p. 46-48 > Soli 3 + (quell’altro)

Soli 3 + (quell’altro) di Norma Stramucci

Giuseppe Andrea Liberti

 

soli 3 cop2

È difficile anche solo immaginare la perdita di un figlio; figurarsi riuscire a parlarne, e ancor di più farlo attraverso il linguaggio della poesia. La morte di chi viene dopo di noi, benché sempre possibile nel gran guazzabuglio del mondo, non è qualcosa di accettabile, e pertanto le è propria un’indicibilità di fondo. Basterebbe questa considerazione spicciola per comprendere un certo disagio nel recensire Soli 3 + (quell’altro), opera che Norma Stramucci scrive dopo la scomparsa, per un incidente motociclistico, del figlio Andrea. Eppure, la densità della scrittura di Stramucci, che dopo l’esordio poetico con L’oro unto (Tracce, 1995) e un libro come Erica (Manni, 2000) si è dedicata anche alla narrativa e alla saggistica, merita grande attenzione, tanto più in mesi come quelli che stiamo vivendo, nei quali la dimensione del lutto diventa purtroppo sempre più familiare a tante persone, che leggano o meno poesia. L’autrice di Recanati offre un esempio di come si possa affrontare un tema estremo con un volume ampio ma non eccessivo – almeno dal punto di vista della quantità dei testi proposti – dall’impianto ben congegnato.

La sezione di apertura, Sole ladro, rende visibile l’impatto con la scomparsa, il trauma che questa provoca e l’impossibilità dell’accettazione pacifica della fine, per mezzo di una serie di meccanismi linguistici reiterativi che mettono in versi l’ossessione del pensiero per chi non c’è più. Ecco allora il tornare continuo, per pagine e pagine, della formula «il figlio mio», la cui assenza sembra essere compensata da questa come da altre ripetizioni, sulle quali si costruiscono interi componimenti o loro sequenze: si veda, per esempio, il gioco tra «cazzo» e «bello» a partire da una frase del diario di Andrea, «Cazzo, quant’è bello il mondo!» (p. 21), oppure la costante chiusura con i dimostrativi («e penso al tuo pensiero in un momento / quello», p. 22; «Non è più casa / questa», p. 25). Quello che si dipana è uno ‘sproloquio’ che come tale non cerca la riflessione o il momento di lucidità, ma anzi lascia campo libero – ancorché, per il paradosso della scrittura, controllato – alle tensioni generate dalla perdita. Non è difficile immaginare una destinazione orale di questo lungo monologo: chi ha avuto la possibilità di assistere a una lettura dal vivo di Stramucci sa quanto l’orizzonte della performance sia nelle corde della sua scrittura, e Sole ladro sembra in effetti pensato per un’esecuzione oscillante tra il grido e la pronuncia a denti stretti delle parole del lutto.

Stramucci, tuttavia, non si limita a dare voce al proprio dolore; piuttosto piazza di fronte agli occhi del lettore brandelli di un privato non destinato alla lettura pubblica, come le pagine del diario di Andrea. Allo stesso modo, nella seconda sezione, Fuoco al sole, le poesie – frammenti di un faticoso avvio di elaborazione del lutto e per questo meno irruente da un punto di vista metrico e sonoro – sono costantemente intervallate dalle riflessioni di Paolo e Ilaria, fratello e sorella di Andrea, e da ulteriori passaggi del diario del mancato. C’è spazio persino per delle autocitazioni, come quando si recupera un testo di L’oro unto dedicato al figlio per capovolgerne il messaggio di speranza in malessere: il «collare / di piume rosso-ciliegia» che avrebbe dovuto indossare il bambino in crescita si tramuta in un «collare spesso / di cuoio», che ha la puzza e il «colore di una / cipolla di Tropea andata a male» (p. 48); e c’è spazio per un fotogramma, un dettaglio della carta d’identità di Andrea dove si indica la sua volontà di donare organi e tessuti. Questa piccola tessera grafica entra in circolo con le righe in cui Ilaria commenta la donazione della cornea del fratello a due ragazzi e con la poesia di Stramucci, che commenta da un’angolazione materna l’evento. Sono tutti fili di una trama composita ma non disordinata, che ricostruisce, come nota nella prefazione Raffaele Donnarumma, «non solo la rete dei lutti individuali, ma anche di un’elaborazione collettiva alla quale, in un certo senso, prende parte lo stesso Andrea, come se lui stesso potesse affermare la sua presenza» (p. 10). Punti estremi di questa volontà di un solo canto corale si rivelano i casi di riprese esplicite delle prose di Ilaria nei versi: si veda, più avanti nel libro, la «fioritura ormai sbiadita» (p. 123) che recupera il seguente passaggio: «La fioritura è ormai svanita, se ne gode solo a tratti, comunque sbiaditi» (p. 121). Si avverte, in questa operazione, una necessità di unire le voci per superare la mancanza.

