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Grand Tour. Passeggiate italiane di Ferdinando Tricarico

Giuseppe Andrea Liberti

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Nella cultura europea dei secoli XVIII e XIX il Grand Tour di capitali e luoghi d’elevato interesse artistico era considerato un capitolo irrinunciabile della formazione dei giovani aristocratici e alto-borghesi. Consuetudine pedagogica di ceti dirigenti che si volevano cosmopoliti, e allo stesso tempo ennesimo indicatore del privilegio sociale di pochi individui su vaste masse che non potevano neppure immaginare di visitare le collezioni antiquarie e le rovine situate in tutto il continente, la pratica del Grand Tour appartiene a un’altra, ormai remota, epoca: ma se, per assurdo, si provasse a organizzarne uno nell’Italia del XXI secolo, quali sarebbero i percorsi da battere, e cosa sostituirebbe le escursioni ai siti archeologici o alle gallerie d’arte? Prova a immaginarlo Ferdinando Tricarico, da sempre sensibile alla politicità di uno sguardo poetico che prende posizione anche quando non esplicita giudizi, e che quindi può offrire una visuale originale del nostro Paese, visto da un ipotetico turista un po’ flâneur, un po’ attento – quasi scientifico – cartografo del caos di dettagli e colori entro cui muove i suoi passi.

 

Tenendo ben presenti (li richiama Guido Caserza, complice una «nota confidenziale» dello stesso Tricarico, nella densa postfazione al libro) il Georges Perec del Tentativo di esaurimento di un luogo parigino e l’Aldo Palazzeschi della Passeggiata, precoci annotatori della vivacità cittadina, il poeta napoletano sfoggia un’originale, violenta esuberanza lessicale che si unisce a un punto di vista ironico – e perciò politico – sul viaggio in nove tappe che va dal Nord di Torino al Sud isolano di Palermo, e che vede il soggetto poetico muoversi lungo tratti o percorsi particolarmente noti, prede facili di orde di comitive e visitatori. Se tra i procedimenti dominanti di Grand Tour figurano il gioco di parole, il bisticcio linguistico, l’intreccio di anagrammi e la paronomasia, è perché la poesia assume nel suo corpo il guazzabuglio di merci in cui si sono tramutate Spaccanapoli, Piazza San Marco o Piazza del Duomo. Tricarico assembla associazioni tra parole che rimandano ad aspetti folkloristici delle città visitate: Napoli esibisce «cianfrusaglie e fragaglie / arravogli e arragli / pastori e pastorale partenopea / saponi e saponari» (p. 10), Genova «vascelli e galeoni / battelli e grifoni» (p. 68), mentre la Capitale presenta «Fornaretti fornarini fornari / l’assalto di chi non ha denari / mendicanti e saltimbanchi / taverne e porchetterie / store e megastorie» (Roma, p. 17).

Queste sequenze, di volta in volta retoriche, rimiche o ritmiche, affastellano prodotti di consumo che nell’immaginario turistico dovrebbero rappresentare l’essenza delle grandi città. È interessante notare come questi accoppiamenti poco giudiziosi prendano spesso avvio dai nomi di piatti locali. Ogni pagina di Grand Tour trasuda carboidrati, grassi e olio di frittura; si sa che i fast food più o meno legati alle tradizioni culinarie occupano un ruolo di primo piano nell’economia e nella geografia urbana della nuova Italia mangereccia, poco più che un giardino da pic-nic per gli Stati industrialmente rilevanti. Ce n’è, letteralmente, per tutti i gusti: la ‘città più europea d’Italia’ (così la definisce un sito di viaggi) potrà proporre accostamenti tra piatti del posto e nuovi sapori dal mondo, come «cotoletta e sushi / riso giallo e pizza / cassoeula e curcuma / kebab e zafferano / la polenta e il panzerotto vanno con tutto come il campari» (Milano, p. 25); sotto i portici della Dotta, invece, è un succedersi di contrasti tra «Fari e croci / trottole e sorbole / pink e noir / rocca e piana / tagliatella e mortadella / punk e boudoir / strozzapreti e Don Camillo / squacquerone e Peppone» (Bologna, p. 37).

