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“FISCHIA IL VENTO”

Memorialistica resistenziale: il “Fondo Brusa” della Biblioteca Universitaria di Genova

Claudia Caviglione - Daria Perrozzi*

In memoria di Calogero Farinella

 

1. All’origine di un percorso: il Fondo Brusa della Biblioteca Universitaria di Genova

Nell’ambito di un più ampio progetto teso alla valorizzare del patrimonio culturale, abbiamo avuto modo, nel corso del 2018, di operare al riordino del “Fondo Brusa”, una raccolta di materiale di varia natura (monografie, riviste, fogli volanti, manifesti, corrispondenza) concernente la Resistenza che il professor Adolfo Brusa, primario neurologo presso l'Ospedale Galliera di Genova, ha deciso di donare quando era ancora in vita alla Biblioteca Universitaria di Genova.

Nel corso degli anni e fino alla sua scomparsa, avvenuta nel 2013, il donatore ha collezionato con competenza ed autentica passione una vasta documentazione sull’esperienza resistenziale, privilegiandone una lettura “disallineata”, eccentrica rispetto alla visione ufficiale.

Il lascito è stato acquisito dalla Biblioteca Universitaria di Genova nel 2014 ed è costituito sia da centinaia di volumi (tra libri, opuscoli e altro materiale a stampa) classificati e inseriti nel sistema catalografico online, sia da consistente materiale cartaceo di varia natura (manifesti, documenti dattiloscritti, cartine geografiche, lettere e note manoscritte). Una sezione rilevante del fondo risulta inoltre costituita da inserti, articoli, estratti provenienti in gran parte da quotidiani e periodici locali.

Nel corso del lavoro di ricognizione e di successiva valorizzazione della donazione, intervento operato in conformità al modello di riferimento dell’“archivio culturale”[1], non abbiamo tardato a renderci conto del rilevante interesse che riveste per lo studioso una raccolta omogenea di testi e documenti, interamente incentrata sulla Resistenza in Liguria e nelle zone operative limitrofe (Basso Piemonte, Lunigiana, Appennino Tosco- Emiliano) nell’arco temporale 1943 – 1945.

2. Adolfo Brusa. Cenni biografici

Adolfo Brusa, nato a Genova nel 1923, dopo aver conseguito la laurea in Medicina e Chirurgia nel 1947, diventa assistente di ruolo nell'Università di Genova. Si specializza in pediatria e in neuropsichiatria ottenendo due libere docenze e perfezionandosi presso l’importante scuola di Parigi. Dal 1965 è primario di neurologia all’Ospedale Galliera di Genova, ruolo che conserva sino alla pensione. Nel corso della sua vita ha pubblicato numerosi studi di ricerca clinica, il più importante nel 1961 sulla prestigiosa Revue neurologique nel quale descriveva uno dei primi casi di paralisi sotto-nucleare progressiva.

Appassionato lettore e studioso di storia, concentra la propria attenzione sul periodo della Resistenza armata in Italia (più precisamente nel Nord Ovest) nel corso del triennio 1943-1945. Un interesse che lo spinge ad indagare e a verificare fatti dimenticati o ai margini della storiografia ufficiale e da cui discende un’esigenza che si tramuta ben presto in autentica passione: ricercare e collezionare testi sulla guerra partigiana. Nasce in tal modo il Fondo Brusa, oggi donato alla Biblioteca Universitaria di Genova lungamente frequentata dal Professore in qualità di studioso e lettore.

Uomo appassionato di montagna, Adolfo Brusa amava l’alpinismo e l'escursionismo e spinto dall’interesse per il riscontro e la verifica, per molti anni ha ripercorso, specialmente sui sentieri dell'Appennino ligure, uno a uno gli itinerari teatro delle battaglie partigiane durante la Seconda guerra mondiale. Adolfo Brusa è mancato a Genova nel 2013, all’età di 90 anni.

 

3. Il Fondo Brusa: scheda tecnica

L'Archivio del professor Adolfo Brusa si contraddistingue per essere, come già accennato, un complesso di materiale librario, archivistico e documentario che offre un rilevante grado di organicità, di omogeneità e di specificità tematica. Sulla base di questi elementi la Biblioteca Universitaria di Genova ha riconosciuto questa donazione come fondo “speciale”, considerandolo non solo un mezzo per incrementare il proprio patrimonio bibliografico su un argomento di grande rilievo (la Resistenza in Liguria e nelle zone limitrofe) ma di interesse storico-culturale meritevole di specifica valorizzazione.[2]

Il donatore ha esplicitato alcune specifiche richieste in merito alla gestione del materiale, in primis che venisse considerato “Archivio Culturale”, tutelandone in tal modo unitarietà ed integrità. Ai circa 800 volumi che costituiscono la parte più strettamente bibliografica del Fondo si aggiunge materiale cartaceo e archivistico di varia natura (estratti da periodici e giornali, ritagli, fotocopie di articoli, fotografie, manifesti, documenti dattiloscritti, cartine, note manoscritte) quantificabile in ca. 1500 pezzi: all’interno di questa sezione, una parte consistente risulta costituita da inserti, articoli, estratti provenienti in gran parte da quotidiani e periodici locali, per un totale di 996 documenti.

Il materiale è stato sottoposto a tutte le operazioni amministrative e gestionali previste dalla procedura di acquisizione.

Muovendo dall’assunto che ogni biblioteca od archivio “d’autore”, riconducibile cioè ad un unico possessore, sono una sorta di specchio nel quale vengono riflessi interessi e personalità di quest’ultimo, si è scelto, compatibilmente alle esigenze gestionali e di fruizione, di rispettare l’impostazione originaria voluta dal donatore. Nel corso del processo di riordino e di disposizione dei documenti è stato pertanto adottato il criterio binario (cronologico-geografico) già utilizzato dal prof. Brusa.

La descrizione del corredo para-testuale ha assunto particolare rilievo per la storia del fondo; le dediche, le tracce d'uso, i segni di appartenenza, gli appunti hanno fornito importanti indicazioni sul rapporto tra studioso e donatori dei volumi. Le descrizioni non si sono esaurite nel decifrare i singoli segni, bensì indagano le connessioni che intercorrono tra i vari documenti dell'archivio.

L'obiettivo è stato quello di definire una sorta di “mappa” in grado di correlare fatti e percorsi, una mappa capace di evidenziare relazioni significative. A tale risultato si perviene utilizzando differenti prospettive analitiche: politica, storica, biografica tutte comunque altamente rivelatrici dei legami sociali e della formazione culturale del donatore.

