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Caratteri di Annelisa Alleva

Marco Caporali

 

alleva caratteri

Quanto mai appropriato è il titolo Caratteri della nuova raccolta di Annelisa Alleva in cui si delinea un’estrema varietà di caratteri umani, di personalità lasciate affiorare con pochi ed essenziali tratti. La presenza del personaggio connota in genere una poesia in cui si modelli drammaticamente l’azione. Ma qui l’andatura è lineare, senza scosse. Quasi sempre un verso frase, una sintassi piana, una punteggiatura che marca le minime pause. Il tono è pacato, discorsivo. In forma di racconto, anche qualora si racchiuda in un giro brevissimo di versi, è una poesia che non alza la voce, discreta e rispettosa delle cose e della vita a cui dà luce. In un saggio incluso nel libro Lo spettacolo della memoria (Quodlibet 2013), Alleva sosteneva che Tolstoj “vuole mostrarci la vita così com’è, questo è il suo scopo, e mostrarla con uno stile sobrio, piano”. Credo che tale sia anche la sua aspirazione. Eppure la poesia “attenua”, “filtra” il peso della vita, come scrive in Mi sento stanca, in cui la stanchezza sembra passare come “staffetta” di madre in figlia. Una figlia che in Skype è a propria volta madre, mentre in un altro componimento la madre morente “invocava sua madre perché l’aiutasse”. Identità speculari che in sé convivono. E’ una poesia che contempla le ragioni degli altri, ma anche capace di essere graffiante, salace, di sferzare nell’epigramma, di giudicare quel che ritrae. Comune ai versi e alla prosa (modalità prescelta nella sezione Magneti cinesi) è la precisione con cui viene colta un’intima circostanza: “eravamo troppo attaccati per godere/ della nostra vicinanza” – scrive in L’appartamento in cui rievoca con estrema chiarezza lo stato d’animo di sé adolescente in seno alla famiglia di allora. L’individuazione di sé e dell’altro, anche attraverso una sorta di confessione in versi, si offre con pudore e con una semplicità che è punto di arrivo di una ricerca interiore. Tono misurato, disteso, riflessivo, rigore nel cercare non l’effetto ma l’onestà del dettato, attenzione alle cose caratterizzano la raccolta già dal primo componimento, in cui sono contemplati i motivi che seguiranno. Serie di appunti in versi-frase in cui si aspira al superamento della distinzione tra poesia e prosa, non nel rendere poetica la prosa e prosastica la poesia ma lasciandole scorrere sui propri binari, serbandone le specificità.

Nel primo componimento già troviamo la personificazione, o un agire animale in ciò che non lo è (la stagione si apposta, pronta a scattare sull’altra per eliminarla, la luna gira “lenta la testa”, il mare  fascia ”la stessa roccia di seta”), il rilievo dato al dettaglio, il significato che gli oggetti assumono: i “due vasi di gardenie, i due leoni”, testimoni che hanno forza evocativa già nella semplice nominazione, un tocco lieve, un parlare sommesso che non è sussurro né grido. Sono i dati apparentemente trascurabili che ci permettono di capire. L’insignificante assume significato. Più volte ricorre l’espressione “come se”: si preferisce non affermare in modo perentorio ma suggerire un’identità attraverso un confronto, non violentare le cose col proprio giudizio ma lasciarle esistere, emergere, dire per esclusione di ciò che non è. E le similitudini non scadono mai nell’ovvietà che spesso le connota. La poesia che segue sulla stessa pagina (diversi componimenti si dispongono a coppie) inizia con un “quella” che immagino riferito al precedente enunciato, alla stagione che si identifica con la figura materna. Anche in Mi sento stanca l’intimo accadimento è attutito da un ipotetico “come se” (“come se la sua stanchezza/ fosse passata, staffetta, a me”), è qualcosa di opinabile, un’impressione, un parere, un accostarsi per somiglianza, un approssimarsi alle cose. C’è discrezione, delicatezza nel trattare quel che più sta a cuore, nel timore forse di infrangerlo. Due volte nella poesia si ripete “sembra” (“Sembra che tutto valga meno la pena” e il verso finale “ora sembra che di me s’impossessi”, riferito alla stanchezza). E’ una discutibile valutazione che può essere contraddetta, un apparire contrapposto all’essere. Resta aperto il dialogo, la controversia assume la forma dell’interrogazione. La poesia lascia filtrare a poco a poco, goccia a goccia, evita che le cose irrompano, travolgano, attutisce il peso della vita. Perché la poesia è un dopo la vita, un suo distillato. La vita ci giunge attutita, altrimenti non sarebbe esprimibile. Annelisa sa che alla vita possiamo alludere, non esprimerla nella sua interezza, peso e sostanza. Comunque, già nell’incipit del libro, è il senso dell’abbandono, di ciò che non è più, altro tema ricorrente. Possiamo accostarci a una verità di noi stessi nel mondo intuendola attraverso la poesia, grazie alla quale si svela un momento di verità che non può essere altrimenti colto. Si può dire per accostamenti, suggerimenti, fedeli al vissuto, rendendo esemplare una situazione comune, con il massimo di risparmio e senza sforzo apparente. E’ dal quotidiano e dall’esservi ancorati che nascono situazioni emblematiche. C’è un verso rivelatore: “Metto insieme gli indizi per capire” (pag. 28), da cui parte un elenco (“La camicia verde smeraldo, i pantaloni bianchi,/ le scarpe affusolate, i gemelli brillanti”) in cui i capi di vestiario sono indizi che permettono di orientarsi, che consentono un riconoscimento. E un altro aspetto di questa poesia è la presenza di un interlocutore, di qualcuno a cui ci si rivolge, che in “Prima amavo leggere” è lo stesso fruitore, riprendendo in forma personale un’antica consuetudine, anche degli amati poeti russi. Le innumerevoli presenze umane ci danno senso, come in un gioco di rifrazioni.

