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Il mare appassito: La ballata di Rudi di Elio Pagliarani

di Marianna Marrucci

 

 

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Nel 2018 le edizioni dell’Università di Novi Sad hanno pubblicato una monografia sulla Ballata di Rudi di Pagliarani. Si intitola Il mare appassito: La ballata d Rudi di Elio Pagliarani. È la rielaborazione, a distanza di diciotto anni, della tesi di laura del suo autore, Christian Eccher, che subito in apertura dichiara la natura particolare del lavoro: «rileggendo quanto avevo scritto da studente mi sono reso conto, con stupore, non solo di quanto il saggio sia ancora attuale ma anche che Pagliarani aveva previsto, con largo anticipo e lungimiranza, ciò che sarebbe successo alla società italiana nei primi due decenni del nuovo Millennio» (p. 5).

La struttura del libro risente della sua genesi di scritto accademico: procede ordinatamente da un inquadramento generale all’analisi dell’opera. E l’autore non ha emendato neppure certi elementi che possono suonare ingenui e che, in un certo senso, assumono la funzione di figure dell'elaborazione giovanile. Queste scelte radicano il lavoro in prospettiva rispetto alla sua origine, con la quale evidentemente (ed efficacemente) si vogliono esibire i legami, per mostrare una duplice attualità: quella dell’opera e quella della lettura critica, l’una precorritrice dell’altra.

Dopo due capitoli di inquadramento dell’attività intellettuale di Pagliarani nel contesto storico-culturale degli anni Cinquanta e successivi (Pagliarani nel contesto storico e letterario degli anni Cinquanta e Pagliarani fra avanguardia e sperimentazione: gli anni Sessanta e la produzione poetica successiva), Eccher mette la lente sulla Ballata di Rudi, alla cui analisi dedica quattro capitoli. Anche nel focus sull’opera il procedimento è di tipo deduttivo, con un’introduzione che tocca i punti fondamentali a livello compositivo, strutturale, stilistico e tematico (La ballata di Rudi: strategia compositiva e nodi tematico-stilistici principali) e un successivo sguardo ravvicinato alle diverse parti dell’opera (nel quinto e nel sesto capitolo), preceduto tuttavia da un capitolo di approfondimento sul Doppio trittico di Nandi (Rosso, corpo, lingua, oro, pope, papa, scienza: il Doppio Trittico di Nandi). Chiude la monografia un capitolo in cui La ballata di Rudi (ma, più in generale, tutta l’opera di Pagliarani) viene proiettata in un’area «geopoetica» della world literature: facendo riferimento alle tesi del comparatista slovacco Dionýz Ďurišin e alla categoria di «centrismo interletterario», Eccher situa Pagliarani oltre i confini nazionali, in assonanza con autori come Eliot, Brecht, Majakovskij, Pavese. D’altra parte la vocazione transnazionale del critico, declinata in una postura militante, era già tutta nella dedica del libro: «a tutti coloro che ai confini di Stato o davanti a una frontiera ancora aspettano, tremano o sperano» (7).

Il libro ha alcuni pregi. Il primo è la contemporanea insistenza tanto sui legami della Ballata di Rudi con la storia italiana quanto sulla necessità di proiettarla in una dimensione che esula dai confini delle letterature nazionali: allo stesso tempo radicata dentro coordinate spazio-temporali precise e circoscritte (l’Italia del secondo Novecento, indagata puntando lo sguardo sulla riviera romagnola e sulla città di Milano) e dotata di una portata simbolica più ampia, che esce da quelle coordinate; scrive Eccher che Pagliarani in quest’opera «prende in analisi un piccolo consorzio umano ben sapendo che esso riflette, nei rapporti che legano fra loro gli individui che lo compongono, le leggi che stanno alla base dell’intero sistema sociale» (p. 118). Il secondo merito è la valorizzazione, nell’economia complessiva della Ballata, del Doppio Trittico di Nandi (che però viene annoverato tra i tasselli concepiti fin dall’inizio per entrare nell’opera, ridimensionando così il valore di Rosso corpo lingua come poemetto autonomo), fino a interrogarsi sul ruolo del personaggio di Nandi e a formulare l’ipotesi che sia lui il vero protagonista dell‘opera. E proprio nell’interpretazione delle peculiarità dei personaggi della Ballata di Rudi risiede un ulteriore punto di forza di questo lavoro. Osserva giustamente Eccher che le storie dei vari personaggi si intrecciano tra loro e si interrompono all’improvviso, si perdono senza che sia possibile un loro sviluppo (e dunque la costruzione di un’identità); osserva anche che, inoltrandosi nell’opera, i personaggi che compaiono nelle ultime sezioni sono privi di un nome proprio, figure anonime della polverizzazione sociale dell’ultimo scorcio del Novecento.  E se anche (anzi, proprio perché) l’epigramma che chiude l’opera è un «disperato urlo d’amore», certamente La ballata di Rudi non è un’opera a lieto fine.

Proprio alla differenza tra i finali Eccher fa appello per rimarcare la distinzione tra i due “romanzi in versi” di Pagliarani. A suo parere, infatti, nella conclusione della Ragazza Carla «il corpo, reso più aggressivo dalle calze di nylon e dal rossetto, serve a Carla per riprendersi ciò che ancora le può dar gioia, quello che può farla almeno in parte uscire dall’alienazione, il rapporto – magari superficiale o addirittura soltanto fisico – con un altro essere umano» (pp. 16-17), precisando più avanti che, mentre «nella Ragazza Carla c’era un lieto fine, nell’opera edita nel 1995 esso scompare: Carla riusciva a recuperare un rapporto con il proprio corpo e nella propria giovinezza trovava un antidoto con cui contrastare, almeno in parte, l’alienazione che le derivava dalle lunghe giornate trascorse nell’ufficio del signor Pratèk» (pp. 51-52). Non condivido del tutto questo giudizio. Credo, infatti, che le differenze, che pure ci sono a vari livelli, debbano essere cercate meglio altrove o guardate da diversi punti d’osservazione: la prevaricazione e l’alienazione che Carla subisce riguardano il corpo tanto quanto la violenza di cui sono vittime le figure femminili della Ballata di Rudi, dalla signora Camilla, che «non dorme più», alle operaie della Siemens, costrette a un ritmo deciso da altri per sfruttare «ogni movimento dei muscoli», fino alle entraîneuses, descritte dallo stesso Eccher come «novelle schiave della maschilista borghesia in viaggio d’affari o alla ricerca di svago, la sera, nei locali milanesi» (p. 119). Se di lieto fine si tratta, quello della Ragazza Carla a me sembra un lieto fine a rovescio: Carla impara a indossare calze e rossetto dalla sorella Nerina (la quale – ricordiamolo - è «con la pancia/ con lo schiaffo sulla guancia/ del marito che lavora»), ovvero si lascia colonizzare compiutamente da un modello di comportamento femminile che fa perno proprio sull’alienazione del corpo.

Più in generale trovo in questo lavoro, pure pregevole per le ragioni di cui ho detto sopra, il rischio di appiattire sulla storia della composizione della Ballata di Rudi le evoluzioni della Storia che l'opera racconta e mette in scena – e che, certo, ha influito sull’elaborazione, la revisione e il montaggio delle diverse parti; ma il montaggio non rispecchia esattamente la cronologia della composizione, che è quanto mai complessa, stratificata e di difficile ricostruzione.

 

Christian Eccher, Il mare appassito: La ballata di Rudi di Elio Pagliarani, Novi Sad, Filozofski Facultet, 2018

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