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“Ciò che resta”. Archivi digitali alla prova del tempo

Emmanuela Carbé

 

L’articolo fornisce una breve riflessione sull’obsolescenza del digitale, in riferimento soprattutto al tema degli archivi di scrittrici e scrittori contemporanei.

PAROLE CHIAVE: archivi nativi digitali, obsolescenza del digitale, letteratura contemporanea

The article provides a brief contribution on the theme of digital obsolescence, particularly in relation to the born-digital archives of contemporary writers.

KEYWORDS: Born-digital Archives, Digital Obsolescence, Contemporary Literature

 

Nell’aprile del 2014, dopo una campagna di scavi in una discarica del deserto di Alamagordo, New Mexico, furono riportate alla luce le cartucce di quello che è considerato uno dei più brutti videogiochi della storia, oggetto di culto tra gli appassionati del settore. Si trattava di E.T. the Extra-Terrestrial, pubblicato frettolosamente da ATARI alla fine del 1983 sulla scia del clamoroso successo del film di Spielberg. Le vicende legate all’azienda, con la sua crisi degli anni Ottanta, e la curiosa ricerca delle cartucce nel deserto sono raccontate nel documentario Atari: Game Over di Zak Penn (2014): potremmo derubricare il tutto come curioso aneddoto per amanti di videogiochi, se non fosse che quei pezzi di plastica assumono evidentemente un valore simbolico legato alla repentina obsolescenza dei dispositivi tecnologici, che si trasforma in valore economico (le cartucce vennero messe all’asta) e infine in testimonianza di un’epoca vicinissima eppure lontana, finendo per entrare nei cataloghi di alcuni musei.

Alla veloce obsolescenza di supporti e dispositivi si affianca il problema del salvataggio dei contenuti digitali, su cui si aprono criticità di ogni tipo che con l’avvento del web si fanno via via più multiformi e complesse: un caso paradigmatico è legato agli attacchi terroristici dell’11 settembre, il primo evento storico di rilevanza mondiale che ha prodotto una grande massa di dati-memorie digitali (e-mail, video, audio, etc.), tanto da spingere la Library of Congress ad annunciare, appena un mese dopo gli attentati, il “September 11 Archive”[1], in collaborazione – tra gli altri – con Internet Archive. Conosciuto oggi in tutto il mondo per la sua Open Library (ad accesso integrale libero, non senza polemiche, durante alcune settimane dell’attuale pandemia), Internet Archive viene ricordato soprattutto per la Wayback Machine, un sistema di archivio avviato nel 2001 per il salvataggio di pagine web, cui si affianca Archive-IT, per l’archiviazione completa dei siti web, utilizzato anche dai Magazzini Digitali italiani.[2] Nel panorama sopra descritto non si sottrae la riflessione specifica legata alle forme della  testualità[3], tanto più che al tema del web archiving si aggiunge quello particolarmente delicato dei social network, di cui si occupò la stessa Library of Congress già nel 2010, lanciando un progetto di archiviazione dei contenuti prodotti su Twitter a partire dal suo anno di fondazione (2006). Perché un’istituzione come la Library of Congress avrebbe dovuto conservare un archivio di tweet? Le ragioni venivano spiegate in un commento di Matt Raymond, pubblicato del blog della Library of Congress poco dopo l’avvio del progetto:

Le collezioni della Library of Congress includono oggetti come il primissimo telegramma, inviato dall’inventore del telegrafo Samuel F.B. Morse […].  Queste e altre collezioni hanno lasciato scorci di vite della gente comune, arricchendo così la conoscenza del contesto degli eventi pubblici registrati nei documenti governativi e nei giornali. I tweet individuali possono apparire insignificanti, ma visti nel loro insieme possono essere una risorsa per le generazioni future per comprendere la vita nel 21° secolo[4].