Voce non registrata, perché ancora incapace di parole, ma comunque partecipe della vita di Norma Stramucci è Lavinia, la figlia di Ilaria nata pochi mesi dopo la scomparsa di Andrea, e il cui arrivo fa da contrappunto alla presa d’atto di una morte. «La piccinina», che compare in tanti momenti di Soli 3 + (quell’altro), anima le giornate della neo-nonna scissa tra la gioia di una nuova vita e la tristezza per quella finita; il suo contributo al dialogo famigliare si esprime con gesti puri che spingono Stramucci a interrogarsi sul mistero della vita e della morte, a coglierne lo stretto legame mai così evidente come in questa drammatica esperienza: «Lei piange forte, che vuole sua madre. / Io piango forte, che voglio mio figlio. / Nessuno ci vede. Le canto con dolcezza. / Le indico il cielo. Si parlano i nostri cuori. / Calma si addormenta. / E con lo spago di mia figlia / rimetto insieme i pezzi della mia testa / in questo Natale assurdo / in cui un bimbo una bimba sono nati / mentre Erode ne uccide tanti altri» (p. 54).

Alcuni dei nodi emersi nella seconda sezione si rafforzano nella successiva, All’ombra rotonda del sole. In primo luogo, il sentimento di una presenza che non passa, come se Andrea fosse sempre in procinto di tornare a casa («e intanto ti preparo / -che tu arrivi tra poco / la bistecca per cena», p. 112); strettamente connesso a questo, una visione della morte come trasformazione, che però non significa ‘reincarnazione’ del defunto in altro, bensì cambiamento che interessa chi resta: «Ieri mi hanno detto che la morte non è morte / ma una trasformazione. Io di trasformato / ho l’intestino, il fegato, la faccia. L’umore» (p. 102). Se Andrea non può essere ritrovato nel mondo naturale – eccezion fatta per le nuvole, che però rimandano a un regno celeste – è anche perché la religiosità di Stramucci è più tormentata che consolatoria. Lo stesso immaginario cristiano, dal pettirosso di Cristo al Pater Noster, viene accolto solo dopo tante torsioni, che consentono alla poetessa-madre di avvicinare (e avvicinarsi a) la figura di Andrea attraverso una individualizzazione dei grandi simboli di una fede: così, per il primo caso citato, «un pettirosso / a tuo padre si avvicina / e gli preparo l’uovo sodo. / Non lo avrei mai fatto, prima. / Mi dicono che devo lasciarti andare. / Ma c’è neve fuori e il pettirosso ha fame» (p. 57); mentre la riscrittura della principale preghiera cristiana esordisce con un «Padre mio che sei nei Cieli» (p. 117) che rende il rapporto con Dio assolutamente personale.

Nell’ultimo squarcio di questa cicatrizzazione spirituale, Andrea rimane nella memoria e negli occhi della madre – e come potrebbe essere altrimenti? – che ne accetta però il passaggio a un mondo diverso, dal quale può affacciarsi per donar momenti di felicità ai suoi cari. Sarà un’ombra, visibile solo attraverso uno sguardo che sappia «guardare / quello che non si vede» (p. 128), e allo stesso tempo il «chicco del campo / di grano», il «respiro di una bella giornata / […] carezza di vento e bacio di pioggia» (p. 133). Il libro si congeda da noi con questa sequenza di sensazioni positive e rigeneranti: lettrici e lettori prendono parte al saluto ad Andrea, e se un aspetto terapeutico c’è, in questa scrittura, non sarà confinato all’esperienza della singola madre, di Norma Stramucci, ma a tutta una comunità che attorno a questa storia di fine e inizio, messa in scena con ogni mezzo e tono adoperabile dalla poesia del nostro tempo, ha saputo stringersi.

Norma Stramucci, Soli 3 + (quell’altro), Osimo, Arcipelago Itaca, 2019.

 download pdf