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What’s in a name?

In ricordo di Milli Graffi

 Andrea Cortellessa

           Milli Graffi è morta lavorando. Posso testimoniarlo, perché nelle ultime ore di vita mi scriveva del suo affanno nel rispettare i tempi che si era data, o che aveva concordato col distributore della sua creatura, «il verri»: per il quale mi sollecitava a consegnarle, con tutta urgenza appunto, dei testi. Non voglio dire che vada annoverata nelle statistiche dei “morti sul lavoro”, perché ignoro in effetti le circostanze precise della sua morte; ma, se così fosse, questa sarebbe piuttosto emblematica della trasformazione micidiale che oggi conosce il mondo del lavoro, non solo quello “culturale” (ricordo il suo penchant imprevedibile per Luciano Bianciardi).

           Perché quei ritmi di lavoro, che tanto la stressavano, come tanti di noi se li era imposti lei: sfruttatrice e sfruttata di se stessa. E, amaro giro di vite della sorte, proprio in nome di un’indipendenza che ha finito per essere la sua catena. Credo non solo io le avessi suggerito a più riprese di cercare un editore, per la rivista alla quale aveva finito per dedicare tutte le sue energie, così da sollevarla dalle brighe amministrative e organizzative e da consentirle di dedicarsi al lavoro intellettuale, alla scrittura, alla “produzione dei contenuti” come si dice. Ma troppo le premeva l’indipendenza, gestionale oltre che di pensiero, di questa che era anche un’insegna “di famiglia”, lo stigma di una genealogia. E questa indipendenza, appunto, ha finito per ritorcersele contro.               

         Il lavoro, già. Le parole che sto scrivendo appariranno su una rivista dedicata a un poeta, Elio Pagliarani, che questo feticcio ideologico novecentesco aveva scelto di mettere al centro del suo cantiere letterario (metafora interessante, quella del “cantiere”…). Proprio a Pagliarani, per inciso, aveva deciso Milli di dedicare quest’ultimo numero del «verri» che mi aveva chiesto di coordinare. Un poeta da lei distante mille miglia, quanto potevano essere diametralmente opposti i loro rispettivi, storici punti di riferimento: al Brecht dell’uno contrapponendosi il Carroll dell’altra, al Majakovskij di Elio il Chlebnikov di Milli (anche se potevano condividere l’intransigente materialismo del “loro” Darwin). Le «parrocchie» della poesia sono espressioni della medesima Chiesa, certo, ma come si vede si riconoscono in liturgie, paramenti, riti quanto mai diversi gli uni dagli altri.

         Eppure Milli – così apodittica nei giudizi, intollerante nelle idiosincrasie, autoritaria nelle scelte – negli ormai tanti anni dedicati al «verri», che è il contesto in cui più ci siamo frequentati, non dirò che si fosse “addolcita”, ma certo aveva mostrato maggiore disponibilità all’ascolto del diverso da sé. La stessa scelta di dedicare un numero della rivista a Pagliarani, in effetti, parla in tal senso. Restava inalterato, però, il temperamento – altri direbbe il destino – iscritto nel suo nome. Il suo primo libro di poesia, nel ’79, programmaticamente volle intitolarlo Mille graffi. L’intenzione di graffiare non le era mai venuta meno; e quelle unghie ha continuato ad affilarsele sino alla fine. Forse era subentrata in lei, però, la consapevolezza che la stoffa del mondo, di quei graffi per quanto profondi volesse impartirli, mostrava di curarsi sempre meno.

