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Andrea Mastrovito

autobiografia

 

 

Noi – Facciamo – Quel cazzo che vogliamo.

 

E' uno di quei cori che, settimanalmente, risuona in molte curve d'Italia, spesso indirizzato alle forze dell'ordine o, ancor più spesso, alle istituzioni calcistiche e politiche, come risposta ostinata e contraria alle misure repressive che hanno devastato il tifo nei nostri stadi in questo secolo.

Poi, in realtà, il “facciamo quel cazzo che vogliamo” è del tutto relativo in quanto all'interno di un sistema, sia pure aperto come quello del calcio, ci sono regole alle quali tutti, volenti o nolenti, debbono sottostare.

E poi esiste il codice penale, in effetti.

Ma c'è da dire che cantarlo a squarciagola assieme a migliaia di altre voci ha senz'altro un effetto perlomeno catartico.

Allo stesso modo, in un sistema molto più chiuso come quello del mondo dell'arte, vi sono regole – tacite e mai del tutto valide - che delimitano un campo da gioco all'interno del quale la libertà dell'artista si misura costantemente con le richieste e le aspettative del pubblico e degli altri astanti.

E “fare quel cazzo che ti pare” è una meravigliosa menzogna ricoperta di verità, parafrasando Pablo Picasso.

Come artista nacqui un giorno che non ricordo, e forse non fu neppure quello.

So che ero in Accademia (avevo scelto le Belle Arti perché erano la scuola più vicina allo stadio, ovviamente) e dipingevo su un trespolo.

Dipingevo e dipingevo e decisi che da quel momento in poi avrei fatto solo quello.

Smisi di dipingere subito dopo, quando scoprii che l'incisione mi appagava di più.

Quindi dopo qualche tempo trovai che le carte ritagliate ed i collages mi davano più libertà dell'incisione, mi permettevano di non avere paura di nulla e di provare tutto, tanto se sbagliavi toglievi la carta e ce ne mettevi un'altra. E poi, in fondo, cosa significava “sbagliare” quando tutto era nuovo e non c'erano strade segnate?

Per anni lavorai con la carta, divenne la mia pittura, la tagliavo la incollavo la piegavo disegnavo e scolpivo, il taglierino era il mio pennello. Senza che ne fossi a conoscenza – internet muoveva i primi passi – molti artisti nel mondo avevano intrapreso quella via: forse la carta intesa non più come supporto ma come oggetto e soggetto della pratica artistica era la metafora di un secolo che si era aperto con la caduta delle due torri e che mostrava tutta la fragilità dell'occidente. La carta era perfetta, batteva il sasso e pure le forbici, in quel momento.

Poi arrivò la crisi economica ed i colori di quegli anni lasciarono il posto al bianco e nero, ad un ridimensionamento delle aspettative (e delle entrate!), ad una riduzione ai minimi termini ancora più radicale. Cominciai a fotocopiare le mie carte. Fotocopiai una galleria intera, poi una biblioteca; non mi bastava, fotocopiai un film, un concerto, qualsiasi cosa potesse essere ridotta e semplificata, finchè non cominciai a dar vita a quelle fotocopie con ventilatori che, muovendole, raccontavano nell'aria storie inaspettate.

Mi resi conto che con quelle carte e quei ventilatori disegnavo con l'aria.

“Disegnavo”.

E allora via, ancora più a fondo, verso l'ultimo punto di contatto tra il mondo del reale e quello delle idee: la matita.

Presi a disegnare tutto, o piuttosto ogni cosa che non capivo: il disegno divenne strumento per comprendere il reale, e d'altronde “disegnare” deriva dal latino “designare”, ovvero dare un nome alle cose e quindi possederle intimamente.

Così il disegno divenne il mio nuovo-vecchio linguaggio: la linea univa gli oggetti ed i concetti, uno sopra l'altro, compenetrandoli e dando il là ad interpretazioni sempre imprevedibili. Dal frottage alla grisaille sul vetro, dai righelli ai muri da scavare, dalle chiese agli stadi ai musei agli oggetti di uso comune, tutto era materiale e poi supporto per il disegno.

Finchè, quattro anni fa, decisi che non mi bastava e mi misi in testa di rifare da capo uno dei miei film preferiti, il Nosferatu di F. W. Murnau.

Tre anni e 35.000 disegni dopo riemersi dal mio studiolo con lo scalpo del conte Orlok e con una consapevolezza nuova sul mondo in cui viviamo.

Ridisegnare completamente il film (assieme ad una dozzina di eroici assistenti, chiaro) ne aveva cambiato l'intera essenza: con mia grande sorpresa il tempo del disegno – che, badate bene, è un tempo MOLTO diverso dal tempo del mondo che oggi corre a 40 gigabit/sec – mi aveva permesso di riflettere e riflettermi in quanto facevo, inserendo in ogni singolo frame una serie di informazioni derivanti dal reale che hanno fatto di questo film al contempo una Sinfonia del nostro secolo  ed un autoritratto a tutto tondo.

Dacché in fondo tutte le opere parlando sempre del loro autore e del suo modo di vedere il mondo e, se non lo fanno, voltate loro le spalle, sbattete la polvere dai vostri calzari e scoreggiategli contro con veemenza come farebbe il buon Cezanne.

Un paio di mesi fa camminavo per Torino con un caro amico artista. Avevamo appena visitato Artissima (la fiera dell'arte più trendy oggi in Italia) e passeggiando parlavamo dei progetti futuri.

Dissi al mio amico che avevo in mente di realizzare a breve un secondo epico film. Volevo farlo a tutti i costi, avevo molte cose da dire.

Mi guardò e mi disse: ma Andrea che cazzo fai, ti prende troppo tempo e ti allontana troppo dal mondo dell'arte, lo sai, qui ci devi essere, se no sparisci.

Ci pensai un po'.

E poi gli dissi che l'avrei fatto lo stesso.

Dopo tutto siamo artisti proprio perchè facciamo quel cazzo che vogliamo.

 

mastrovito

 

Andrea Mastrovito,

Gv 19,30

grisaille su vetro sagomato multistrato, foglia d'oro, acciaio, 12 x 10 x 2 m, 2001-2014

Veduta dell'installazione permanente presso la chiesa di San Giovanni XXIII, Bergamo

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