La parte del fondo costituita da materiale cartaceo eterogeneo è stata suddivisa per aree geografiche in buste numerate da 1 a 47; a ogni busta è stato assegnato un titolo d'insieme stabilito sulla base del contenuto di ciascuna. Successivamente è stato redatto un elenco degli esemplari di ogni busta affinché l'utente, una volta digitalizzate tutte le informazioni, possa visualizzarle direttamente sul sito della Biblioteca.

Per quanto riguarda la collocazione, le buste sono state inserite in appositi classificatori con etichette dove è presente il numero della scatola e il numero delle buste contenute. Il materiale documentario è così pronto per una eventuale trasposizione sul database Manus Online, un software gestito dal Ministero per i Beni Culturali che consente la descrizione a diversi livelli, dal più semplice al più complesso, dei manoscritti affiancandole alle immagini digitalizzate di fondi conservati nelle biblioteche italiane pubbliche, ecclesiastiche e private, rendendole quanto più fruibili al pubblico.

Le monografie, i periodici e gli opuscoli del fondo sono stati inventariati e catalogati secondo le regole di catalogazione Reicat e poi inseriti nel catalogo SBN on line liberamente accessibile al pubblico (OPAC SBN).

La descrizione catalografica in una biblioteca d'autore non può limitarsi alla sola individuazione degli elementi bibliografici utili per l'identificazione dell'edizione del volume, ma deve rappresentare sia le caratteristiche che rendono unico ogni esemplare, sia le relazioni tra i vari documenti che costituiscono la raccolta.

All'indicazione dei dati bibliografici è stata quindi aggiunta una descrizione analitica delle peculiarità della specifica copia, sia per quanto riguarda l'aspetto fisico, sia per le caratteristiche archivistiche.

Le informazioni sulla pubblicazione e su ogni esemplare sono state registrate in apposite sezioni del record catalografico, scendendo nel dettaglio per indicare l'ubicazione, segnalando eventuali possessori precedenti (ex-libris, timbri) e altri elementi relativi alla provenienza.

Per quanto concerne gli inserti rinvenuti tra le pagine dell'esemplare, essi sono stati estratti e conservati separatamente, specificandone la natura e le caratteristiche. Si è individuato il tema di base (il contenuto concettuale) e le peculiarità presenti in tale contenuto (l'insieme di tali elementi costituisce il "soggetto" del documento stesso).

Pertanto per ogni esemplare è stato scelto un soggetto che possa facilitare la ricerca dell'utente e che corrisponde alla stringa “Resistenza – Italia” (con specifiche diverse a seconda degli argomenti).

Analogo ragionamento è stato effettuato per la classificazione decimale del Sistema Dewey (21a edizione) attribuita a ciascun volume, ovvero è stata scelta una classe numerica che rinvia esattamente a questi contenuti: 940.54 – Seconda Guerra Mondiale. Italia – (con specifiche geografiche diverse a seconda della Regione).

Il materiale librario è stato fisicamente collocato in tre diverse sezioni che contraddistinguono il fondo Adolfo Brusa: BRUSA per le monografie; BRUSA MISC per gli opuscoli e gli estratti; BRUSA PER per i periodici.

 

4. Sulla memorialistica resistenziale

L’interesse del fondo è sicuramente accresciuto dal rinvenimento, in corso d’opera, di diversi dattiloscritti (resoconti operativi, diari, memorie) quasi sicuramente inediti o con una circolazione limitata al solo dattiloscritto, dalla cui lettura emergono testimonianze, semplici e dirette di uomini che vissero quei giorni e quegli avvenimenti.

È partendo da queste considerazioni che proponiamo un lavoro di presentazione critica di alcuni esempi di letteratura memorialistica, per lo studioso autentici giacimenti di informazioni, aneddoti, ricordi di quella che fu, oltre che resistenza armata al nazifascismo, un’esperienza collettiva di rinnovamento etico ed un laboratorio di nuove forme e relazioni sociali. L'intento è quello di contribuire alla definizione complessiva di un momento cruciale della storia recente del nostro Paese, attraverso la rivalutazione di esperienze “minime”, per loro natura ai margini della storiografia ufficiale. Vorremmo anche sottolineare in tal modo, ancora una volta, il carattere popolare della Resistenza[3], di quei resoconti che, pur utilizzando una grammatica e una sintassi elementari, hanno trovato eco nella vasta produzione letteraria del dopoguerra. Senza nulla togliere all’indiscusso valore dei “Padri Nobili” (Fenoglio in primis), vorremmo modestamente richiamare l’attenzione su una concezione di Resistenza e di memorialistica che si avvicina a quel “bagno di realtà” che Francesco De Sanctis aveva auspicato nella sua Storia della Letteratura italiana, una Resistenza radicata in profondità nel tessuto sociale, capace di suscitare “grandi speranze” di ricostruzione etico-sociale e di libertà.

Quelli qui presi in esame sono scritti semplici, descrittivi, molto lontani da ogni forma di retorica o di protagonismo ed in questo risiede il loro valore, esprimono un sentire condiviso e presente nella società italiana. Essi rappresentano, sia sul piano contenutistico che su quello formale, una svolta significativa rispetto alla magniloquenza della letteratura di genere affermatasi durante il periodo fascista, riallacciando piuttosto i fili con la memorialistica “dal basso” della prima guerra mondiale, attentamente studiata da Antonio Gibelli, nel suo studio L'officina della guerra[4]. Permangono ovviamente differenti tratti linguistici e stilistici tra i singoli dattiloscritti, a titolo di esempio balzano agli occhi le immagini descrittive utilizzate nel testo I Ribelli della Montagna di evidente derivazione colta, specie se paragonate al registro dimesso e quotidiano utilizzato in Diario doloroso e ne I Vespri … Liguri.

Ne emerge comunque, al di là delle differenze stilistiche, una Resistenza priva di toni celebrativi, costruita, pezzo dopo pezzo, giorno dopo giorno, da “uomini comuni” che scelsero di vivere nell’incertezza e nel pericolo[5]; una Resistenza autentica, fatta di resoconti non eroici, redatti in uno stile piano, utilizzando una grammatica ed una sintassi elementari, eppure proprio per questo capaci di restituire singole sfumature, luci ed ombre.

Il realismo descrittivo e il linguaggio, semplice, diretto, quotidiano, rendono questi scritti “accessibili”, permettendoci di riflettere non solo sulla Resistenza e sui suoi valori, ma anche di “riscoprire” il ruolo che, lontano da ogni retorica celebrativa, in essa svolgono i ceti subalterni, le persone comuni. Ed ecco allora la “nuova”  importanza che assumono le realtà regionali, i dialetti, la lingua parlata; ecco la lettura condivisa di stati d’animo (la precarietà dell’esistenza, il senso di appartenenza, la percezione del pericolo e della morte) e di emozioni, persino la percezione del paesaggio, del tempo delle stagioni è filtrata dall’esperienza comune.