Ne risultano stanze colme di souvenir, arredi urbani e vettovaglie, elenchi copiosi che attraverso la giustapposizione di elementi trasmettono la confusione delle vie attraversate dal passeggiatore tricaricese. Tanta abbondanza sommerge le città, paradossalmente rese irriconoscibili dalle montagne di gadget ‘tipici’ e luoghi comuni propinati, su cui tentano di costruire piccole disperate fortune. Come scrive Caserza, la «sovrabbondanza implica la saturazione della realtà: luoghi e oggetti topici sono esautorati di senso, per eccesso di senso ivi depositato» (p. 75). Una volta erti – o degradati? – a simboli localistici, questi oggetti diventano ulteriori strumenti di alienazione, che impediscono l’autentica fruizione e scoperta dello spazio. L’inutile ripetizione dell’aggettivo sostantivato, che nel parlato indica spesso veracità, vero e proprio marchio DOP linguistico, non basta a scongiurare la scoperta delle menomazioni, delle mancanze e delle vere e proprie mistificazioni che giacciono sotto queste fisionomie cittadine. In qualche caso, come in quello di Palermo, è proprio l’assenza di un unico tronco culturale a costituire la base del proprio essere-cittadino («il palermitano palermitano è una sbriciolata di stili», p. 33), ma in altri contesti è evidente lo smarrimento di un retroterra storico e sociale («il bolognese bolognese è un partigiano senza più pretese», Bologna, p. 41), e non mancano i casi in cui millantate identità celano tutt’altre provenienze, sì che «il milanese milanese è pugliese» (Milano, p. 25) e «il torinese torinese è un terrone di terza generazione / che ha conquistato lo ius soli» (Torino, p. 60).

Il dominio delle merci turistiche è insomma complementare allo smarrimento di spazi deputati al confronto con la Storia, idealmente rappresentati dai nomi delle vie percorse e dalle tradizioni letterarie delle varie città. Non suggerisce nulla, nonostante la tripla ripetizione, il nome di Ugo Bassi, la cui via eponima venne immortalata da Carducci in un sonetto dei Giambi ed epodi, e di cui ora si possono solo azzardare ipotesi su «chi fosse» (Bologna, pp. 38, 40-41). O ancora, per tornare alle enumerationes care a Tricarico, la trafila di autori siciliani di Palermo, da «Brancati Vitaliano» a «Vittorini Elio», la cui scrittura viene messa accanto ai «pizzini» dei boss criminali (p. 35). La storia letteraria sta lì, ennesimo prodotto da comprare a buon mercato o davanti al quale scattare un selfie, senza che riesca a comunicare alcun messaggio: si può assicurare la statua di Giuseppe Parini «dal beccaggio dei colombi / non dall’oblio del magistero morale» (Milano, p. 24).

Molto lontano dalla figura del passante distratto da attirare col technicolor delle vetrine o con la bassa cucina retorica della pubblicità, il passeggiatore di Tricarico sguazza nei paradossi che segmentano la metropoli moderna, dando conto di tutte le frizioni tra il Paese «very bello» della propaganda del capitalismo turistico e le contraddizioni più o meno evidenti che lo stesso sistema economico è destinato a generare: a Milano, per esempio, «Lo sponsor ringraziato per la cura delle aiuole / ha tagliato migliaia di alberi della foresta amazzonica» (p. 27); oppure si prenda il contrasto tra il concretissimo dato economico e l’illusione del viaggio nel tempo, tanto più ridicola perché frutto di una costruzione volontaria di Venezia come luogo fuori dalla storia: «scampi e santi / capesante e campi / caffè e tortina di mele 11 euro / ma ho viaggiato nel tempo!» (Venezia, p. 54). Al contrario, la Genova della grande attrazione dell’Acquario è pur sempre quella dell’«altro mondo possibile» dei movimenti radunatisi nel 2001 contro il G8 («un’altra Giovine Italia era possibile / come un altro mondo per Giuliani», p. 66) e di personaggi come «De Andrè Don Gallo e Mazzini / in direzione ostinata e contraria» (ibidem).

Nelle ultime pagine del libro, Guido Caserza raccomanda di non «caricare di eccessive responsabilità contenutistiche queste passeggiate, il cui carattere principale rimane quello di un pastiche in forma di divertissement capace di trasformare gli umori biografici in fatti di stile e tecnica» (p. 81). Condivisibile precauzione; a patto, però, che si riconoscano nel gioco di Ferdinando Tricarico una vocazione civile e una sensibilità politica che di questi tempi possono solo essere valutate positivamente, tanto più se stemperate in un tour de force verbale che potrebbe dare il meglio di sé nelle letture a voce alta e in contesti performativi, peraltro già frequentati dall’autore con il progetto poetico-musicale Melopoetry.

 

Ferdinando Tricarico, Grand Tour : Passeggiate italiane, Genova, Editrice ZONA, 2019

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