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Edoardo Sanguineti e il gioco paziente della critica

 Giuseppe Andrea Liberti

 

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Da diverso tempo gli studiosi e le studiose dell’Università di Genova si occupano dell’opera di uno dei più significativi docenti della storia dell’ateneo ligure, che ha avuto però in sorte di diventare anche un protagonista assoluto della letteratura italiana secondo-novecentesca: faccio riferimento, come sarà già chiaro a qualcuno, a quel grande poeta e critico, lettore e polemista che fu Edoardo Sanguineti, sul quale non mancano ormai studi rilevanti – primo fra tutti, il fitto commento a Laborintus prodotto da uno dei curatori del volume di cui qui si ragiona, Erminio Risso – ma il cui corpus di scritture attende ancora di essere riscoperto e messo a disposizione di un pubblico più vasto di quello dei cacciatori di tesori di rarità bibliotecarie.

Edoardo Sanguineti e il gioco paziente della critica è uno dei primi risultati di un progetto di ricerca che ha per ora portato alla pubblicazione di una porzione corposa della bibliografia generale di Sanguineti. Il volume, curato da Gian Luca Picconi e dal già citato Risso, raccoglie articoli e scritti critici comparsi in quattro diverse riviste: «Sempre Avanti!» – l’edizione torinese dell’«Avanti!» –, «Numero», «il verri» e «marcatré». Tutti i testi sono accompagnati da succinte note dei curatori, che oltre al rimando bibliografico completo offrono utili indicazioni sui volumi e gli autori che vengono di volta in volta convocati da Sanguineti, sia per sostenere con ulteriori argomenti la propria tesi nel corso di una polemica, sia per puro piacere del gioco citazionistico.

Pagine giovanili si assommano a quelle firmate da un poeta di riconosciuto, ancorché discusso, valore, e tutte testimoniano un impegno intellettuale mai settorialmente confinato alla letteratura. Il primo articolo recuperato risale al 1948: neppure diciottenne, l’allora studente recensisce… un film musicale sovietico, a dimostrare un interesse precoce per espressioni estetiche diverse. Molto attento alle trame politiche che si celano dietro testi di filosofia e saggistica, Sanguineti offre letture non scontate di testi poi divenuti classici del pensiero d’opposizione, come Eros e civiltà di Herbert Marcuse – del quale approva l’innesto di concetti francofortesi (la «repressione addizionale», il «principio di prestazione») sulla teoria di Freud, ma che non di meno denuncia in quanto rivalutazione dell’irrazionalismo (pp. 158-159) – e prende nota degli elementi positivi rintracciabili in libri reazionari, come quando mostra di apprezzare l’affondo sul denaro di Norman Brown nel suo La vita contro la morte, per il resto riconosciuto quale esempio di irrazionalismo scientifico in chiave antimarxista (pp. 172-174).

          S’intende che una parte considerevole di queste schede è dedicata alla letteratura, con alcuni autori e argomenti che diventano oggetto di plurimi interventi. È il caso di Kafka, la cui Lettera al padre è oggetto di una prima nota del 1953 dedicata a metterne in luce l’ambivalenza, e che torna poi a essere indagato sull’onda dell’edizione dell’Epistolario curata da Ervino Pocar. Ma grande è anche l’attenzione agli studi danteschi, come quello di Cecil Grayson dedicato alla ridefinizione del rapporto tra Commedia e opere in prosa, o quelli raccolti negli Studi su Dante di Erich Auerbach, che Sanguineti mostra di apprezzare per la loro capacità di assumere come centrale il concetto di ‘figura’, ma che allo stesso tempo riconduce a un libro suggestivo ed energico, eppure spesso impressionistico e poco dialettico come Mimesis (pp. 148-149). Nelle sue recensioni (pp. 61-63), Sanguineti si dimostra capace di giudizi mai accomodanti: Aaron di Antonio Corsaro viene ricondotto a un estetismo «più facile e nostrano» che alle vette di Valéry; La Terra e Marte di Giuseppe Basacci presenta un eccessivo moralismo a fronte di troppe incertezze stilistiche, mentre convincono, pur nella loro divisione interna tra toni ancora post-montaliani e nuovo ‘prosaismo’, le Poesie d’apertura di un poco più che ventenne Sergio Salvi.

