p. 9-17 > Sulla poetica di Vito Bonito ne "La vita inferiore"

Sulla poetica di Vito Bonito ne “La vita inferiore”

Stefano Bottero


ABSTRACT

This essay aims to analyse the poetics of Vito Bonito’s plaquette La vita inferiore. Particular attention will be given to the critical reading of the philosophical undertextual system, considered in it’s ontological implications. The perspective of analysis will be that of a comparative consideration, aimed at identifying significant conceptual nodes at a theoretical level, and at describing the formal implications of such a plant; the references of Franz Kaka, Sandro Penna and Antonella Anedda will be fundamental in this sense, as will the Heideggerrian theoretical consideration. Through the dual deepening of the content and substantial-literary levels of the plaquette, it will be understood to establish an exegetical discourse of an aesthetic philosophical nature.

*

Questo scritto sarà teso all’analisi della raccolta poetica di Vito Bonito La vita inferiore. Sarà riservata particolare attenzione alla lettura critica dell’appartato filosofico sottotestuale, considerato nelle sue implicazioni ontologiche. La prospettiva di analisi sarà quella di una considerazione comparatistica, tesa all’individuazione di nodi concettuali significativi a livello teorico, e alla descrizione delle implicazioni formali di tale impianto; risulteranno fondamentali in questo senso tanto i riferimenti di Franz Kaka, Sandro Penna e Antonella Anedda, quanto della considerazione teoretica heideggerriana. Attraverso il duplice approfondimento dei livelli contenutistico e sostanziale-letterario della raccolta, s’intenderà stabilire un discorso esegetico di stampo filosofico estetico.

PAROLE CHIAVE

Bonito - Poetica - Vita inferiore - Ontologia - Parola poetica

 

Nel corpus degli Aforismi di Zürau (Cisco, 2013: 1-113), Franz Kafka riporta due riflessioni (2004: 21, 40) stabilite in specifico riferimento al concetto di destinazione – «meta», «punto da raggiungere» – e al raggiungimento di essa.

Von einem gewissen Punkt an gibt es keine Rückkehr mehr. Dieser Punkt ist zu erreichen.

Da un certo punto in là non vi è più ritorno. Questo è il punto da raggiungere. (Aforisma n.5)

*

Es gibt ein Ziel, aber keinen Weg; was wir Weg nennen, ist Zögern.
C’è una meta, ma non una via; ciò che chiamiamo via è un indugiare.
(Aforisma n. 26, seconda parte)

bonito vita cop bordo

Entrambe le sentenze kafkiane sanciscono l’esserci della destinazione, del punto in questione, che non viene messo in dubbio né si mostra sfuggente. Quello che muta tra la prima e la seconda sede sembra invece essere il retroterra concettuale dell’arrivare a quello stesso punto, precluso al raggiungimento dall’essere stesso della via, appunto, indugio. Si tratta in di un’impasse peculiarmente kafkiana, stabilita nei termini universali di un’impossibilità di superamento. Ciò che interessa specificamente la presente riflessione comparatistica, è il fatto che il carattere di contemplazione non partecipata dell’aforisma, e quindi l’estraneità soggettuale alla formulazione dello stesso, sia declinata nelle due sedi in maniera dialettica: all’affermazione iniziale corrisponde una negazione determinata nella seconda. Se l’indugio, condizione che soggiace a «ciò che chiamiamo via» e che quindi ne rappresenta la vera essenza, preclude la possibilità di raggiungere la destinazione, in che termini può stabilirsi il rapporto del soggetto con essa? Le ramificazioni filosofiche della questione si rendono potenzialmente illimitate. Nell’individuare un tentativo di risposta a tale impasse nell’impalcatura concettuale della poetica di Vito Bonito ne La vita inferiore (2004), emerge un nodo concettuale fondamentale della raccolta, la quale si declina in uno specifico ordine interiore – e logico – che trova espressione diretta nella forma concreta del verso. Proseguendo la lettura dei frammenti kafkiani (2004: 61) si incontra la seguente speculazione semica:

Das Wort «sein» bedeutet im Deutschen beides: Dasein und Ihmgehören.
In tedesco la parola sein significa entrambe le cose: esser-ci e appartener-gli.
(Aforisma n. 46)