Tutto ciò esprime al meglio quel desiderio di cambiamento e di rinnovamento etico già individuato da Antonio Gramsci.

La memorialistica partigiana, di cui i testi qui esaminati fanno parte a pieno titolo, è di per sé un interessante fenomeno di ‘letteratura di massa’, un complesso insieme di scritture – memorie, racconti, romanzi – che già all'indomani della liberazione, si proponeva di raccontare quanto accaduto, creando un originale innesto tra vissuto personale e sentimento collettivo.

 

5. I dattiloscritti del Fondo Brusa

Nel lavoro di sistemazione e catalogazione del fondo, sono stati rinvenuti sei dattiloscritti di estremo interesse sotto il profilo contenutistico-lessicale. Si tratta di memorie, scritte in forma di Diario e donate al prof. Adolfo Brusa, al preciso scopo di arricchire la sua “collezione” di testi sulla Resistenza; alcune di queste recano sul frontespizio dediche e frasi di stima: sono copie fotostatiche tenute insieme da legature “di fortuna”, fatte presumibilmente dagli autori stessi. La copia fotostatica rappresentava, prima dell’avvento della scrittura elettronica e di internet, l’unico modo per diffondere, seppure con modalità assai circoscritta, il testo tra amici persone interessate. Materiale che ebbe quindi una circolazione limitata e, a quanto consta dalle ricerche effettuate, rimasto inedito, comunque non pubblicato a stampa.

Prenderemo qui in esame, nel rispetto dei limiti imposti dalle norme redazionali, i quattro testi più in linea con le finalità proposte dall’articolo, analizzandone sommariamente i tratti caratterizzanti. L’analisi verterà in particolare sul linguaggio utilizzato, le motivazioni psicologiche ed etiche che hanno portato gli autori alla stesura, la contestualizzazione storico-geografica, le connotazioni correlate al paesaggio, le emozioni vissute dai protagonisti delle storie. Cercheremo, pur nei limiti della presente trattazione, di stabilire un parallelo con la più nota letteratura resistenziale.

Di seguito forniamo, per completezza di informazione, l’elenco dei sei dattiloscritti, specificando come l’analisi verterà sugli ultimi quattro:

 

1)         Luigi Delfino, Autobiografia di un Antifascista

2)        Osvaldo Contestabile, Scarpe rotte e Libertà

3)        Frate Richieri, Diario Doloroso 30 luglio-15 settembre 1944.

4)        Mario Simoni “Ventura”, Diario. Genova, 20/09/1978

5)        I Vespri… Liguri

6)        Siamo i Ribelli della Montagna

 

6. Diario Doloroso 30 luglio-15 settembre 1944.

Il dattiloscritto composto nel giugno del 1945, come si legge nella prima pagina, è scritto in forma di diario da un frate di nome Richieri, il quale durante i bombardamenti di Cuneo, e più precisamente nei giorni dal primo agosto al 15 settembre 1944, trovò riparo presso l’amico Don Demaria, Parroco in S. Chiaffredo Busca, un piccolo centro in provincia di Cuneo.

Non abbiamo notizie biografiche sull’autore del diario, sappiamo soltanto che all’epoca dei fatti aveva 82 anni come scrive egli stesso nel corso del racconto.

Il diario non fornisce informazioni dirette in merito all’attività, peraltro significativa, delle formazioni partigiane nella zona del basso Piemonte, ma è di grande interesse dal punto di vista storiografico nel suo descrivere gli aspetti della vita quotidiana in un piccolo paese di provincia durante la guerra. Le figure che incontriamo in queste pagine sono persone comuni, contadini, artigiani che poco o nulla avevano a che fare con la resistenza, travolti loro malgrado dalla brutalità della guerra e dall’infamia delle insensate rappresaglie fasciste. Emerge anche con grande vivezza descrittiva il ruolo guida del parroco all’interno della comunità, autentico punto di riferimento, non solo spirituale, per tutto il paese, specie in tempi e situazioni difficili.

Don Demaria era parte integrante del tessuto sociale, come racconta Frate Richieri era sentito come “uno di loro”, dall’altare predicava in dialetto piemontese per essere compreso da tutti, partecipava agli svaghi domenicali della comunità. Nonostante non fosse un membro della lotta partigiana, da una sua predicazione, tenuta in occasione dell’imposizione dell’abito clericale ad un giovane e riportata nel diario, emerge tutta la sua profonda contrarietà alla guerra: «Udite? O miei cari, udite in questo momento il lugubre rombo dei quadrimotori che passano sopra alla nostra chiesa, sopra di noi. Essi vengono a portar rovine, desolazione, morte… E questo è frutto della moderna civiltà che non vuole né Dio né legge né Vangelo né Chiesa».[6]

Fu proprio la centralità della figura Don Demaria nella vita del paese a designarlo quale vittima della persecuzione fascista. Veniamo ai fatti: alcune cascine della zona subirono, nel corso della notte, il saccheggio di derrate alimentari da parte di bande armate. I contadini, disorientati e intimoriti, si recarono da Don Demaria chiedendo il suo intervento e la sua autorevole mediazione. Prontamente il parroco si recò dai partigiani della zona per chiedere loro di porre fine a quelle incursioni che penalizzavano persone già in difficoltà. I partigiani riconobbero prontamente le loro responsabilità giustificate, dissero, dalla situazione disperata dei rifornimenti che li obbligava a compiere scorrerie per non morire di fame. Si giunse ad un accordo che prevedeva la cessazione dei saccheggi in cambio di 240 chili di frumento. I furti cessarono immediatamente, ma come era prevedibile, il parroco venne costantemente tenuto sotto osservazione e le visite degli ufficiali tedeschi in canonica si fecero insistenti. La situazione precipitò quando, un mattino, fu rinvenuto il cadavere di un uomo in mezzo ad un campo, non lontano dal paese. Inizialmente si pensò fosse il corpo di un partigiano, ma presto arrivarono i fascisti. Riconobbero nel caduto uno dei loro, e rivolsero la loro rabbia verso il parroco, ingiustamente accusato di essersi rifiutato di celebrare il funerale al loro camerata. Con questo pretesto i militi della Brigata Nera Lidonnici fecero irruzione in canonica saccheggiandola e facendo prigioniero Don Demaria: «I militi fascisti e gli ufficiali entrarono in canonica col Can. Einaudi […] Vidi tuttavia dal giardino che dalla canonica essi esportavano e mettevano sopra a un camion, fermatosi su il piazzale della chiesa, sacchi di grano, biancheria, vino, ecc. (Eccoli, i veri patrioti fascisti: depredatori maledetti!)»[7].

