori, e che eravamo tutti quanti là, vicini, tutti persone tra persone. Ecco. Esseri umani, in un teatrino semivuoto.

 

ilaria_scarpa_web 

Ilaria Scarpa

foto di Ottantanove

 In seguito, per anni, ed alle volte ancora adesso, anche dopo spettacoli che non mi hanno entusiasmato, il momento in cui mi commuovo sempre è spesso quello degli applausi, quando mi chiedo – forse per empatia tra colleghi, merce rara più di quanto non si pensi e perciò quando la provo ne vado anche un po’ fiero! - se siano contenti davvero della serata e del lavoro, quanto siano stanchi, se li hanno pagati abbastanza, se andranno a mangiare insieme, se hanno qualcuno a casa che li aspetta, se faranno o meno la doccia prima di andare a dormire, dopo tanto sudore speso in scena. Ricordo benissimo di aver pensato esattamente queste cose dopo tre spettacoli per me importanti, nella mia esperienza di spettatore dal vivo: il Pinocchio di Carmelo Bene (nell’ultima versione con Sonia Bergamasco), Past Eve and Adam’s di Leo De Berardinis e l’unica volta che ho visto live Giorgio Gaber. La scelta definitiva di occuparmi di teatro maturò tra il ‘97 ed il 2001, anni in cui vidi questi ed altri spettacoli per me determinanti e cominciai a tentare di farmene di miei, dapprima nel disinteresse generale ed in totale auto-produzione, poi via via sempre più professionalmente finché, dalla stagione 2005/2006, grazie alla fortuna del mio secondo monologo, Dux in scatola, ed allo scandalo che fece al Premio Scenario dove fui accusato dalla giura (con sconcertante miopia) di apologia di fascismo, il mio lavoro superò finalmente le angustie del Grande Raccordo Anulare per proiettarsi, sia pure fragilmente, sulla scena nazionale.

Da oltre 10 anni il mio percorso artistico è confluito in una storia comune con quello di Elvira Frosini. Spettacoli come Zombitudine, Aldo morto, Digerseltz, Acqua di colonia,

 

daniele_timpano_macchina

Aldo morto

foto di Laila Pozzo

 

zombitudine

 Zombitudine

foto di Laila Pozzo

 

 acqua_colonia

Acqua di Colonia

foto di Ilaria Scarpa

 

Carne e Gli sposi sono stati i capitoli di questa storia. Nonostante questi per me, per noi, siano stati anni di lavoro, di riconoscimenti, di consolidamento, l’attuale situazione di pandemia mondiale ci ha riprecipitato in una situazione di fragilità dalla quale speravamo di esserci affrancati.

L’ultimo lavoro infatti, Ottantanove, sulla rivoluzione francese e la crisi della democrazia, produzione Teatro Metastasio di Prato, è in stallo, sospeso in un limbo tra la vita e la morte, con debutto sospeso e tournée azzerata. Anche se è pronto. Per la prima volta saremmo stati in scena con Marco Cavalcoli, esponente storico di spicco della generazione anni ‘90, quella che avevo conosciuto per la prima volta da spettatore quando cominciavo a scoprire il teatro contemporaneo. Ci abbiamo lavorato moltissimo, oltre due anni, ma siamo al momento – oltre che senza più lavoro in generale - senza un orizzonte di debutto.

Note biografiche

Daniele Timpano, nato a Roma nel 1974, è autore, regista e attore. Con Elvira Frosini fonda la compagnia Frosini / Timpano nel 2008. I loro lavori sono stati rappresentati nei più importanti teatri e festival in Italia e all’estero. Tra gli spettacoli della compagnia ricordiamo: la trilogia Storia cadaverica d’Italia, che comprende Dux in scatola, Risorgimento pop e Aldo morto, Reperto#01, Ecce robot!, Sì l’ammore no, Zombitudine, Alla città morta, Acqua di colonia, Carne, Gli sposi, Digerseltz e Ottantanove.
Con i suoi è stato finalista e vincitore di numerosi premi: Premio Scenario (2005), Premio Vertigine (2010), Premio VDA (2005), Premio Dante Cappelletti | Tuttoteatro.com (2008), Premio Rete Critica (2012 e 2020), Premio Ubu (2012, 2013, 2019). Nel 2013 il progetto speciale Aldo morto 54 realizzato in collaborazione con il Teatro dell’Orologio e Fondazione Romaeuropa (54 giorni di repliche dello spettacolo Aldo morto e 54 giorni di autoreclusione di Daniele Timpano in streaming in una cella ricostruita appositamente in teatro) ha vinto il premio ‘Nico Garrone’. Nel 2019 il testo di Ottantanove ha vinto la menzione Franco Quadri al Premio Riccione. I suoi testi sono pubblicati in Italia da Coniglio editore, Titivillus e Cue press.

download pdf