L’istituzione cambiò rotta sul finire del 2017, quando il volume dei tweet risultò decisamente fuori portata e fu deciso di ridimensionare il piano di conservazione, avendo già dodici anni di testimonianze integrali più che sufficienti a documentare il fenomeno[5]. Non senza ironia Amanda Petrusich commentò per il «New Yorker» il comunicato della Library of Congress («chiunque abbia trascorso del tempo su Twitter capisce cosa è successo», Petrusich 2018), spiegando le evidenti criticità legate alla gestione archivistica di questi materiali:

la biblioteca non ha ancora capito come indicizzare o gestire in maniera efficiente la sua collezione di tweet; il costo per organizzare e gestire adeguatamente una grande quantità di informazioni è spesso sottovalutato. […] Nel 2013, l’esecuzione di una singola ricerca dei primi quattro anni di Twitter ha richiesto ventiquattro ore. “Si tratta di una situazione inadeguata per iniziare a offrire l’accesso ai ricercatori, in quanto limita fortemente il numero di ricerche possibili”, ha ammesso la biblioteca. (ibidem)

Problemi di sostenibilità e di gestione di una grande mole di materiale digitale si verificano anche quando si circoscrive il campo agli archivi di personalità, la cui morfologia negli ultimi decenni sta innegabilmente cambiando. Se ci soffermiamo sul caso specifico degli archivi di scrittrici e scrittori, l’evoluzione e la moltiplicazione dei supporti lasciano pensare che l’officina dell’autore stia producendo da ormai molti decenni archivi ibridi, in taluni casi quasi interamente nativi digitali. La prima tappa storica di questo percorso è segnata naturalmente dall’arrivo del personal computer, che per il 1982 viene scelto dal «Time» come personaggio dell’anno (“Machine of the Year”)[6], e che ha modificato le abitudini di scrittura con il graduale abbandono della macchina da scrivere. Ne consegue l’avvio di una produzione di archivi personali apparentemente immateriali, salvati via via su hard disk di computer, floppy disk, CD-ROM, chiavette USB e su altri dispositivi. Paradossalmente è più facile che parte di questi archivi si sia salvata in una forma diversa, ad esempio grazie a stampe di file, e dunque attraverso un passaggio dal digitale all’analogico che, come negli opposti processi di digitalizzazione (ma anche, va detto, negli stessi processi di migrazione in ambiente digitale), necessariamente implica una perdita di informazione. La seconda tappa è l’utilizzo da parte dei privati dei servizi Internet e in particolare del World Wide Web (il primo sito web è del 1991), con tutte le evoluzioni a cui abbiamo assistito in questi decenni e che hanno portato a una radicale trasformazione dei nostri rapporti con la rete (ancora il «Time» sceglie “You” come personaggio dell’anno per la copertina del 2006, dove il pronome è incorniciato in uno schermo del computer, seguito dalla didascalia «Yes, you. You control the Information Age. Welcome to your world»)[7]. Gli epistolari si trasformano in e-mail (il primo messaggio di posta elettronica risale già al 1971),[8] progressivamente arrivano esperimenti di newsgroup anche di argomento letterario, così come le newsletter, i forum, i blog personali e collettivi[9], e infine i social network[10]. Assistiamo poi a una trasformazione delle modalità di storage dei dati, spesso salvati utilizzando servizi cloud e talvolta direttamente nelle piattaforme social, che assumono in questo senso la funzione di archivi personali di memorie.

Una delle più approfondite analisi dei rapporti tra scrittori e computer si deve a Matthew G. Kirschenbaum e al suo ricchissimo volume Track Changes, il cui decimo capitolo, intitolato “Ciò che resta” (What remains)[11], ripercorre la storia di alcuni archivi nativi digitali e commenta dei casi editoriali molto discussi di edizioni postume tratte da floppy disk e altri supporti: The Salmon of Doubt, di Douglas Adams, 2002; il secondo romanzo inedito di Ralph Ellison, Junetheeth, 2005, i cui materiali completi vennero pubblicati nel 2008 sotto il titolo Three Days Before the Shooting, e The Pale King di David Foster Wallace, 2011.[12]