Nel ricollegarsi ai primi due ‘momenti’ individuati negli aforismi già citati, la terza riflessione sembra garantire una ‘via’ oltre l’indugio, mediata da un riscontro linguistico: l’essere in praesentia, la specifica contestualizzazione nell’ente di un soggetto capace di auto-determinazione, di potenza e atto, comporta di per sé un grado di appartenenza alla specificazione del contesto. Se raggiungere la destinazione è impossibile in quanto la via per raggiungerla è l’indugiare, e l’indugiare è un atto che comporta l’esserci, è possibile attribuire alla stessa condizione un significato di appartenenza. Tale consapevolezza sembra spettare a Bonito come un elemento radicale nella definizione della sua poetica, che si declina nella scelta, in epigrafe della raccolta, di una riflessione plutarchea (fr. 178, traduzione di Giorgio Colli) che recita:

E giunta alla morte, l’anima prova un’emozione come quella degli iniziati ai grandi misteri. Perciò riguardo al «morire» e all’«essere iniziati», la parola assomiglia alla parola, e alla cosa stessa. (2004: 13)

Se si considera la morte come un punto-destinazione oltre il quale nulla possa offrire all’uomo la possibilità di ritorno, e la via per questa stessa condizione non sia altro che l’attesa – perpetua – della stessa, il senso dell’appartenenza all’attesa – «indugio» – acquista un valore ontologico generale. Essere significa così essere appartenenti all’attesa della morte, mutatis mutandis alla morte stessa. Nel riportare questo concetto alla poetica di Bonito, la mediazione del frammento si rende possibile chiave di volta della raccolta nel senso dell’esplicazione di uno stato di cose che non riguarda unicamente la soggettività creatrice del poeta, ma che attribuisce uno statuto particolare alla parola stessa. Così, nello specifico della raccolta, alla parola poetica[1]. Nell’iniziazione al mistero, punto a cui si giunge ‘senza la possibilità di giungervi’, cioè tramite l’indugiare in una via-non-via di appartenenza all’indugio, la parola stessa trasfigura nell’aderenza al quid a cui appartiene logicamente. In questi termini, la specificità della poetica de La vita inferiore costituisce un unicum poetico nel panorama italiano contemporaneo. La coerenza alla radice concettuale – che, come si è detto, riguarda tanto tale dimensione logica quanto uno stato interiore soggettivo – si rende nell’opera un’azione programmatica, che emerge fin dalla semplice considerazione della sua strutturazione in parti e del termine che le organizza, quello della «stazione». Il riferimento all’immaginario della via crucis e della Passione è evocato senza ambiguità, e sembra trovare una collocazione nella cornice poetica fin qui descritta come l’allegoria di una condizione determinata e ineludibile. La prima e l’ultima sezione coincidono infatti nel titolo: «l’alba» apre e chiude la raccolta, il giorno si ripete nella sua interminabile ciclicità, e con esso l’esperienza umana dei momenti di dolore scanditi dalle stazioni. O meglio, dei momenti di esperienza della morte. Il dolore non è infatti che una delle tante componenti di questa condizione esperienziale, e trova collocazione – come le altre – in un un’espressione poetica tesa alla rappresentazione del sentimento di questa appartenenza. Non è un dolore che reclama protagonismo o che si fa motore di azione, resta invece parte del tutto della cognizione descritta. In questa prospettiva, lo stesso titolo della raccolta acquista un senso specificamente interpretabile: l’aggettivo «inferiore», che distorce l’espressione più facilmente riconducibile a un livello di comprensibilità superficiale ‘la vita interiore’, connota la specificità di un’esistenza vissuta in rapporto alla morte, relazione che nella comune concezione ontologica kafkiana è definita nella scansione del duplice legame di presenza-appartenenza. Così, all’interno de La vita inferiore, non è localizzabile l’agire concreto, della vita empirica, in alcuna sede: l’atto in quanto tale è escluso dal cosmo poetico in cui Bonito orienta le sue scelte compositive. Non che egli non agisca, non viva o annulli la sua presenza fisica in uno stato contemplativo dell’esistenza, tutto l’opposto. La vita stessa è descritta nell’essere vissuta inferiormente, nell’«indugiare» kafkiano che non è «via» ma appartenenza all’indugio.

      ora è nel nome
      il tuo nome
      quando muore
      il nome
      neve infinita neve
      ciò che brucia
      è sé stesso