          Un episodio emblematico è datato al 2012. Eravamo alla fine del percorso della collana fuoriformato presso l’editore, Le Lettere, col quale eravamo già riusciti (grazie all’abnegazione di Cecilia Bello Minciacchi, Eugenio Gazzola e Daniela Rossi) a raccogliere le opere di autori come Vittorio Reta, Corrado Costa e Patrizia Vicinelli. E volevamo chiudere il cerchio con l’ultima superstite di quella couche, Giulia Niccolai. Quella cioè che, per “parrocchia” se non per temperamento, si può considerare fra i più prossimi punti di riferimento letterari di Milli. La quale, quando le prospettai questa opportunità, si mise infatti subito al lavoro, ancora una volta: col puntiglio e la dedizione che le appartenevano. Il libro, Poemi & Oggetti, venne davvero bene; ero contento, in particolare, vi si fosse potuto almeno in parte recuperare il libricino dei tempi eroici del Mulino di Bazzano, Poema & Oggetto (che in seguito Milli restaurò integralmente, per le “sue” Edizioni del verri) che al nostro dava il titolo, e alcuni dei cui «poemi tautologici» verbovisivi contenevano, materialmente, i “veri” oggetti cui si riferivano. L’antologia de Le Lettere comprendeva fra l’altro la pagina, di quella plaquette del ’74, in cui era inserito un “vero” spillo da sartoria. E mi raccontò Giulia di come, un bel giorno a Firenze, lei e Milli – come due spigolatrici, merlettaie o cercatrici di pulci – si fossero industriate ad artigianalmente traforare le pagine delle copie stampate, una a una, mettendo mano a una bella cesta di spilli. Un vero e proprio re-enactement dei riti esoeditoriali, tante volte dagli interessati rievocati, del Mulino di Bazzano.

          Ma, al momento di andare in stampa, l’editore si mostrò allarmatissimo alla prospettiva che qualche lettore potesse ferirsi i preziosi polpastrelli, con quel pungente «poema tautologico»; e così quella ragguardevole opera poetica e filologica rischiava di vedersi bucate le ruote ancor prima di cominciare il viaggio. Credo fosse stata proprio di Milli, però, l’idea di risolvere la micro-querelle bucando la pagina con lo spillo ominoso per poi estrarlo, smussarne la punta, e infine reinserirlo al suo “posto” in quell’impaginato così tornato, almeno “fisicamente”, inoffensivo. Era la sigla perfetta di un’esperienza editoriale che, tra i suoi compiti, s’era dato quello di contribuire a realizzare un museo della recente avanguardia letteraria italiana; ma anche l’apologo più pungente di come l’avanguardia di quel tempo, a dispetto delle contumelie degli avversatori, malgrado tutto sappia ancora pungere; nonché della forma dimidiata e “smussata”, però, in cui oggi le è consentito circolare (com’è destino dell’avanguardia, sempre, quando si fa «arte da museo»). 

          Il nome ulcerante di Milli Graffi, con tutto quanto si portava dietro, è stato per lei non meno di una persecuzione. Diceva Giorgio Manganelli che era uno «pseudonimo quadratico» quell’importuno che, anagraficamente e contrattualmente, firmava i suoi libri; ma anche Milli detestava con tutte le sue forze quella letteratura che, a dispetto di tutta la teorica acqua passata sotto i ponti del Novecento, all’esperienza biografica del soggetto, e alla sua Warheit, ancora demandasse la propria esistenza. Si aveva un bell’insistere con lei che, come ha insegnato una volta per tutte Kafka, «confessione e bugia sono la stessa cosa. Per poter confessare, si mente. Ciò che si è non lo si può esprimere, appunto perché lo si è; non si può comunicare se non ciò che non siamo, la menzogna». Non voleva saperne di mandar giù quell’io-«cavicchio», «il più lurido di tutti i pronomi», l’«idolo tarmato» che tanto faceva indignare Carlo Emilio Gadda. Per aggirare la trappola dell’io, nel titolo di un altro suo libro, Fragili film uscito nell’87, aveva nascosto l’anagramma del suo nome e cognome: così inserendosi nella segreta tradizione manieristica che rilega, nel Novecento, la sezione aurea composta da Alì Oco de Madrigal, Onisammot Iflodnal e Tonio Cavilla. Un gioco, certo. Ma Milli, come il “suo” Palazzeschi (altra passione in comune con Elio…), sapeva di giocare col fuoco: e così, alla fine del film, ci ha mostrato tutta la sua fragilità.

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