Nel 2009 un gruppo di ricercatori coordinato da Kirschenbaum pubblicò il report di un progetto sul nativo digitale d’autore finanziato dal NEH Office of Digital Humanities. Partecipavano al lavoro diverse istituzioni: la MARBL (Manuscript, Archives and Rare Books Library, Emory University), che aveva acquisito l’archivio di Salman Rushdie; l’Harry Ransom Center (University of Texas), che già a quell’altezza conservava diversi archivi, tra cui quello di Michael Joyce[13], e il MITH (Maryland Institute for Technology in the Humanities, University of Maryland). Così dal documento:

Tra i principali autori con almeno un po’ di materiale digitale nelle collezioni dell’Emory o del Ransom Center […] – ci sono Russell Banks, Samuel Beckett, Lee Blessing, John Crowley, Robert De Niro, Michael Joyce, Thomas Kinsella, Bernard Kops, Norman Mailer, Terrence McNally, Tim O’Brien, Salman Rushdie, Ronald Sukenick, Leon Uris, Alice Walker, e Arnold Wesker. L’evidenza aneddotica dalle nostre conversazioni con archivisti di altre istituzioni suggerisce che anche altri abbiano iniziato ad accumulare fondi nativo digitali da personalità molto importanti. E certamente questo fenomeno non farà che aumentare (John Updike, per esempio, il quale è venuto a mancare durante la stesura di questo report, è noto per l’uso del personal computer dalla metà degli anni ’80; allo stesso modo David Foster Wallace lavorava abitualmente su un computer)[14].

Il caso di Salman Rushdie è uno dei più citati in letteratura, anche perché rappresenta un esempio pionieristico di flusso completo che a partire dall’acquisizione dei materiali arriva alla messa a punto di una sala di consultazione virtuale del fondo, garantendo un effettivo accesso all’utenza (Carroll et al. 2011). Il materiale è stato acquisito dalla Emory University alla fine del 2006: si tratta di un archivio ibrido, costituito da un centinaio di metri lineari di fondo cartaceo e da materiali digitali. In questo caso dunque vengono conservati sia i contenuti sia i supporti, che sono un Mac Performa (contenente al suo interno anche una directory chiamata “OLD MAC”, con file provenienti dal primo computer di Rushdie, risalente ai primi anni ’90), due portatili (Mac Powerbook) e un hard disk esterno con una copia di materiali di un computer non donato. Nel corso della fase di acquisizione venne organizzata un’intervista all’autore, per ottenere informazioni sul contesto di provenienza dell’archivio (Carroll et al. 2011: 64). Il gruppo lavorò sulla prima macchina, il Mac Performa, per sviluppare un framework basato su aree rigorosamente separate: si inizia con l’acquisizione dell’immagine disco, passando poi alla realizzazione di una copia master dell’immagine che assicura la conservazione a lungo termine, creando successivamente una copia di lavoro, finendo con un’ultima area, che rappresenta l’effettivo archivio per l’utente. Per l’accesso ai contenuti fu scelta da un lato la strada dell’emulazione del computer, dall’altra quella della migrazione dei file, nella consapevolezza che entrambe le strategie hanno punti di forza e di debolezza. Venne dunque costruito un ambiente completo che emulava il vecchio Mac Performa e i suoi software, in modo che i file, sebbene prodotti con applicativi ormai obsoleti, potessero essere correttamente processati in una copia virtuale del computer dell’autore; nel contempo l’archivio venne migrato nel formato PDF (non senza qualche criticità per le e-mail generate con il programma Eudora e per i file dei fax), e si operò una prima catalogazione dei contenuti. Venne realizzata una piattaforma accessibile esclusivamente, anche per volere dell’autore, da un computer della sala di consultazione: da un lato l’utente può navigare su una ricostruzione esatta del computer di Rushdie, dall’altro può ricercare i singoli file testuali attraverso un catalogo con serie e sottoserie e un motore di ricerca che lavora sui file in formato PDF.

