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Nanni Balestrini esplode i magnifici detriti del passato

Cetta Petrollo

 

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In controtendenza rispetto all’imperante pulizia ecologica, Nanni Balestrini con questo suo ultimo l’Esplosione, si sporca, e ci sporca, le mani, con le fibre della storia, quelle che restano comunque, quando il liquido che ne è stato estratto e che beviamo tutti i giorni sotto forma di un mondo asetticamente riparato da ogni rischio, mortalità, imperfezione, conduce tutti verso quell’uniformità contro la quale si erano battuti i militanti, poetici, politici, culturali, del secolo scorso.

La poesia di Balestrini finora letta all’interno di una psicogeografia situazionista [1] che si fa largo, in costante deriva, dalla prima raccolta Il sasso appeso[2] fino al Tristanoil del 2007[3], con quest’ultima raccolta mette in scena, con lo sguardo dell’immanenza  archeologica,   la museificazione, la messa fra parentesi, degli oggetti culturali, poetici e non, della seconda metà del Novecento, in una preistoria del presente molto vicina al gesto e all’operazione artistica di Gian Maria Tosatti.[4]

I graffiti della grotta novecentesca esibiti nelle immagini di questo poemetto che narra e chiude, nella successione delle “stanze” intrecciate, la storia del nostro recente passato, ci riportano al sudore, ai tentativi, alle emozioni e allo slancio della vivacità linguistica e politica della giovinezza, reperti messi  sotto osservazione, in analisi impietosa (“ dall’interno par di sentire il rumore degli zoccoli/d’animali e di conchiglie vuote avanzi di banchetti/d’improvviso e crea una cavità dove gli archeologi”; “ questa convinzione era sbagliata come sappiamo/ nel nuovo secolo ora che l’evoluzione/ ha preso la forma della repressione”.

Balestrini è il turista dell’oggi che ci conduce nella visita guidata a ciò che è morto e che resta per ora storicamente inspiegabile: ciò che ci viene mostrato è raggiungibile solo per contatto attraverso l’impatto disarmante delle illustrazioni e la pacata violenza delle parole.

Siamo fuori dalla storia: la senescenza di un’epoca non può che essere narrata dalla prospettiva del cantastorie, di chi canta la morte racchiusa in una serie di tavole.

La lirica popolare e dimessa di Balestrini, nascosta per decenni sotto la tecnica dei montaggi di materiali linguistici che “non implica necessariamente temperature glaciali” come ben osserva Cecilia Bello Minciacchi nella postfazione al libro[5], ora rompe gli argini ed esplode nella narrazione - visione delle frammentarie testimonianze del passato affrontate da inquadrature dall’alto sempre diverse : bandiere rosse che si intravedono- quanto diverse e distanti dai vincenti   sbandieramenti/involamenti del Franco Angeli dei primi anni Settanta - striscioni che disseminano , nell’insignificanza, l’alfabeto delle loro certezze, persone in efflorescenza, sopravvissute nella nebbia al vuoto dei loro cortei, marce statiche e perplesse in bilico fra una passeggiata domenicale per negozi ed una rivendicazione rimasta senza interlocutori .

Giacché “abbiamo letto tutto quello che c’era da leggere” non resta che lo sguardo accompagnato dal canto e “il bisonte rosso pronto a caricare” dipinto nella grotta è fissato nel gesto mai compiuto, in un atto di forza mai esercitato. Il rosso diviene preistoria (“ bocche spalancate i colori fanno il resto i rossi intensi/capolavoro della preistoria le figure degli animali”), la rivoluzione un’aspettativa mai realizzata (“quando fantasticavamo di viaggiare in posti esotici/ e di combattere contro le malefatte degli imperialisti nel mondo”; “ sarebbe stato un inizio una rivoluzione/ però era troppo tardi era già tutto finito”),  il ritornello “ sarebbe stato un inizio una rivoluzione”  accompagna la fine di un’epoca e l’invasione della nuova. (“è la merda a invaderci non le immagini”).

Lirica dell’addio ad una stagione, canto corale che non può non coinvolgerci: la noce della passione politica e della necessità etica di far coincidere il linguaggio delle parole con quello delle azioni qui lasciano la loro estrema e dispersa, testimonianza vedendo quello “che nessuno aveva più visto da quindicimila anni”.

 

 Nanni Balestrini, L’esplosione, Milano, Il Verri, 2019



[1] Cfr.Manuela Gandini,Oil, in http.//www.nannibalestrini.it/pagine201304/2 Tristanoil.htm

[2] Nanni Balestrini, Il sasso appeso, Milano, Scheiwiller,1961

[3] Nanni Balestrini, Tristanoil, ed. Il Canneto, 2007

[4] Cetta Petrollo, “The time is out of joint",Il tempo metafisico e il tempo dell’uomo,Tosatti e il Novecento predigitale in Milleitalie, AnnoVII, n.1.

[5] Cecilia Bello Minciacchi, Lo spazio rosso e il fuoco, l’esplosione in Nanni balestrini, L’esplosione, Milano, Il Verri edizioni, p.51.

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