Rivelato nell’ultimo verso della composizione (2004: 34), il ‘sé’ arde come termine ultimo ed essenziale di un’esistenza confinata in sé. Si spegne come fiamma in ‘infinita neve’, immagine in cui il biancore materiale della precipitazione atmosferica trasfigura nell’incorporeo, in una dimensione altra di vastità interminabile e funerea; la morte diviene così parte della vita – è, di fatto, nella vita – e aderisce alla parola tanto profondamente quanto la sola presenza può garantire, come ha specificato il poeta ponendo in epigrafe il frammento di Plutarco. Così, la parola si fa manifestazione di ciò che esprime, presente sulla carta come semplice concretizzazione materica della sua essenza. Se anche essa si lega nel diventare poesia ad una materialità specifica e specificamente ordinata, quella del verso, resta incontaminata e confinata nella sua dimensione ieratica per precisa volontà dell’autore. Questo principio ordina dunque l’intera raccolta, condizionando ogni singola composizione: da questa specifica valenza della parola alla scansione della versificazione in forme brevissime, dalla soppressione quasi incondizionata dell’interpunzione al ritorno di topoi figurativi, il vivere inferiore trova la sua concreta manifestazione in otto stazioni. Si rende inevitabile, a questo punto, dirigere lo sguardo alla relazione tra la soggettività interiore del poeta e la dimensione ontologica con cui si rapporta; il protagonismo dell’Io è infatti un elemento imprescindibile nella creazione di un simile organismo poetico, e si esprime nell’imperante costanza dell’esser-ci di Bonito. Si giunge così al punto (2004: 41) in cui la sua cognizione della vita inferiore si rende cospicua al punto di essere dotata di facoltà di parola.

      io sono la vita inferiore
      lingua canina che apre
      la fine del mondo

La fine di ogni cosa, il termine oltre il quale nessun ritorno è più possibile, è spalancato dallo stesso vivere in rapporto alla fine. La lingua con cui questa si esprime non è lingua degli uomini, ma l’idioma incomprensibile di una parola che è manifestazione e non descrizione di ciò che dice. Per dirla in termini nietzscheani, una parola dionisiaca, espressiva, non relativa alla dimensione logico-comunicativa della razionalità apollinea; «canina», appunto, in riferimento a uno stato animale di non coscienza ferina, che conduce al termine della «fine». Il poeta giunge, in questo senso, al cortocircuito di una definizione heideggerriana (1967: 215) relativa al nesso esistenziale tra morte e linguaggio, nella quale il filosofo ha posto un discrimine particolare proprio tra la dimensione umana e quella animale.

Die Sterblichen sind jene, die den Tod als Tod erfahren können. Das Tier vermag dies nicht. Das Tier kann aber auch nicht sprechen. Das Wesensverhältnis zwischen Tod und Sprache blitzt auf, ist aber noch ungedacht. Es kann uns jedoch einen Wink geben in die Weise, wie das Wesen der Sprache uns zu sich belangt und so bei sich verhält, fure den Fall, daß der Tod mit dem zusammengehört, was uns be-langt.

I mortali sono coloro, che possono dare esperienza della morte come morte. L’animale non lo può. Ma l’animale non può nemmeno parlare. La relazione essenziale fra la morte e il linguaggio appare come in un lampo, ma è ancora impensata. Essa può, tuttavia, darci un cenno quanto al modo in cui l’essenza del linguaggio ci rivendica a sé e ci trattiene cosi presso di sé, per il caso che la morte appartenga originariamente a ciò che ci rivendica. (Agamben, 1982: 3)