Nel saggio di Carroll et al. 2011 vengono menzionati i problemi relativi a gruppi di file (riguardanti ad esempio un diario personale) che l’autore aveva chiesto di escludere dalla consultazione. Naturalmente non stupisce che un archivio di persona contenga materiale sensibile, ma per molte ragioni in un ambiente digitale si possono verificare situazioni molto complesse. Lo stesso Kirschenbaum, nel già citato capitolo What Remains, ricordava:

Accedere al computer di qualcun altro è come trovare un passepartout per la sua casa, con la libertà di aprire armadi, cassettiere e cassetti della scrivania, di sbirciare gli album di famiglia, di vedere cosa è stato ascoltato di recente sullo stereo o in TV, persino di setacciare ciò che è stato lasciato nella spazzatura. Se è vero che i materiali di scrittura analogica a volte incorporano anche il proprio archivio […], ci sono differenze qualitative quando si parla di media digitali. Il principio dell’archiviazione dei dati nello stesso mezzo e formato dei programmi che ne fanno uso è un principio basilare dell’architettura informatica, formalmente istanziato nel cosiddetto modello di Von Neumann, che ha dominato la progettazione dei sistemi informatici per tutta la seconda metà del XX secolo. (Kirschenbaum 2016: 215)

Oggi sono sempre più numerose le esperienze di archivi che accolgono materiali di questo tipo, tuttavia sul versante italiano le notizie sono sparse e frammentarie[15]. Sul fronte della conservazione si segnala almeno il progetto PAD - Pavia Archivi Digitali: nato nel 2009 da un’idea di Beppe Severgnini, il quale ha donato per primo una copia dei contenuti provenienti dal computer personale, a oggi conserva gli archivi di Silvia Avallone, Franco Buffoni, Paolo Di Paolo e Francesco Pecoraro[16].

Nel giugno del 2017 si tenne a Bari, in occasione del convegno di AIUCD – Associazione per l’Informatica Umanistica e la Cultura Digitale, una tavola rotonda coordinata da Paul Gabriele Weston, Archivi digitali d’autore: ipotesi di lavoro[17]. Ne uscì una riflessione di carattere interdisciplinare, che coinvolgeva ambiti di ricerca diversi e da cui emergeva la necessità di formare un gruppo il più possibile ampio per un lavoro condiviso sul digitale d’autore. Da quell’esperienza è nato oggi il progetto di AIUCD chiamato ALDiNa (Archivi Letterari Digitali Nativi), la cui prima iniziativa sarà quella di avviare una mappatura di materiali effettivamente conservati in archivi e biblioteche italiane.

Per ogni archivio d’autore il destino può essere dettato dal caso e dalle coincidenze. È noto ad esempio il curioso salvataggio, negli anni ’80, di materiali che dalla casa editrice Bompiani stavano andando al macero: si trattava di autografi di Moravia, Alvaro, Marotta e Tonino Guerra, recuperati e portati a Pavia grazie a Maria Corti, la quale all’ingresso della casa editrice notò dei pacchi che venivano caricati su un camion (Corti 1997: 41). In un’intervista di Jean-Claude Carrière, alla domanda «la tua casa va a fuoco: sai quale opere cercheresti di proteggere?» Umberto Eco rispondeva: «dopo che ho parlato così bene dei libri, lasciami dire che io mi porterei via il mio disco rigido esterno di 250 giga, che contiene tutti i miei scritti degli ultimi trent’anni»[18]. La notizia non sorprende, ma per estensione è facile immaginare che esistano moltissimi preziosi materiali digitali di scrittrici, scrittori e intellettuali, forse almeno in parte già custoditi (ma non ancora messi in sicurezza) tra i fondi cartacei di archivi, biblioteche e fondazioni. Facciamo in modo di non perderli.

 

Bibliografia

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Carbé Emmanuela (2018), Digitale d’autore: un archivio possibile?, in Brigatti Virna, Cavazzuti Anna Lisa, Marazzi Elisa (a cura di), Archivi editoriali. Tra storia del testo e storia del libro, Milano, Unicolpi, pp. 209-216.