Il parroco e altri prigionieri furono fucilati per rappresaglia, dopo aver subito percosse e maltrattamenti, laddove era stato rinvenuto il cadavere del fascista.

Quello che tutti sapevano, ma che non poteva essere detto era che il milite delle brigate nere rinvenuto cadavere nel campo, era caduto nel corso di un conflitto a fuoco non con i partigiani, ma con gli “alleati” tedeschi, ormai apertamente in contrasto. A tale proposito Frate Richieri riporta alcune testimonianze estremamente interessanti:

 “[…] in una progettata sortita o battaglia da farsi contro gli Anglo-americani non vollero a compagni d’armi i Neri militi fascisti, poiché, dissero i Tedeschi, i militi della Brigata Nera non han valore combattivo contro soldati armati, ma si distinguono soltanto nella indisciplina, nel rubacchiare e sparare contro gli inermi, non vogliono inoltrarsi fra i ribelli della montagna che sono armati e incutono paura. Di qui il disprezzo dei tedeschi verso i Neri e odio e desiderio di vendetta dei Neri verso i Tedeschi”.[8]

Si scoprì inoltre che l’accaduto era stato colto quale pretesto per eliminare Don Demaria colpevole di essere sceso a patti con i partigiani. Tra i fascisti che arrestarono il prete vi erano infatti i fratelli Ferrari, infiltratisi come spie fra le file partigiane, ed erano queste due figure che avevano avuto l’incarico a suo tempo di recarsi dal parroco per ritirare il grano promesso.

 

7. Mario Simoni “Ventura”. Diario. Genova, 20/09/1978

Il Diario del partigiano Mario Simoni (nome di battaglia “Ventura”) ha l’obiettivo, esplicitato dallo stesso autore nell’introduzione, di descrivere fatti e persone concernenti la guerra partigiana, da lui stesso vissuta, per tenerne viva la memoria. Il testo dattiloscritto rappresenta, per la precisione delle informazioni riportate, un’importante fonte storica sia per quanto riguarda la ricostruzione delle singole operazioni militari delle formazioni partigiane sia per quanto attiene all’elaborazione di strategie di intervento di più ampio respiro. Accanto a questi dati, preziosi per una accurata ricostruzione storiografica degli avvenimenti, il Diario di Simoni si caratterizza per l’attenzione rivolta ai sentimenti e agli ideali che mossero i combattenti e per la convinzione della testimonianza come necessità etica di trasmissione della memoria. Il Diario inizia con una sorta di prologo politico agli avvenimenti che seguiranno, muove dalla costituzione della Federazione Giovanile Comunista Italiana (autentico biglietto da visita circa l’orientamento politico dell’autore) e attraversa anni di lotte e battaglie sindacali, una su tutte quella che riguarda lo stabilimento Ansaldo di Genova. La parte centrale del testo, la più rilevante, è invece interamente dedicata alla storia della 59a Brigata Garibaldina di manovra “Caio”, una formazione partigiana attiva nella VI zona operativa, in particolare nella Valle dell’Aveto, e per un breve periodo a Genova nel Comune di Neirone. Vorremmo però soffermarci su quella che è forse la peculiarità più interessante del testo in esame: la centralità, nell’ambito della descrizione della vita partigiana, del ruolo e delle storie delle donne. Ciò è tanto più degno di nota se si valuta, nella letteratura resistenziale, una persistente assenza della donna combattente; tutti noi ricordiamo la splendida figura di donna protagonista del romanzo di Renata Viganò L’Agnese va a Morire (1949)[9], ma, nell’insieme, parafrasando la scrittrice Svetlana Aleksievic, la Resistenza non sembra avere un volto di donna. Eppure, il contributo delle donne alla lotta di liberazione non fu certo secondario, presenti a tutti i livelli delle formazioni partigiane furono combattenti, gappiste, staffette. Simoni narra, in qualità di testimone, tre storie di donne: “Maria Macellari – Carma, Medaglia d’Oro”, “La donna del militante comunista” e infine il racconto della protesta delle donne di Cornigliano nel 1942.

Maria Macellari nacque a Bobbio il 18 marzo 1922 ed entrò a far parte della Brigata “Caio” il 28 agosto 1944. «Coraggiosa, energica, leale fu di esempio e di incitamento a tutti. Sempre in testa alla brigata nelle dure e faticose marcie, sotto la pioggia torrenziale o sotto il sole cocente con sulle spalle lo zaino più pesante (sua principale caratteristica), mai stanca. Era di sprone ai compagni perché non voleva essere da meno».[10]

“Era sempre allegra, sorridente in tutti i frangenti. Carma agiva con quell’entusiasmo consapevole di chi sa di lottare dalla parte giusta per una causa giusta”[11].

Nei primi giorni di marzo del 1945 fu affidato a Carma il rischioso compito di raccogliere importanti informazioni in zona nemica. Durante l’operazione fu fatta prigioniera dai tedeschi e fucilata; interrogata da un ufficiale delle SS, alla domanda se fosse pentita delle sue scelte rispondeva, pochi attimi prima dell’esecuzione «Se mi rilasciate, sono pronta a ricominciare a combattere contro di voi»[12].

Nella testimonianza successiva un partigiano, militante nei GAP ed amico dell’autore, rende testimonianza della dura esistenza quotidiana della moglie. La donna, segnalata come “compagna di un comunista” e per questo costantemente sorvegliata, è un esempio di resistenza civile, scelse di non prendere le armi (la coppia aveva un figlio piccolo) ma di animare il “fronte interno” facendosi promotrice partecipe di numerose iniziative di protesta. Il partigiano ricorda in particolare, per la grande eco che ebbe, lo sciopero delle donne del quartiere genovese di Cornigliano nel 1942 a seguito della mancata distribuzione di generi alimentari di prima necessità. Fu un momento significativo, anche sul piano politico, di “resistenza civile”, le donne risposero in massa alla richiesta di partecipazione, vi furono momenti di grande tensione e fu solo in virtù della loro determinazione se alla fine le autorità cedettero e gli alimenti vennero distribuiti. Il partigiano testimonia il consapevole orgoglio con cui la donna gli diede notizia di quella che considerava, ed era, una significativa vittoria politica che sosteneva sia sul piano politico che operativo la lotta armata. Per tutti gli interminabili mesi che dividevano dalla Liberazione la donna seppe resistere, condividendo le scelte del marito, alle dure pressioni del vivere quotidiano prendendosi contemporaneamente cura del figlio piccolo. Le parole del partigiano nel descrivere l’operato della moglie sono di ammirazione e di stima, caratterizzate da una grande tenerezza; un passo ci sembra particolarmente significativo dell’orgoglio e del senso di appartenenza: «Quando il 26 aprile ritorno a casa, cioè dopo tredici lunghi mesi di separazione e di tragiche vicissitudini, sciogliendosi dal mio abbraccio, ridendo fra le lacrime per la felicità e la fiera soddisfazione mi dice: “Sai, non ho neppure un soldo di debito”».[13]

