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Luigi Presicce

Autobiografia

 

Sono nato in casa, da mia madre casalinga, poi fioraia, poi di nuovo casalinga e da mio padre pescatore, poi fioraio, poi portiere di notte. Porto Cesareo è un piccolo paese di pescatori, o almeno lo era, ora è un paese che vende souvenir del Salento.

Non ho particolari ricordi di quando avevo meno di quattro anni, anzi non mi ricordo niente, so solo di essere cresciuto insieme a cinque bambine, quattro cugine (tutte figlie della sorella di mia madre), la più grande della mia età e mia sorella quattro anni più grande di me. Ero l’unico figlio maschio, il prediletto. Vezzeggiato, servito, riverito e venerato come un piccolo principe. Amavo in modo particolare mio nonno materno, il barbiere del paese, sempre vestito elegante e di una generosità rara. Aveva un quaderno sul quale scriveva chi gli doveva pagare la barba, quando finiva le pagine lo strappava, ne comprava un altro e ricominciava. Quando lo persi ero molto piccolo, ma ancora oggi ascolto i suoi dischi di Julio Iglesias e indosso le sue giacche.

Ho sempre disegnato, questo me lo ricordo. I temi non erano proprio all’acqua di rose, disegnavo per lo più cimiteri, scheletri, tombe, cose di questo genere, allegre ma non troppo (allegre, perché fatte da un bambino, non troppo, sempre perché fatte da un bambino).

Ero biondo, questo va detto, il viso simile a mio figlio, ma con dei boccoli dorati degni di nota. Poi mi sono inscurito, incupito, non so; ero sovrappeso alle elementari e poi alle medie ho tirato fuori la mia snellezza, senza mai eccedere, anche ora non sono ne magro, ne grasso.

Alle medie l’insegnante di Artistica mi faceva copiare con i colori a olio le opere dei maestri dell’impressionismo. In casa di mia madre ci sono ancora tutte le copie perfette di alcuni quadri di Van Gogh; primeggia tra tutti La camera di Arles, firmata e datata da me sul fronte 1989. Alla fine delle medie la scelta di non andare in una scuola per ragionieri fu decisiva, mi opposi alla mia famiglie e mi iscrissi al Liceo Artistico di Lecce. Mi svegliavo alle sei ogni mattina per prendere la corriera, furono anni bellissimi anche se persi due compagni di scuola entrambi morti prematuramente, il mio compagno di banco.

Finito il Liceo con un gruppo di avventori partimmo alla volta di Milano per svolgere il test d’ingresso a Brera. Tornammo tutti a casa sconfitti (anche chi si era diplomato con sessanta!) e ci iscrivemmo all’Accademia di Belle Arti di Lecce. Dal test d’ammissione a Scenografia a Brera mi ritrovai a lanciare una monetina, per scegliere tra Scultura e Pittura. Venne fuori Pittura. Anche questi furono anni felici, mi innamoravo, dipingevo e avevo il favore di tutti gli insegnanti. Non ho mai discusso la mia tesi, di fatto non sono diplomato all’Accademia, anche se sono finito a insegnarci.

In quegli anni fu decisivo un passaggio: uno dei miei professori di pittura (Paolo Lunanova) portò me e un mio amico e coinquilino ad allestire lo stand di Arte Fiera a Bologna della sua Galleria, la Bonomo di Bari. Qui fummo catapultati nel mondo dell’arte reale, non più figure sui libri, maneggiavamo Alighiero Boetti, Mario Schifano, Tony Cragg e fui folgorato da una valanga di tele (vele) enormi di Julian Schnabel alla Galleria d’Arte Moderna. Lì forse presi davvero in considerazione l’idea di quello che volevo fare da grande. Di fatto in quest’ottica di diventare un artista trascurai gli studi per intraprendere viaggi della speranza con grandi tele arrotolate sulle spalle. L’unico modo per uscire fuori dalla situazione studentesca provinciale era trovare una galleria al nord. Facevo collette tra amici, piccoli spettacoli in cui sputavo fuoco e racimolavo i soldi per il biglietto dell’espresso notte. La notte la passavo in treno, arrivavo la mattina a Milano e cercavo, senza risultato, di srotolare le tele che mi ero portato appresso. La sera ripartivo per un’altra nottata in treno. All’epoca avere quasi vent’anni era imbarazzante per sostenere di essere un artista. I giovani artisti avevano quarant’anni e mi chiedevano, schernendomi, se avessi fatto l’Asilo di Belle Arti. A un certo punto ci fu la svolta, un gallerista partenopeo trapiantato a Milano e detto il Tedesco volle vedere le mie tele e gli piacquero. Costui, Enzo Cannaviello, mi chiese di trasferirmi a Milano e io lo feci lasciando tutto e tutti. Facevo le mostre con i miei quadri, li vendevo e avevo vent’anni! Ho abitato a Milano tredici anni, ho condiviso lo studio con Francesco De Grandi, amico fraterno e maestro, padrino di mio figlio. Il resto della storia è abbastanza nota, è comparso internet, vivo a Firenze, fumo la pipa, mi piace vestirmi bene, non parlo inglese, ho la barba da anni e moltissimi capelli.