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[1] Se ne dà notizia sul sito della Library of Congress, nell’archivio delle news, all’indirizzo <https://www.loc.gov/item/prn-01-150/sept-11-web-archive-announced/2001-10-11/>. L’annuncio rimanda alla pagina <september11.archive.org>, che oggi rimanda al progetto “Understanding 9/11. A Television News Archive” (si può tuttavia recuperare un’immagine del 2001 grazie alla Wayback Machine di Internet Archive, per cui cfr. infra). Notizie sulla collezione “September 11, 2011, Web archive” sono disponibili all’indirizzo <https://www.loc.gov/item/2004564800/>. La Library of Congress assicura la preservazione di diversi archivi dell’11 settembre nati sul web, tra cui il “September 11 Digital Archive”, cfr. Brier - Brown 2011.

[2] https://www.bncf.firenze.sbn.it/biblioteca/web-archiving/

[3] Così Gino Roncaglia: «l’introduzione e la diffusione del personal computer prima e delle reti poi offrono ai testi supporti diversi da quelli tradizionali, diversi in primo luogo dalla carta stampata e dai libri. La pagina è sostituita dallo schermo, i caratteri stampati si trasformano in bit. (…) Se consideriamo il passaggio da oralità a scrittura come la prima, fondamentale rivoluzione nella storia dei supporti e delle forme di trasmissione della conoscenza, il passaggio dal volumen al codex, dalla forma-rotolo alla forma-libro, come una seconda tappa essenziale di questo cammino, e la rivoluzione gutenberghiana come suo terzo momento, si tratta della quarta rivoluzione che interessa il mondo della testualità» (Roncaglia 2010: VII).

[4] Raymond 2010. Qui e successivamente le cit. sono presentate in una traduzione di servizio.

[5] L’accordo tra Twitter e la Library of Congress è dell’aprile del 2010 <https://blogs.loc.gov/loc/files/2010/04/LOC-Twitter.pdf>, mentre l’aggiornamento sulle nuove politiche di acquisizione risale al 26 dicembre 2017 <https://blogs.loc.gov/loc/2017/12/update-on-the-twitter-archive-at-the-library-of-congress-2/>. Su testualità digitale e social web si segnala il recente contributo di Federico Meschini, Testi e conversazioni. Il racconto collettivo dei social network (Meschini 2020).

[6] «Time», 3 gennaio 1983.

[7] «Time», 25 dicembre 2006

[8] Cfr. Jaillant 2019, che in questo saggio introduttivo racconta anche la sua esperienza di consultazione dell’archivio di e-mail di Ian McEwan, conservato presso l’Harry Ransom Center. Tra i numerosi progetti per la preservazione di e-mail si segnala quello della Stanford University, ePADD,.

[9] Cfr. Iannuzzi 2009.

[10] Si veda ad esempio l’inchiesta di Andrea Lombardi su Scrittori e Facebook, apparsa su «Le parole e le cose» tra febbraio e marzo 2016.

[11] Kirschenbaum 2016. Una selezione si può leggere nella traduzione italiana di Greta Mazzaggio all’interno del recente volume Teoria e forme del testo digitale (Zaccarello 2019: 85-94).

[12] Kirschenbaum 2016: 221-223.

[13] Cfr. Kiehne et al. 2005; Stollar Peters 2006.

[14] Kirschenbaum et al. 2009a: 3, ma vd. anche Kirschenbaum et al. 2009b.

[15] Se ne dà un breve ragguaglio in Carbé 2018. 

[16] Weston, Carbé, Baldini 2020; Weston et al. 2019.

[17] Feliciati et al. (2018).

[18] Carrière - Eco 2017. Ancora Umberto Eco, in una sua bustina di Minerva: «Non sono un passatista. Su un hard disk portatile da 250 giga ho registrato i massimi capolavori della letteratura universale e della storia della filosofia: è molto più comodo ricuperare da lì in pochi secondi una citazione da Dante o dalla “Summa Theologica” che non alzarsi e andare a prelevare un volume pesante da scaffali troppo alti. Ma sono lieto che quei libri rimangano nei miei scaffali, garanzia di memoria per quando gli strumenti elettronici andranno in tilt» (Eco 2009).


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