Tra le tante istantanee di una vita vissuta sul filo del rasoio, perennemente all’insegna del pericolo e della morte, Simoni dà risalto e spazio alle parole pronunciate da un partigiano diciassettenne gravemente ferito in una esercitazione di tiro con un mortaio e consapevole dell’imminenza della fine:

Supino sul letto, la testa ed il volto completamente fasciati aveva soltanto le narici e la bocca scoperti. Mi avvicino e gli prendo la mano. Chi sei? – mi chiede con voce debole. Ventura – rispondo – Oh! Commissario hai fatto bene a venire a trovarmi avrei tante cose da dirti prima… si arresta un attimo… poi riprendendosi: sai, voglio dirti che non mi lamento delle mie sofferenze e non ho paura di morire se la mia vita avrà contribuito per il trionfo della libertà e della giustizia… tace un istante… per un mondo migliore. Dirai ai miei compagni, continuò a voce ancora più bassa, che mi scusino se ho fatto poco… non ho avuto tempo di fare di più come avrei voluto poter fare. Sono contento perché so che riusciremo a scacciare i tedeschi e a distruggere il fascismo…non riuscì più a parlare. Sentii stringermi forte la mia mano che non aveva più lasciata e poco dopo spirava.

Racconto a Istriano e Paolo il dramma della morte del ragazzo. Paolo dopo avermi attentamente osservato rivolgendosi a Istriano sento che dice: Oh! Ventura, il commissario di ferro, piange.[14]

Uomini e donne in armi, dunque, consapevoli di avere un compito da svolgere sino in fondo, ma costantemente capaci di non perdere la loro umanità.

Il dattiloscritto si conclude con un documento storico: il telegramma con il quale il comando della VI zona operativa datato 25/04/1945 diramava l’“ordine operativo n 4”, l’ingresso, alle ore 16, nella città di Genova insorta. A testimonianza del forte legame maturato nel pericolo e che avrebbe legato indissolubilmente tutti i componenti della Brigata, il primo pensiero di quegli uomini andò ai compagni caduti in battaglia, a tutti quei nomi, a quei volti che non erano presenti a condividere l’immensa gioia della riconquistata libertà e della fine della guerra. Perché, sottolinea l’autore, tutti loro insieme erano stati «i Ribelli della Montagna».

8. I Vespri… Liguri!

«I protagonisti sono gente che appartiene a tutte le classi sociali, che agisce per passione e non per calcolo, che ha uno scopo, istintivo, immediato – l’interesse politico verrà dopo – quello di salvare quel poco che è ancora salvabile nel grande naufragio della patria».[15]

Questa dichiarazione apre il resoconto dei fatti e dei protagonisti della resistenza a Voltri, municipio del ponente genovese che insorse il 24 aprile ottenendo la capitolazione della guarnigione tedesca e funzionando come prova per l’insurrezione generale del 25. Le imprese narrate coprono un arco cronologico che va dal settembre 1943 all’aprile 1945. L’autore, anonimo, è sicuramente un partigiano della zona, data la precisa e minuziosa conoscenza di luoghi, persone e avvenimenti; possiamo anche desumere dallo stile narrativo che non fosse abitualmente avvezzo alla scrittura. Il testo presenta qualche salto narrativo, come peraltro dichiarato dall’autore stesso all’inizio dell’elaborato, riportando invece con grande precisione i nomi dei protagonisti e dei luoghi. La prima pagina reca in alto a sinistra il timbro dell’Archivio dell’Istituto Storico della Resistenza.

Nell’intero diario ricorre sovente il nome di Giuseppe Conforti, originario di Voltri e figura di primo piano nelle operazioni della Resistenza voltrese. Di professione artigiano, comunista, all’epoca dei fatti aveva ventotto anni: i primi contatti con la resistenza risalgono al 1933, aderì tra i primi al movimento clandestino partecipando, come vedremo, ad alcune iniziative di vitale importanza. Lo scritto inizia fornendo informazioni di rilevante interesse per lo storico: la costituzione delle prime cellule sovversive nella zona di Voltri, avvenuta nel 1941. Fondamentali per la definizione storica degli avvenimenti risultano anche le note che riguardano gli attriti, quando non le aperte ostilità, esistenti tra le diverse formazioni partigiane per il controllo del territorio che determinarono una situazione di pressoché totale autonomia operativa tra i diversi gruppi. Dettagliato anche il resoconto della costituzione a Voltri, il 9 settembre del 1943, del primo Comitato di Liberazione Nazionale della Liguria (uno dei primi in Italia); ne facevano parte, ciascuno in rappresentanza della propria componente politica, De Filippi (Liberali) Agostino (democratici cristiani), Odicini (socialisti), Bazzurro (comunisti). Il Comitato, sin dal primo incontro, perseguì una politica di coordinamento con analoghe strutture che si andavano costituendo in altre zone della città, stringendo rapporti con i partigiani di Cornigliano, Sestri Ponente etc. con l’obiettivo di dar vita a un’azione più vasta ed efficace.

Grande interesse storico riveste il resoconto delle tre spedizioni partigiane in Corsica, organizzate con finalità strategiche e logistiche[16]. Ideatore di tali imprese ed organizzatore fu proprio Giuseppe Conforti.

La prima spedizione fu organizzata nell’autunno del 1943, determinata dall’urgenza di stabilire un contatto diretto con gli alleati; le formazioni partigiane infatti necessitavano di finanziamenti e forniture di armi, indispensabili per organizzare una resistenza di lungo periodo. Il progetto, discusso con i rappresentanti del CLN dell’Alta Italia nel corso di un incontro tenutosi in località Biscaccia, nel piccolo comune di Mele, ebbe il via libera. Il gruppo operativo si fece anche carico del trasporto in Corsica del colonnello inglese Gorl, prigioniero in Italia e fatto evadere dalla Resistenza dal campo di prigionia di Calvari[17]. La spedizione partì il primo novembre del 1943 alle ore 21.00 dal cantiere dell’Ilva di Voltri.

