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Addimora di Marilina Giaquinta

Roberto Milana

 

giaquinta addimora copertina

La scrittura della Giaquinta è recitativa perché si dispone per lo più a un tenace soliloquio con un lui cavo, un attante misterioso e senza neanche uno straccio di senhal a proteggerne o indiziarne l’identità, un testimone afono, di pronto servizio sensuale da evocare  anche con ossessa  furia linguistica per la grande paura forse di perdere proprie ragioni della vita, di cui l’altro così amato è un salvifico contrappeso. Il pensiero della scena teatralmente poetica corre  poco timidamente verso le lamentazioni della Magnani rosselliniana sul lettone con scialle di lana ne La voce umana di Cocteau, con meno disperati sospiri e più allegre invettive da parte della  Giaquinta. Uno status passionale quasi demodé nell’odierno cinismo sentimentale, un erotico sentire e la sua fisica pura (ahi quei baci che vagano come quanti del desiderio e quelle torsioni di accompagnamento gemellaggi testuali dei malleoli dannunziani ) che si sposta  dalla corporalità dell’amato uomo schermo, per icasticità d’esempio, a quella del linguaggio, il vero oggetto, l’autentico soggetto erotico nel senso funzionale della parola. La Giaquinta lo violenta con una forza espressionista intensa, di vissuta derivazione e poi ne sembra scossa come una mistica, alla fine di ogni testo. E così di seguito come un giocoso supplizio, una taranta espressiva senza fine  a cui non si sottrae mai vista la ur-produzione di versi che riversa generosamente sui social come gli artisti maudit nelle trattorie. Queste sono le  stimmate letterarie della poetessa siciliana, una natura naturans senza fine, una forza espressiva continua, respiratoria. Le raccolte sono e saranno ritagli di un amoroso e nervoso canto continuo, mai solipsistico ma sempre aperto a una specie di eco mediterranea assolata e marina, nell’esposizione sonora del paesaggio e in centinaia di forme di antropologia linguistica. In questa enorme forza espressiva della Giaquinta s’intravvedono due rischi, uno è quello dello scivolamento in un repertorio usato e l’altro è il perdersi nello smarrimento linguistico.  Ma  col garbo e la sagacia forse per li rami del suo alto mestiere in polizia, come non pensare al magistero pizzutiano,  lei vigila sui ripieghi del suo dire eruttivo, con la disposizione via via migliore, quella dove il suo corpo, vibrante viola, “addimora” una registrazione di eventi, piacevole  sacrificio pubblico del sé in una specie di odissea linguistica che fa dei lettori una ciurma di adepti interessati.

L’aspetto stilistico più cospicuo di Addimora è l’espressionismo straniato. La rete morfemica è parecchio extra lingua e forza il testo in ogni dove, principalmente con le forme diffuse della parlata dialettale lontane dalla resa naturalistica o dal paternalismo filologico, solo necessaria pronuncia dell’io ancora pulsante del percorso appena sostenuto, diaristico, come frutto di una recherche psicolinguistica. Il meglio di questa dialettofonia è dato dalle forme verbali dotate di una materialità misterica che si stende dalla pura sonorità alle ataviche significazioni, portando tanta azione diretta ( s’ammartoria il cuore, e s’allosca e s’introna la pensata, e le braccia mussiano)  nella conversazione amorosa. Poi i neologismi di varia natura, a volte storpiamenti gioiosi (dlindloneggia, gloglotti…) di fattura onomatopeica. Altre volte aggettivazioni alterate quasi etologiche (serpigna, orbigna, diavoligna…), poi ancora tracce antiquarie del consono duecento (disio, desiamento…) a risentire lo spirito cavalleresco del primo linguaggio amoroso. L’espressionismo è favorito dalla scrittura di carattere orale, pratica e risoluta, con una disposizione al lirismo teatrale, come già accennato, il cui flusso libera la creazione anche dalle pastoie sintattiche, accettando anacoluti, perifrasi, elencazioni  e spinte paratattiche fino all’alterco.

Lo straniamento è nell’esemplarità duecentesca del discorso amoroso, l’insistenza testuale con la sua riproducibilità di scena toglie alla vicenda sentimentale i propri caratteri fattuali e la sposta in una specie di social condiviso come già gli stilnovisti en amitié di allora. Dove però si sente il fiato della postmodernità  nei camei di comicità meccanica insiti negli esercizi di una ginnastica amorosa, come il casanova felliniano (Se non mi stinnicchi/longa longa/ per terra/e non m’asserragli/non m’accerchi/non m’encircli/non m’intorcigli…e non t’indaffari/e non t’affaccendi/e non t’infanatichi/a togliermi il respiro…). Lo straniamento è rinforzato anche da  qualche gustoso passaggio metaliguistico di osservazione da fuori del formarsi del linguaggio e dell’atteggiarsi dei comportamenti con perdite continue di mimesi (cade solo e non chiede/se la mia penna va/senza provar rimorso…Ti aspetti di leggere/che m’abbannisco/di carezze e toccatine…).

 

Marilina Giaquinta, Addimora, San Cesario di Lecce, Manni, 2018

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