La fondamentale identitarietà del carattere della relazione in questione, dunque, appare come una condizione d’esistenza inviolabile. Inviolabilità di cui, forse inconsapevolmente, il poeta de La vita inferiore ha interiorizzato il significato più profondo, e tradotto in versi dalla straordinaria delicatezza. La scarsità della sussistenza di una dimensione logico-comunicativa rispetto al carattere puramente espressivo della parola di Bonito, tuttavia, non deve indurre a considerare la poesia de La vita inferiore come un’immersione nell’onirismo soggettivistico, o come la frammentazione di una ricordanza in un soliloquio poetico. La capacità del poeta di accedere a una dimensione compositiva che contempli nella sua strutturazione la centralità del rapporto tra il sé e l’esterno del fenomenico, della vita, stabilisce una connessione tra La vita inferiore e l’opera di Penna, scandita tanto sul piano formale quanto su quello concettuale. Non solo per la brevità della forma, infatti, che Bonito modella su livello adeguato alle sue esigente di creazione poetica che non sia ‘rappresentazione’ ma ‘presentazione’, come si è detto, ma per la resa in versi di uno stato interiore svincolato dalle categorie di ricordo e azione. Nell’opera di Penna, infatti, la contemplazione dell’oggetto perennemente mancante si rende principio ordinatore di una poetica che vede l’Io lirico confinato in un a parte rispetto alla vita concreta. Una descrizione del carattere in questione è stata operata impeccabilmente da Berardinelli (2000: 19), il quale, in specifico riferimento all’estraneità dell’io poetico penniano rispetto alla realtà empirica, contestualizza un sentimento vero e proprio del poeta nei termini che seguono: «In ognuno dei suoi versi si celebra l'assenza e l'irrilevanza di una storia che viene allontanata e messa da parte con il gesto indifferente di chi sta guardando altrove. Sovrana è l'indifferenza di Penna alle vicende del mondo storico». Tale stato di sospensione è ordinato dalla pulsione monomaniaca del desiderio, e conferisce alle architetture delle composizioni penniane un significato specifico in relazione alla stessa assenza dell’oggetto. Ha scritto Deidier (2017, p. XIV) a questo proposito:

L’eros della poesia e quello del corpo cominciano pericolosamente a scambiarsi immagini e frasi, come poteva accadere a un modello troppo vicino per Penna, Petrarca, dominato anche lui dal desiderio. In entrambi sembra non sussistere realtà oltre la dimensione psicologica ed estetica del desiderio, che anima un rapporto esclusivo con l’oggetto delle proprie ossessioni: se un contesto esiste, è solo perché vi si possa manifestare, rispettivamente, l’assenza-presenza di Laura o l’apparizione del fanciullo.

L’oggetto di Penna è determinato nella pulsione erotica, e ripete sé stesso con una costanza che attraversa trasversalmente l’opera tutta del poeta. Tale procedimento ritorna costante ne La vita inferiore, in cui tuttavia la medesima oggettualità topicizzata ipnoticamente si frammenta, e risulta costituita da una pluralità di elementi. Non quindi un debito relativo alla comunanza degli oggetti, bensì al processo di elaborazione del rapporto con essi e la relativa espressione poetica. La declinazione del nesso con il sistema poetico-concettuale penniano ne La vita inferiore si realizza dunque nella specificità di un modus compositivo inedito e personale: quello del poeta immerso nel sentimento di appartenenza alla morte, capace di realizzare una poesia in cui gli oggetti a cui rivolge lo sguardo si manifestino nella parola stessa e siano – come ogni manifestazione – presenza. Presenza mai fisica, secondo la lezione penniana, e mai raggiungibile. Niente è infatti raggiungibile o raggiunto concretamente ne La vita inferiore, e il ritorno degli stessi termini a cui il poeta tende costantemente, avviene nella generale impossibilità di ricongiungersi a essi. Se anche abbondano nella raccolta i termini di rimando alla contestualizzazione di tempo e luogo, il senso di perdita di tali riferimenti resta generale e raggiunge un culmine di gravità ontologica. Ciò, tramite la ricorsività di allegorie immaginifiche che Bonito stabilisce nella relazione tra presenze materiali e immateriali.

     «neve de la neve
     buio di questa neve

     qui nessuno parla
     qui prima di ogni cosa

     né buio né
     bianco de la neve
     mia infanzia – amore

     stretto a la sua stessa
     muta dissolvenza

     luce senza luogo
     perduta tua presenza»