La capacità di Alleva di far vivere sulla pagina le persone mi ha fatto pensare a Spoon River, soprattutto nella sezione Caratteri che dà il titolo al libro, quando parlano in prima persona le presenze evocate. Presenze letterarie ed esperienze vissute sono indistinguibili, fatte della medesima sostanza. E’ un’indistinzione, una compenetrazione tra libro e vita, tra letteratura e mondo, o per meglio dire mondi, vari come i caratteri umani. Il protagonismo degli altri presuppone un legame, uno stare nelle cose, una reciprocità. Non si sente in questa poesia l’esilio del poeta, un senso di estraneità e inappartenenza al mondo. Al contrario c’è un sentirsi parte, un condividere, anche un vivere di riflesso, specchio di quel che accade, nella consonanza tra interno ed esterno. Medesimo è lo sguardo, senza infingimenti, su di sé e sugli altri. La minaccia proviene dall’abbandono, dall’assenza dell’altro. In un viaggio che da quel che è prossimo (Bogliasco, la Riviera ligure) sempre più si allontana verso mondi distanti, comunque appartenenti alla geografia interiore dell’autrice, i luoghi, così come le persone e le situazioni, sono riconoscibili, definiti nelle loro coordinate. Ed è grazie alla visibilità dell’esperienza, ai concreti riferimenti che la definiscono, alla dicibilità delle cose, che non si avverte stridore nel passaggio dalla poesia alla prosa, non cambia il tono né il passo. Un passo lieve, discreto, che non fa rumore, un tono meditativo.  Anche nella prosa di Magneti cinesi, come già il termine “magneti” suggerisce, sono i dettagli a primeggiare, le scritte in inglese sulle magliette degli inconsapevoli indossatori, il “piccolo asciugamano bianco, arrotolato e bollente”, le teste di gallo sul piatto, il brindisi fatto da chi lo propone con tutti i presenti, “uno per uno”, quella formalità così piena di senso a noi sconosciuta. Come delle foto ricordo, nitide, che colgono il particolare che si è impresso nella mente, che ha avuto per noi un significato. Non sono eventi di per sé significativi. E come accade nella poesia, anche nella prosa affiora con pochi tratti un personaggio. Le situazioni, gli eventi, le esperienze vissute, poco importa se vivendo o leggendo, per essere dicibili devono coagularsi attorno a un particolare concreto. E’ il visibile il punto di partenza, un ancoraggio senza il quale la scrittura non può scaturire, sia in versi che in prosa. Nei Magneti cinesi sono le labbra dell’accompagnatrice Grace, “che si piegano con un broncio infantile all’insù”, a rivelare il carattere del personaggio. La cura minuta dei particolari, l’attenzione agli indizi rivelano i caratteri. Indizi della sua psicologia sono l’andatura e la voce di Grace, che “quando afferma sembra che domandi”. O quando dei vecchi genitori contadini viene colto più che lo stupore il sospetto di fronte alla novità del “focolare al centro del tavolo con gli ingredienti crudi al suo fianco”. E’ la medesima attenzione che ritroviamo nei versi. L’attenzione dei giovani cinesi verso i vecchi è la virtù che emana da queste pagine. E dal concreto particolare può emergere un più vasto significato, come accade nell’accurata descrizione dei simulacri, di gesso o del corpo presunto di Mao, nella visita al Mausoleo.

E’ nell’epigramma, genere a cui è dedicata una sezione del libro, che il ritratto della persona si condensa in una battuta, in un breve giro di frase, in un’istantanea. Sono epigrammi composti con  antico conio, che ricalcano il modello classico, nel tono e nella pronuncia, così come accade nello haiku, in cui se non può riprodursi l’originaria grafia è comunque il dato concreto, il mondo fisico a sprigionare senso, il dettaglio a originare pensiero. Si preserva il carattere di una forma poetica, la sua peculiarità, con lo stesso rispetto che si deve all’autenticità della persona.                                                                                                                                   

Annelisa Alleva, Caratteri, Bagno a Ripoli, Passigli, 2018

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