          E tuttavia, bisogna rilevare, con Picconi e Risso, che «forte è per Sanguineti […] l’imperativo di un confronto con la realtà, della visione della letteratura in relazione dialettica con le condizioni materiali; ma tutto ciò non serve a chiudere e a limitare, bensì ad aprire il discorso critico, i cui esiti sono tutt’altro che già scritti e prevedibili» (p. 16; corsivo mio). Insomma, la letteratura entra in un discorso ampio di «critica globale della cultura, della quale opportunamente l’interpretazione letteraria è un aspetto in grado di dare il proprio contributo» (ibidem). Il rapporto sul primo incontro del Gruppo 63 a Palermo, la partecipazione al dibattito sulla «cultura d’opposizione» (il volume propone peraltro in appendice la sbobinatura di una tavola rotonda con Mario Spinella, Umberto Eco, Sanguineti e altri interlocutori), il confronto con Albino Galvano sull’estetica di Tolstoj (pp. 178-204), sono certo tra gli episodi più significativi di questa idea totale di critica, ma – e non è cosa scontata al giorno d’oggi – la stessa critica letteraria viene discussa in quanto momento della battaglia culturale, nella quale ogni posizione, ogni suggerimento di lettura, ogni ipotesi interpretativa giocano un ruolo. Lo dimostra già il caso poc’anzi menzionato di Mimesis, ma si pensi anche alle considerazioni su Vita di forme e forme di vita nel “Decameron” di Giovanni Getto (relatore, si ricordi, della sua tesi di laurea a Torino), che nel suo insistere sulle «“componenti espressive” del testo, sopra i rapporti tra “struttura” e “linguaggio”, sopra i modi concreti della “composizione” di una singola novella o di una intiera giornata» (p. 98), testimonia di un modo nuovo di affrontare il testo letterario, contribuendo all’uscita da contrapposizioni tra ‘poesia’ e ‘struttura’ debitrici della scuola crociana.

          Fungono da corollario al «gioco paziente» alcuni contributi che affrontano il Sanguineti critico e storico della letteratura, e che dunque attivano i materiali raccolti da Picconi e Risso avvicinandoli a ulteriori testi del ‘chierico organico’. Si ricostruiscono così preferenze di lettura, tra le quali spiccano l’indagine di Giordano Rodda sul rapporto con l’opera di Teofilo Folengo, a partire ovviamente da Triperuno, e il lungo intervento di Simona Morando sui «sospettosi sentimenti» del Nostro «verso gli studi barocchi tout court» (p. 264; con l’avvertenza però che «lo studioso, non il poeta, deplora il barocco come categoria e come produzione letteraria», p. 283), e si individuano interessi critici, come quello per Boccaccio, al centro di numerosi saggi degli anni Settanta ripercorsi da Luigi Surdich (vale la pena riflettere sul fatto che «è su occasioni offerte dalla letteratura critica attuale, attualissima, che Sanguineti si sente sollecitato a intervenire», p. 244; rileggere Boccaccio vuol dire ancora una volta intervenire e prendere posizione in un dibattito pubblico), e per Tommaso Landolfi, che rappresenta un vero e proprio «caso», come recita il titolo del contributo di Paolo Zublena. Pur non congeniale, da un punto di vista ideologico, a Sanguineti, che vede nella sua scrittura «la rappresentazione dell’inerzia e soprattutto dell’accidia come marchio morale dell’intellettuale post-romantico e decadente» (p. 298), di Landolfi vengono non di meno apprezzate le prime prove («parla senz’altro di “inizio folgorante, stupendamente maturo”», p. 299); soprattutto, l’ambivalente autore del Dialogo dei massimi sistemi viene giudicato, al netto delle tare ideologiche e prospettiche, imprevisto compagno di strada, sia pure lontano, di chi cerca una via alternativa al «mainstream della narrativa italiana novecentesca – dalle sue corde più tradizionali, sia da quelle più piane sia da quelle più espressionistiche» (p. 296). C’è poi spazio per una bella ricostruzione, a cura di Niva Lorenzini, del rapporto tra Sanguineti e Ungaretti, che comincia con una recensione alle traduzioni di Gongora del ‘vecchissimo ossesso’ e si snoda poi in comuni interessi per Pound, Soffici poeta, fino ad arrivare al reciproco riconoscimento di valore con lo studio sanguinetiano intitolato Documenti per Ungaretti e con l’apprezzamento di Laborintus da parte del poeta d’Alessandria d’Egitto.

          Chiude il libro un ricordo, anzi, una «piccola memoria» di Tommaso Ottonieri, che contatta prima epistolarmente il «gran Sangui» (così a p. 313), per tramite di Mario Persico, per poi incontrarlo a Roma e a Genova, dove gli studenti del professor Sanguineti, che «ogni anno affiancava la lettura di una cantica dantesca a quella di un libro appena uscito» (p. 316), leggono il suo Dalle memorie di un piccolo ipertrofico, comparso nel 1980. Ottonieri ragiona, nelle ultime pagine, del complesso rapporto di questo ‘padre’ della poesia contemporanea con le generazioni più recenti, che a lui hanno guardato e guardano tutt’ora come a un esempio, un modello, per quanto irreplicabile: un rapporto quasi negato e si direbbe evitato, giacché «nella sua (mai rinnegata) visceralità anarchica, di fatto escludeva (per fermissimo ethos) che esistessero discendenze, o che, maestro e padre, non voleva in fondo discendenti» (p. 318). Cercò di apporre il sigillo della fine adottando «l’attributo di novissimo nella sua etimologia di “ultimo, estremo”»; eppure, è stato lui ad aver insegnato «a mai dire mai» (ibidem). Mi pare la conclusione giusta per un volume che permette di inquadrare gli albori di un percorso intellettuale destinato ad assumere, per citare le parole di Franco Vazzoler, «una posizione sempre più centrale nella sistemazione storiografica della seconda parte del Novecento» (p. 5).

 

Gian Luca Picconi, Erminio Risso (a cura di), Edoardo Sanguineti e il gioco paziente della critica. Scritti dispersi 1948-1965,
Milano, edizioni del verri, 2017

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