La Corsica è lontana, ed essere scoperti per mare durante la guerra significa morte certa. Ma gli ardimentosi che sono a bordo non esitano e non tremano. È agli uomini come questi che, quando si parla di lotta partigiana, bisogna rivolgersi col pensiero, non a quelli che, come sempre accade durante gli sconvolgimenti rivoluzionari si mescolano ai combattenti per dare sfogo ai loro bassi istinti, non a coloro che abituati a vivere per necessità contingenti fuori legge, mal si rassegnano, a lotta finita, a riconoscerne nuovamente l’imperio.[18]

Il 2 dicembre 1943 la spedizione fece ritorno, sbarcando nella riviera di Levante, avendo stipulato accordi precisi sulle modalità di rifornimento. I componenti recavano anche diverse potenti radio-trasmittenti, indispensabili alla creazione di un ponte radio con gli alleati. Nelle settimane successive, grazie ai costanti contatti, ebbero inizio gli invii di materiale tramite lanci aerei notturni concordati nella zona della Val d’Aveto.

Inoltre, il 3 febbraio 1944 giunse a Voltri, via mare, un “commando” alleato, con rifornimenti e compiti di consulenza militare.

La seconda spedizione partì per la Corsica il 17 febbraio 1944. Portava con sé, anche questa volta, un gruppo di militari alleati evasi; si imbarcarono con gli uomini della resistenza due piloti americani, tre ufficiali inglesi, ed altri militari. Grande fu la commozione degli ufficiali inglesi nel salutare i contadini della località di Palmaro che per mesi li avevano nascosti nelle loro case, a rischio della loro vita. La spedizione partì, ancora una volta, dai cantieri dell’Ilva di Voltri grazie all’appoggio di operai simpatizzanti della Resistenza che operavano all’interno dell’azienda. L’imbarcazione giunse a Calvi il 22 febbraio e un mese dopo salpò alla volta di Genova con 17 uomini e 7 radio.

La terza e ultima spedizione prese il largo da Riva Trigoso il 28 luglio 1944 partì e giunse a Bastia il giorno seguente. I componenti della spedizione vennero ricevuti dal maggiore Craff, ufficiale coordinatore dei “commandos” alleati, per i quali era di vitale importanza assicurarsi la collaborazione sul campo delle forze partigiane; anche in virtù di ciò gli alleati garantirono un notevole incremento dei lanci di rifornimento nell’Alta Italia e nelle zone operative liguri.

La relazione si chiude con delle note riconducibili alla fine dell’aprile 1945; sono riflessioni amare, la domanda ricorrente è «a quale scopo i sacrifici e gli eroismi?»[19]. L’autore annota: «Non riusciamo a liberarci del sospetto che gli uomini i quali servono un ideale non sono in definitiva che inconsapevoli strumenti in mano di coloro che servono soltanto un interesse»[20]. Parole che pesano come pietre, appena stemperate dall’affermazione conclusiva: «Fino a quando? questo è il problema attorno al quale lottano e per il quale lotteranno gli uomini, i migliori tra gli uomini: quelli che pensano e credono che il sogno è la sola verità della vita». [21]

 

9. Siamo I Ribelli della Montagna

E allor mi chiedo se sia giusto ancora

volger la mente e ‘l cuor a quel rio passato

ostile, oscuro e pur senza alcun’aurora

ch’è nel criminal museo già relegato

 

Sono questi i versi contenuti nella prefazione del dattiloscritto inedito Siamo i ribelli della montagna, il cui titolo corrisponde a uno dei pochi canti partigiani originali liguri di cui sia rimasta traccia. Un canto composto nel marzo del 1944 alla Cascina Grilla dai protagonisti di questa storia, i soldati della terza brigata d'assalto che operava sul monte Tobbio in provincia di Alessandria. Il testo della canzone ci restituisce un’istantanea delle loro vite e descrive con semplicità i motivi per i quali questi giovani hanno scelto il percorso resistenziale.

L'espressione musicale fa trasparire tutta l'esuberanza ideale che galvanizza la nostra ribellione verso un dispotismo brutale e disumanizzante […] Ad un certo punto avvertiamo la necessità di creare qualche cosa che riguardi noi e tutti i giovani della nostra generazione esaltandone la Resistenza in aderenza alla realtà del momento storico. Sarà una canzone che dovrà riprodurre, a nostra immagine e somiglianza, le dure vicende della vita partigiana e gli ideali che la sostengono[22].

Il testo è redatto in prima persona da autore anonimo e costituisce, pagina dopo pagina, un esempio di ricerca storica fondata su verità “oggettive”[23]: fatti, documenti, testimonianze riguardanti l’esperienza partigiana di un gruppo di ragazzi, poco più che adolescenti. Insieme ad essi ripercorriamo gli avvenimenti vissuti a partire dall'8 settembre 1943, la renitenza alla leva, le scelte di campo, il dramma di un conflitto che ingoierà la loro giovinezza, segnandone l’esistenza con l’orrore della violenza e della morte, inflitta e subita. L’8 settembre non rappresenta per l’autore soltanto il giorno di proclamazione dell’armistizio, il suo significato assume un rilievo che va ben al di là di questo dato, trasformandosi nell’atto di nascita del movimento partigiano, il momento in cui un popolo ha la forza di dire basta. La formazione del Comitato di Liberazione Nazionale riafferma i valori della convivenza civile e politica sorretti dal comune rifiuto del Fascismo. «Il vecchio crolla e il nuovo sorge»[24], annota l’anonimo estensore del diario cogliendo l’essenza di quella giornata memorabile.

Ed infatti non a caso i protagonisti che animano queste pagine fanno parte di una appendice giovanile, politicamente indifferenziata del C.L.N., organizzata nel “Fronte della Gioventù”. Sono ragazzi normali, di differenti estrazione sociale ed orientamento politico, ma che trovano nel rifiuto del fascismo e della guerra il denominatore comune capace di appianare le inevitabili divergenze nella consapevolezza dell’importanza della lotta intrapresa per restituire al Paese dignità e libertà.

Ciò che maggiormente colpisce oggi il lettore è il forte sentimento di uguaglianza che lega questi ragazzi, un sentimento che è frutto di un patto volontario tra di loro e capace di influenzarne significativamente i rapporti. Esiste un'ideale di democrazia che essi identificano con l'uguaglianza, ed essa viene posta in essere nelle interrelazioni di ogni giorno. Da questi valori condivisi discende il concetto di libertà nella sua concezione più alta: una libertà che è innanzi tutto libertà di espressione, ritrovata anche per mezzo della natura e di «quei luoghi sconfinati e permissivi, dove essa regna sovrana»[25].