La modulazione simmetrica della struttura formale scandisce la poesia in due segmenti da due coppie di versi ciascuno, intervallati centralmente dalla terzina a vv. 5-7. Tale omogeneità si rende supporto di una coordinazione di oggetti declinati in minimi termini, espressi in una riduzione morfologica che arriva ad annullare ogni inessenzialità, dalla soppressione dell’interpunzione all’annullamento dell’univerbazione grafica in ‘della’ e ‘alla’. Ogni elemento è presente nella composizione come espressione di una dimensione esistenziale inattiva, relegata nella stasi dell’istante e repulsiva del movimento. Alla contestualizzazione precisa del ‘qui’, reiterato in una specificazione spaziale e temporale (vv. 3-4), contralta l’indefinitezza della contrapposizione tra il candore della neve e lo scuro del buio, retroterra figurativo che scivola, nella seconda coppia di segmenti strofici, nell’evocazione diretta della mancanza. Ciò che è perduto è scomparso senza rumore, in una «muta dissolvenza» immersa nel «prima» di ogni accadere fenomenico: a esso resta legato il sentimento di amore, manifestazione essenziale e incontaminata dal vivere empirico. Gli esempi in cui tale poetica prende corpo ne La vita inferiore sono molteplici, e ordinati organicamente in un corpus poetico difficilmente considerabile un mero raccoglitore di testi. L’organicità dell’opera, la sua strutturazione e la scansione di una poetica programmaticamente interiorizzata, ne costituiscono così gli elementi fondanti: Bonito offre al lettore un oggetto estetico completo in sé, che trova la propria raison d'être nelle motivazioni interne alla strutturazione lirica. In questo senso, la vicinanza a una grande poetessa del nostro tempo si rende manifesta in tutta la sua cospicuità; il carattere in questione è infatti comune all’opera di Antonella Anedda, autrice di una poetica costituita da una particolare direzionalità espressiva, scandita tanto dalla consapevolezza della riduzione linguistica quanto dalla capacità di orchestrazione dei significati logici e speculativi. In Historie (Anedda, 2018), così, leggiamo:

      La distanza si incrosta di dolore
      eppure è inverno, tempo di piantare le cose
      scavare nella terra che scricchiola di neve.

La coerenza sistematica porta la poetessa, comunemente a quanto accade a Bonito, alla definizione della propria poetica in canoni stabiliti concettualmente, e tradotti in una versificazione che ne riflette gli argini, senza mai risultare la programmatica messa in atto di un disegno ideale. Meccanismo che, come si è visto, Bonito sembra interiorizzare e declinare soggettivamente; non è un caso che alla stessa Anedda, in conclusione, il poeta dedichi un ringraziamento (2004: 103). Libero quindi dalle logiche ‘canzonieristiche’ dell’accumulo delle composizioni nei margini di uno specifico segmento temporale, il poeta concepisce con La vita inferiore un atto estetico che rende il carattere proprio di immanenza della poesia stessa. Per usare le parole di Fubini (1973: 267), immanenza che si declina «in tutta la vita nostra». La scansione del proprio vivere interiore, letto nell’indissolubilità dei legami con gli elementi della propria storia, si rende dunque il fulcro concettuale della poetica dell’opera. Opera che, di fatto, trae il proprio titolo da tale scansione e in tale scansione manifesta la particolarità del rapporto di appartenenza-presenza della morte. Nel secondo frammento posto in epigrafe figurano così le seguenti parole di Claudia Castellucci: «L’atto di creazione fa provare la morte. Prova la morte […]. Si tratta di un sacrificio» (2004: 13). Che sia da intendersi come il sacrificio cristico delle stazioni o la rinuncia alla partecipazione a un vivere ‘reale’, contingente, al lettore non è dato sapere, così come ne rimangono recondite le motivazioni. Affidandoci alle parole di Pessoa (1987: 143) in un tentativo di comprendere, potremmo forse ricordare il verso in cui testimonia

      Mas por que me interrogo, se não porque estou doente?
      Ma perché sono sconcertato, se non perché sono ammalato?

 

BIBLIOGRAFIA

AGAMBEN G. (1987) Il linguaggio e la morte, Einaudi, Torino.

ANEDDA A. (2018) Historiae, Einaudi, Torino.

BERARDINELLI A. (2000) Penna o l’altrove, in BERNARDINI NAPOLETANO F., Sandro Penna. Una diversa modernità, Fahrenheit 451, Roma.

BONITO V. (2004) La vita inferiore, Donzelli, Roma.

CISCO M. (2013) Kafka’s Zurau Aphorisms, «Glossator», MMXIII, n.8, p. 1-113.

FUBINI M. (1973) Critica e poesia, Bonacci, Roma.

HEIDEGGER M. (1967) Unterwegs zur Sprache, Pfullingen.

KAFKA F. (2004) Aforismi di Zürau, a cura di Roberto Calasso, Adelphi, Milano.

PESSOA F. (1967) Poemas de Alberto Caeiro, Publicações Europa-América.

 

Vito Bonito, La vita inferiore, Roma,  Donzelli, [2004]



[1] Si intende, nell’utilizzo di questo aggettivo, fare riferimento alla condizione della parola “ordinata poeticamente”, non utilizzata in un contesto di comunicazione logico-consequenziale e quindi libera da tale condizionamento.

download PDF