p. 45-46 > Un viaggio negli anni Cinquanta (tra una casa e un’altra)

Un viaggio negli anni Cinquanta
(tra una casa e un’altra)

Cetta Petrollo

rovigatti_bambina

Dopo un lungo silenzio, punteggiato da una ricca attività artistica, e cioè ad oltre vent’anni dalla  pubblicazione  del  primo  romanzo,  Afàsia  (Salerno,  Sottotraccia,  1997)  Franca Rovigatti pubblica ora La bambina, narrazione di una nascita e di un’educazione nell’Italia alto borghese del secondo dopoguerra.

Possiamo immaginare che i ventidue anni trascorsi siano stati  in realtà molto rumorosi, proteggendo  una  gestazione    linguistica  e  narrativa    dalla  quale  l’autrice  è  riuscita finalmente a liberarsi attraverso la descrizione, non emozionale, delle dinamiche fattuali e del  contesto  sociale  e  famigliare  cui  attinge  la  storia,  schermo  protettivo  e  risolutivo dell’iniziale lacerazione e dell’afasico (e fantascientifico) nascondimento di sé a se stessa fuori da un vissuto – terra “nebulosa ac frigida” prima mai visitata.

Il corpo, filo conduttore della bulimia della protagonista, protegge la bambina così come la narrazione  che  scorre  senza  lettere  capitali  e  senza  margini  giustificati,  quasi  a  voler sottolineare  uno  sguardo  osservante  e  ininterrotto  sugli  episodi  di  vita  di  un  mondo famigliare vocato al sacrificio materno, dal quale si può fuggire solo attraverso il disturbo psichico, risana la narratrice facendo scoprire, con crudele chiarezza, a lei  scrivendo e a noi mentre leggiamo, le fondamenta   da cui si originano i mali individuali: la costruzione della formazione del non detto, l’inferriata invisibile ma invalicabile che impedisce la libera
espressione della propria personalità e della propria fame d’amore.

Non si possono non ricordare le parole di David Cooper[1] : “ La famiglia si specializza nello stabilire dei ruoli per i suoi componenti invece di porre le condizioni che consentano loro di  assumere  una  libera  identità.  Non  intendo  il  termine  identità  in  senso  congelato  ed essenzialista  ma  piuttosto  nell’accezione  liberamente  mutevole,  indagatrice  ma estremamente  attiva  di  essere  chi  siamo.  È  caratteristico  che  in  una  famiglia  venga inculcato nel bambino l’ambito desiderio di diventare un certo tipo di figlio o di figlia( e quindi  di  marito,  moglie,  padre  o  madre)  con  una  totalmente  imposta,  minuziosamente prescritta  “  libertà”  di  muoversi  nell’ambito  degli  stretti  interstizi  di  una  rigida  rete  di rapporti.  Invece  della  temuta  possibilità  di  agire  partendo  da  un  centro  di  noi  stessi liberamente scelto e auto inventato, di essere cioè egocentrici nel senso buono della parola, ci insegnano a sottometterci, oppure a vivere secondo modi eccentrici di stare al mondo”
 
La famiglia adottiva de La bambina lascia intravvedere il suo sistema di regole non dette ma rigidamente coartanti attraverso la descrizione marginale dei suoi simboli: la pietanza principale dei pasti è la carne, cibo ancora costoso nei primi anni Cinquanta, i vestiti della bimba sono solo di velluto e con colletti di pizzo, la cameriera serve a tavola col grembiule di Sangallo e la crestina, c’è il campanello per gli ordini alla servitù, c’è  un autista, ci sono alberghi  di  lusso,  ci  sono  mobili  lucidi,  giochi  tranquilli,  il  più  approvato  di  tutti  e incentivato  è il disegno, adatto alle bambine, al loro starsene buone e sedute, ci sono le preghiere, le confessioni serali e le penitenze, c’è la lavandaia col suo odore di varecchina, c’è,  soprattutto,  il  ben  scandito  orologio  delle  giornate  e  delle  incombenze  e  delle manutenzioni domestiche delle quali non va saltato mai un passaggio né una cerimonia.

Ma i simboli di questa rigida architettura non mancano neanche, per rovesciamento, nella famiglia  d’origine  dalla  quale  La  bambina  è  andata  via:  la  mamma  suona  il  violino  e abbraccia la figlia per rito e non per sentimento, il papà è distratto e sempre in viaggio, ci sono infermiere, tate, cliniche specializzate, vacanze in montagna e al mare, scuole private. Il  disagio  psichico  della  mamma  che  occupa  tutta  la  famiglia  e  ne  condiziona  le  scelte, sottolinea  la persistenza del modello dal quale si fugge senza superarlo.

Il mondo borghese italiano  e le sue ferite, nella controluce di una sofferenza di crescita, vengono  così,  attraverso  questo  viaggio  domestico,  delicatamente,  e  insieme  assai coraggiosamente,  esibiti  come  in  pochi  altri  romanzi  (facendo  scuola  Gli  Indifferenti  e Agostino)  della  narrativa  italiana  contemporanea  poco  incline  a  descrivere  gli  ambienti della classe medio-alta.  

Perché ci vuole coraggio a guardare dentro di sé e a dirsi.  

Ma  ancora  più  coraggio  ad  esibire,  senza  nessuna  enfasi  narrativa  o  compiacimento,  le proprie faticose radici.  

E questo sguardo leggiadramente impietoso che, senza condiscendenza e compiacimento,  descrive la storia di una bulimia sociale più che il percorso di una bulimia individuale, dà alla narrazione l’impronta di una sua forte eticità rendendocela corale e necessaria. 

Franca Rovigatti, La bambina, Milano, Edizioni del Verri, 2018


[1]  David Cooper, La morte della famiglia, Torino, Einaudi,1976, pp.27-28.

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