È la natura la costante di questa narrazione, una natura che tempra e segna i protagonisti nella quotidiana, dura vita nella macchia, così lontana e diversa dalle loro esistenze precedenti. Ed è questo amore per la libertà ritrovata che li porta a difenderla con ostinata determinazione, ad essere pronti a morire ancora prima di uccidere, la lotta per la libertà è diventata ragione di vita.

Ne scaturisce una carica di entusiasmo incontenibile, che le pagine del diario riescono perfettamente a trasmettere, unita alla ferma volontà di cacciare quei «dannati tedeschi, che spadroneggiano nei nostri paesi solo grazie alla loro strapotenza bellica»[26]. Le loro riunioni si svolgono necessariamente in luoghi segreti, che vanno dalla cantina al solaio, dalla campagna al cimitero, per mettere a punto dettagliati programmi di organizzazione e propaganda con la ricerca di nuovi collegamenti, affissioni di manifesti in ore di coprifuoco e distribuzione di stampa clandestina.

Quando il C.L.N decide l’impiego operativo del gruppo, «la commozione del momento lascia il passo all’amarezza di doverci staccare dai nostri cari»[27], anche i genitori capiscono che è arrivato il momento di far compiere ai loro figli una scelta, condivisa nonostante la consapevolezza del pericolo. In qualche caso, si inventano bugie per placarne l’ansia e dissuaderli dalla tristezza del distacco: «sappiamo tutti, figli e genitori, che le prospettive non sono rosee, ma facciamo pietosamente finta di ignorarle a vicenda»[28].

I giovani partigiani, in tutto diciannove e tutti al di sotto dei vent’anni, si mettono in marcia per raggiungere la località Pontasso (Comune di Ceranesi) dove li attendono le guide con il compito di smistarli nelle varie “zone” sulle montagne. Al momento dell’incontro, sul posto transita un anziano in bicicletta - l'autore descrive la scena con estrema semplicità linguistica ed un grande effetto filmico: «non è difficile ravvisarvi un operaio che va al lavoro in città con il suo pentolino di minestra e le altre cibarie per il mezzogiorno; notandoli si rivolge a loro con una frase di incoraggiamento in dialetto genovese: Coraggio zoenotti! e si allontana nel buio dell’ora notturna»[29].

Un gesto carico di spontaneità, che sancisce un legame di appartenenza ed incoraggia ad andare avanti. Il cammino è ancora lungo ed insidioso: una strada provinciale e poi una mulattiera che sale verso la Caffarella. L'autore inserisce a questo punto un altro inserto di grande impatto visivo: «fa freddo ed è umido, ma siamo sollevati dall’assenza di nebbia e di neve. Oltre la Caffarella comincia ad albeggiare e, poco dopo, incontriamo qualche banco di nebbia. In una schiarita intermedia notiamo due figure, due guardie forestali in divisa grigioverde che, accortisi di noi, si dileguano velocemente in un banco senza accennare ad un saluto. Di lì in poi non incontreremo più anima viva»[30].

Si prosegue ancora, in direzione del monte Tobbio: «strada facendo ci coglie una violenta bufera d'acqua e di nevischio che rende la marcia di trasferimento particolarmente faticosa […] arriviamo al fiume Gorzente ma è talmente gonfio per le abbondanti piogge che ogni sforzo per guadarlo, lì o altrove, ci riesce vano; neppure Caronte ci potrebbe traghettare in quelle condizioni»[31].

Il monte Tobbio è una montagna che spicca per la grande visibilità rispetto a tutti gli altri rilievi di questa porzione di Appennino a causa dei suoi versanti fortemente erti e brulli. Una natura che si presenta più aspra e ostile, selvaggia e primitiva in contrasto con le forme dolci e femminee delle colline di Pavese e con quelle fenogliane, familiari e accoglienti.

Le descrizioni diventano immagini, il lettore si sente parte dell’ambiente, i suoi sensi sono allertati, percepisce suoni, rumori, odori cui viene restituita l’importanza primordiale, saper cogliere dettagli e sfumature può fare, letteralmente, la differenza tra il vivere e il morire.

La cascina del Brigoleto è costituita da un casolare abbondonato, sito nel territorio del comune di Bosio, essa sorge al centro di un vasto pianoro, somigliante nel suo complesso più alla figura piana di un imbuto che ad un triangolo isoscele, delimitata ai lati geometrici da due torrenti, il rio Gorzente e il rio Tigullio[32].

La cornice di monti che delimita la geografia del pianoro e la presenza dei due torrenti, danno al paesaggio un «tono da inferno dantesco, eredità di un'era antidiluviana che l'uomo non è ancora riuscito ad adulterare»[33].

Nel ricordare queste giornate di cammino e soste, l'autore si sofferma anche sui turni di guardia notturni, nel corso dei quali il chiarore lunare restituisce al mondo una nitidezza di dettagli che per un attimo distrae la mente dalle tensioni della guerra:

 «L'incipiente chiarore lunare ci fa sentire vicini alle stelle splendenti nel cielo terso, mentre la tramontana tagliente ci aggredisce, intirizzendoci e abbassando notevolmente la temperatura. La neve, caduta abbondante nei giorni precedenti, rende difficoltosi i movimenti, ma con i suoi riflessi cristallini ci aiuta a individuare tutto ciò che s'intrude in quel paesaggio siberico»[34]. E subito tornano alla mente gli scritti di Davide Lajolo laddove l’autore dialoga con gli elementi della natura, attraverso un colloquio di sentimenti al limite dell’esprimibile e la luna diviene misteriosa compagna delle sue passeggiate notturne: «la luna stanotte è più tenera della più bella donna del mondo. Si è alzata lontano, man mano si è avvicinata sopra la mia testa a guardarmi, come a parlarmi. E' tenera e soffusa di luce [..]»[35]

Istantanee descrittive, quelle contenute ne I ribelli della montagna che spesso rinviano ad analoghe pagine dei classici della letteratura resistenziale ed evidenziano, ancora una volta, come lo stretto legame tra memorialistica e letteratura “alta” affondi in un’esperienza condivisa, fatta di luoghi e stati d’animo oltre che di persone ed idee. Il rimando quasi automatico, in questo caso, è a Cesare Pavese, Davide Lajolo, Beppe Fenoglio, al loro ripercorrere gli itinerari partigiani tra Langa e Monferrato, Santo Stefano Belbo, Vinchio d’Asti, Alba e l’alta Langa dando voce e dignità letteraria a storie individuali e collettive, tradizioni, e paesaggi con suggestioni narrative di valore universale.