 

Galleria fotografica

 

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La nascita del Minotauro, 2019, performance aperta al pubblico, visibile da un buco

Cuchifritos Gallery, Essex Street Market, New York City. Fotografia Dario Lasagni

 

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14 tableau vivant per un'idea di predella (dettaglio), 2018, performance aperta al pubblico

Museo di Palazzo Pretorio, Prato. Fotografia Ivan D'Ali

 

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Finitor Mundi, 2018, performance per soli due spettatori

Fondazione Lac o Le Mon, San Cesario di Lecce. Fotografia Luigi Negro

 

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San Mercurio decollato, 2018, performance per un bambino

Abitazione privata, Firenze. Fotografia Dario Lasagni

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Il fazzoletto della vera icona, 2018, performance aperta al pubblico

MAP Museo de Arte Popular, Città del Messico. Fotografia Sebastiano Pellion Di Persano

 

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L'atelier sur l'herbe, 2017, performance per dodici spettatori occasionali

Fondazione Lac o Le Mon, San Cesario di Lecce. Fotografia Luigi Negro

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Santo Stefano, i coriandoli, le pietre, 2015, performance per uno solo spettatore alla volta, accompagnato.

Chiesa di Santo Stefano Piccolo, Putignano. Fotografia Dario Lasagni

 

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Fine eroica di un'immagine del quattrocento, 2015. performance per soli due spettatori.

MAMBo Museo D'Arte Moderna Bologna. Fotografia Niccolò Morgan Gandolfi

 

Nato a Porto Cesareo nel 1976, vive a Firenze.

Nel 2007 ha partecipato al Corso Superiore di Arti Visive Fondazione Antonio Ratti, Como, con l'artista Joan Jonas.

Nel 2008 a Milano ha partecipato al workshop in Viafarini con l'artista Kim Jones.

A Milano, nel 2008 ha fondato Brownmagazine e Brown Project Space.

Nel 2011 ha fondato a Lecce "Archiviazioni".

Nel 2012 ha preso parte a Artists in Residence al MACRO, Roma, estendendo l’invito a nove artisti.

Dal 2010 è coinvolto nel progetto Lu Cafausu che promuove La festa dei vivi (che riflettono sulla morte) con il quale è stato invitato da AND AND AND a dOCUMENTA13, Kassel.

Dal 2016 è membro della Fondazione Lac o le Mon, San Cesario di Lecce.

Con Francesco Lauretta nel 2017 ha creato a Firenze la Scuola di Santa Rosa, una libera scuola di disegno.

Ha partecipato allo Studio Program 2018 presso Artists Allianc inc, New York.

Ha curato nel 2018, Simposio di pittura, alla Fondazione Lac o le Mon, Extemporanea-play, presso Trebisonda, Perugia e Forme uniche nella continuità dello spazio, presso Rizzuto Gallery, Palermo.

Ha vinto l’Epson Art Prize, Fondazione Antonio Ratti, Como (2007), Premio Talenti Emergenti, CCC Strozzina, Palazzo Strozzi, Firenze (2011) e Long Play, MAGA, Gallarate (2012).

Dal 2012 è impegnato nel ciclo performativo, Le Storie della Vera Croce e in un progetto di formazione itinerante L’Accademia dell’immobilità.    

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