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La temperanza insonne di Sara Ventroni

Cetta Petrollo

 

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Le poesie che compongono questa nuova raccolta di Sara Ventroni (Le Relazioni, Aragno, 2020) sono state scritte e pubblicate quasi tutte in varie riviste negli anni dal 2002 al 2018, e dunque precedono e si accompagnano alla precedente raccolta, La Sommersione, edita sempre per Aragno nel 2016.

Dall'architettura della raccolta e dalla datazione dei testi, traspare un complesso lavoro di rielaborazione e di montaggio: il libro si articola in due parti suddivise al loro interno in una overture amicale - Tre ottave e altre per Elio - e sette successive sezioni con al centro La loro insonnia, poemetto finora inedito.

L'avvio del libro, una serie di poesie dedicata alla Relazione che apre su tutte le altre, segnando l'inizio della propria formazione - e sdoganamento che traspare dalle citazioni - quella con Elio Pagliarani di cui Sara fu assistente per dieci anni dal 2002 all'anno della sua morte, è una fioritura a caldo di parole, ritmi e presenze, sipario che si apre splendidamente e, insieme, segna, e disegna, lo stacco della crescita.

L'emozione intellettuale diventa carnale nel richiamo forte del dialogo fra esperienza già storicizzata  ed esperienza  privata. La "foglia di bosso" è narrazione di un ricordo ma è anche lacerto del Promemoria a Liarosa, il "Sole di marzo" è favola scritta ma è memoria contadina che si allunga da un secolo all'altro, il "Bisonte" è l'immagine reale della pipa di schiuma ma è anche l'epigramma dattiloscritto dall'assistente nelle pause della conversazione, la "Pietà oggettiva" è l'insegnamento vitale libero dalle ideologie ma è insieme la poesia da lei più amata di tutte, e, infine, il "fegato e il nervi saldi" di Sara sono compagni della "bile" e degli "umori" di Pagliarani, il suo stare ferma senza esagerare nel disgusto (come non ricordare "ma questa faccia mamma gli assomiglia" del Pagliarani delle Cronache?)  alla "temperanza " e "all'abitudine" de La ragazza Carla.

          Dall'intreccio, che trascina il lettore e lo porta, sin dal titolo con l'omaggio alle Ottave del diario milanese di Pagliarani, dentro all'urgenza e alla necessità del dire, in "intuizione fisica della forma della realtà" come osserva Andrea Cortellessa, si prosegue nel viaggio del poi, viaggio vario e spesso accidentato per inciampi e schermature linguistiche: ad essere ricordati sono gli incontri dei quali è pieno il tempo fuori dalla propria interna lievitazione, la copertura che protegge la pelle ("E così, saliva su saliva la crosta si forma/ intorno alla carne viva(saliva su saliva si forma la crosta, la deriva)/ perché è vitale essere avvolti/ da solide sostanze apparenti").

          I reperti non sono più quelli che punteggiavano La sommersione, cappelli, borsette, sterpi, vetri rotti, tende strappate, ma le occasioni umane, i viaggi, gli incontri, le letture di poesia, anche queste rivisitate in un presente già consegnato alla memoria,  e raffreddato dalla distanza  e dalla blindatura dello sguardo,.

          Le letture rieditano il pubblico di balestriniana memoria con i suoi appuntamenti in giro per il  mondo disseminati dei dialoghi con gli altri e degli altri ("Mi chiede a che tipo di animale/ credo di assomigliare"; "Ti ho spiegato che ho paura di volare tu hai detto/ fatti una birra. Ivan ci ha comprato due lecca-lecca"; "Per favore mettiti gli occhiali da sole - le dice"; " Ho parlato così tanto da verniciare le tue parole") discussioni politiche ("dici che sono classista e non posso smentire") attraverso luoghi simbolo delle rovine contemporanee pubbliche (“26 aprile 1986./ I mesi, le settimane, i giorni successivi al fatto/ (il nome esatto dell'impianto era Lenin") e private ("Tornavamo con caviglie bianchissime,/ a cena all'alba a via Cavour tu mi aprivi la portiera/ e io scendevo da tutte le scale della tua auto-/ mobile così magra con gli occhiali da sole") dove si intravvedono presenze di donne straniere e stranianti (Sophia? Saphira?) fissate nell'attimo del passaggio esperenziale.

          La loro insonnia, breve poemetto finora inedito, è situato al centro della raccolta e costituisce il perno intorno a cui ruotano le altre sezioni, centro vibrante per innominata definizione emozionale, seconda pausa dopo l'ouverture iniziale, dove la morte si insinua ferocemente non più mitigata dal calore dell'iniziazione ("ma avremo sempre qualcuno/ accanto/ che per le ascelle ci prende e ci infila in un taxi/ togliendoci la morte dalle scarpe"; "non farmi più morire/ di paura. Siamo ricche/ di niente")

Chi sono dunque gli insonni di Ventroni, quelli che vegliano l'attesa della morte?

          Siamo forse noi stessi che ritroviamo in quest'insonnia, nelle parole dell'insonnia, le ragioni di vivere bruciate tutte le aspettative, sminuzzate nella perdita di riferimenti? "Di notte lavoro al muro con il martello, il malepeggio/ lascio accesa la luce della cucina fino all'alba - un faro che non punta a largo ma appiombo/ per accecare l'insonnia dell'invalida".

          O sono le altre presenze femminili descritte in prossimità della morte e ad essa vocate? "Emily è stata presa./ Voleva morire facendo la muleta/ contro un parcheggio di macchine,/ armata di un cappotto di tweed".

          O infine sono i guardiani che proteggono gli amati con l'esercizio della cura e la burocrazia della protezione casalinga? "Fate la guardia con una vestaglia./ La vita ci lascia lo spioncino sul portone/ il medico per le ricette, mobilio di formica/ e una poltrona di velluto impolverato".

          Il ritmo della raccolta e la sua forza necessitante che ce la rendono così disperatamente vicina è proprio nella  tensione implacata fra le emersioni fiduciose e le chiusure, le pause nella prossimità della fine, fra le calde disseminazioni del cuore e le resistenze della mente, dove presenze letterarie (Helene, Alice Toklas, Apollinaire, Matisse) e presenze reali si confondono e Le Camere sono esercizio di sopravvivenza verso una nuova, sempre ambita e mai raggiunta, Relazione con se stesse ("essere donna non è un accidente casuale/ (a tentare di pensare di agire/ sotto il segno di questa scoperta").

          Giacché le apnee ("Tante volte immagino di morire/ come Marat in una vasca bianca./ Colori di marmo, braccia arrese:/ gioia che manca")  e i respiri ("Ogni giorno penso che oggi è/ un giorno regalato, tutto tiene/ tutto, il bosone di Higgs conferma:/ ci si appartiene"), le conclusioni ("Perché così non c'è nemmeno/ da riprendersi, da ricominciare,/ c'è solo da consumarsi come candele/ capovolte durante l'accensione") e le rinascite ("È  necessario l'incanto/ non si può fare senza")  sono l'interno motore che ci accompagna, sempre e comunque, nonostante e oltre le relazioni. 

 

Sara Ventroni, Le relazioni, Torino, Aragno, 2019

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