Il resoconto prosegue registrando il passare del tempo con l’alternarsi delle stagioni; dopo le interminabili notti di gelo attraverso «paesaggi siberiani»[36], sostenuti esclusivamente dal calore e dall’accoglienza di umili contadini che rischiano la vita ospitandoli e dividendo con loro il cibo, arriva, dopo aver ripulito le cime innevate, la tanto attesa primavera e con essa un sentimento diffuso di speranza. Ma ecco che, improvvisamente, la situazione precipita: il 6 aprile 1944 i ragazzi ricevono l'ordine di dirigersi verso Capanne di Marcarolo, poiché è prevista una linea di difesa in quella zona. Nel corso della marcia di trasferimento i partigiani vengono intercettati durante un improvviso ed esteso rastrellamento, settantacinque partigiani appartenenti alle formazioni garibaldine vengono passati per le armi da militari della Guardia Nazionale repubblicana e reparti tedeschi, i ragazzi sono tra questi. Un'esecuzione feroce e violenta una vera e propria carneficina che passerà alla storia come la “strage della Benedicta”[37]; è un ricordo “ostile” come ha anticipato l'autore nella sua prefazione, ma è storia che ci riguarda e deve essere continuamente ricordata perché non debba più avvenire che dei ragazzi non ancora ventenni debbano morire per garantire a tutti un mondo migliore:

 

Siamo i ribelli della montagna

viviam di stenti e di patimenti

ma quella legge che ci accompagna

sarà la fede dell'avvenir[38]

 

 

Bibliografia

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Sitografia

Lajolo L., Passeggiando con Pavese, Layolo, Fenoglio alla scoperta dell’anima dei luoghi, www.davidelajolo.it/filez/newsPdf/38.pdf consultato in data 24/05/2019.



[1] * Il presente articolo è stato impostato in comune e coordinato dalle due autrici; in particolare Claudia Caviglione ha scritto le Sezioni 6, 7 e 8; Daria Perrozzi le Sezioni 1, 2, 3, 4, 5, e 9.

                        Sul tema cfr. particolarmente L. Desideri e G. Zagra (a cura di) 2010; A. Manfron (2012): 39-49.

[2] Nella fase di redazione di questo articolo, dal 12 aprile 2019 al 28 giugno 2019 nei locali della Biblioteca Universitaria è in corso la mostra Genova movimento immagine. Dalla ricostruzione ai fatti del giugno 1960. Mostra bibliografica e fotografica che espone, oltre a fotografie di Giorgio Bergami, volumi e altro materiale archivistico-bibliografico proveniente esclusivamente dal Fondo Brusa.

[3] G. Falaschi, La Resistenza armata nella narrativa italiana, Torino 1976; B. Falcetto, Storia della narrativa neorealistica, Roma 1992; A. Battistini, Dalle pianure della cronaca alle colline della storia e della letteratura, in A. Bianchini e F. Lolli (a cura di) 1997, Letteratura e Resistenza, Bologna 1997.

[4] A. Gibelli (Genova, 1942) già docente di Storia Contemporanea all'Università di Genova, esperto di storia del movimento operaio e della Resistenza, è uno dei maggiori studiosi della scrittura come pratica sociale e delle esperienze individuali e collettive nelle due guerre mondiali. Le sue ricerche più significative vertono sulla storia della prima guerra mondiale. Il suo volume L'officina della guerra. La Grande Guerra e le trasformazioni del mondo mentale (prima edizione Torino, Bollati Boringhieri, 1991; terza edizione accresciuta 2007) ha profondamente innovato l'orientamento degli studi sul conflitto in una prospettiva di storia culturale, facendo uso per la prima volta di fonti come le relazioni degli psichiatri sui dissesti mentali dei soldati e le lettere dei fanti. La peculiarità del suo modo di fare storia del Novecento consiste nella prospettiva "dal basso", che inserisce ampiamente nell'analisi e nella narrazione i punti di vista della gente comune – emigranti, soldati, bambini - utilizzando le loro testimonianze epistolari, diaristiche e memorialistiche.

[5] I. Calvino, La letteratura italiana sulla Resistenza, in I. Calvino, Saggi. 1945-1985, vol. I, Milano 1995.

[6] Richieri, Diario Doloroso. 30 luglio-15 settembre 1944, Cuneo 1945, pp. 5-6.

[7] Op. cit., p. 27.

[8] Op. cit., pp.23-24.

[9] R. Viganò, L’Agnese va a morire, Einaudi, 2014.

[10] S. Mario, “Ventura”. Diario. Genova 1978, p. 54 B.

[11] Ibidem, p. 54 D.

[12] Ibidem, p. 54 E.

[13] Ibidem, p.54L.

[14] Ibidem, pp. 57-58

[15] I Vespri liguri, p.1.

[16] A tal proposito si vedano A. Martino, L’attività di Intelligence dell’Organizzazione OTTO nella relazione del prof. Balduzzi, in Quaderni savonesi. Studi e ricerche sulla Resistenza e l’età contemporanea dell’Istituto storico della Resistenza e dell’età contemporanea della Provincia di Savona, n. 24, Savona 2011; P.E. Taviani, Pittaluga racconta. Romanzo di fatti veri 1943-1945, Bologna 1993.

[17] Così nel testo in esame, in realtà si tratta del colonnello Gore come si desume da A. Martino op. cit. e P. E. Taviani op. cit.

[18] I vespri Liguri, pp. 20-21.

[19] Ibidem, p.38.

[20] Ibidem, p. 39.

[21] Ibidem, p. 40.

[22] Saggio: Siamo I Ribelli della Montagna, pp.60-62.

[23] Ibidem, pp. 1-4

[24] Ibidem, pp. 14-15

[25] Siamo I Ribelli della Montagna, pp.37-38

[26] Ibidem pp.33-34

[27] Ibidem pp.35

[28] Ibidem pp.35

[29] Ibidem pp. 38

[30] Saggio: Siamo I Ribelli della Montagna, p.37

[31] Ibidem p. 40

[32] Ibidem p. 42

[33] Ibidem p. 41

[34] Ibidem p. 57

[35] L. Lajolo, Passeggiando con Pavese, Layolo, Fenoglio alla scoperta dell’anima dei luoghi tratto dawww.davidelajolo.it/filez/newsPdf/38.pdf in data  24/05/2019

[36] Saggio: Siamo I Ribelli della Montagna, p.63.

[37] La strage della Benedicta avvenne tra il 6 aprile e l'11 aprile 1944, fu un'esecuzione di settantacinque partigiani appartenenti alle formazioni garibaldine, compiuta da militari della Guardia Nazionale Repubblicana e reparti tedeschi in località Benedicta, presso Capanne di Marcarolo, nel comune di Bosio, nell'Appennino Ligure. Altri settantadue partigiani erano caduti nei precedenti scontri.

[38] Saggio: Siamo i Ribelli della Montagna, pp. 72-73

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