p. 30-34 > Eugenio Tibaldi

Eugenio Tibaldi

autobiografia

Torino, Settembre 2018

 

Ascrivo questa vostra richiesta di autobiografia fra i punti di riferimento a cui appoggiarmi in futuro, utilizzerò questa data come ingresso in una fase matura della mia vita e della mia ricerca.

Scrivo questo in quanto una delle difficoltà maggiori che ho riscontrato nell'esistere è quella di avere dei punti di riferimento.  Se partiamo dall'assunto che l'artista porta con sé l'enorme vantaggio di realizzare ciò che ritiene fondamentale senza vincoli, non possiamo dimenticare che tale realizzazione non risponde in realtà a nessuna richiesta. Questo comporta un' inversione dei fattori comuni che determinano la domanda-risposta ed il relativo senso di libertà e di smarrimento.

Sulla mia carta d'identità alla voce professione c'è sempre stato scritto impiegato, fino al giorno in cui uno zelante carabiniere mi ha detto che stavo commettendo un reato dichiarando un lavoro falso. Da quel giorno la voce lavoro è barrata con una striscia, una sorta di non dichiarazione.

Non credo di aver mai mentito sulla mia professione, io ritengo di essere un impiegato del mondo dell'arte, una sorta di lavoratore dipendente. All'inizio scrissi impiegato per vergogna, per quel senso comune di provincia in cui fare l'artista non è un lavoro, anche, a dire il vero, per non rispondere alle domande fastidiose e sempre uguali che avvengono quando dichiari di fare l'artista. Con il tempo ho capito che la mia era comunque una condizione impiegatizia, sono il mio capo e sono il peggiore di tutti, mi obbligo ad orari estenuanti e straordinari non pagati, a non rispettare le feste comandate ed accettare uno stipendio risibile.

Sono figlio dell'operosa terra di Piemonte, esattamente di una frazione di una piccola cittadina, Alba, in cui il benessere per anni ha donato molte risposte riducendo la necessità del confronto. Sono fuggito giovane da quella terra, sono fuggito sbattendo la porta con un sacco di recriminazioni, di cui, fortunatamente, non importava nulla a nessuno.

La mia famiglia non so se mi ha capito, di certo non mi ha ostacolato, avendo altri due figli il mio razionale padre credo abbia pensato che il 33% fosse un'aliquota alla vita che poteva accettare.

Dell'impeto di quegli anni (che oggi mi causa un rossore alle gote) devo riconoscere il merito di essere stato il grimaldello in grado di generare il movimento che ancora oggi caratterizza la mia ricerca e la mia inquietudine.

In terra di langhe era già iniziata la mia avventura nel mondo dell'arte, primi fragili e fondamentali passi che mi hanno permesso di comprendere con precisione ciò che non volevo essere. Da lì mi sono mosso verso Napoli alla ricerca di qualcosa che risiede nel margine, nel non definito, in ciò che non è difeso dall'amore e dalla storia, né tantomeno da un progetto. Una dimensione fluida e opaca che si avvicina all'essenza del vivere o perlomeno a ciò che secondo me più le assomiglia.

Io arrivo dalla campagna, da stagioni ben divise e dettate dall'afa, dalla raccolta di uva e nocciole e dalla neve, tutto intorno montagne precise; il mare dei campi flegrei, la mancanza di confine, il disorientamento di edifici abusivi che compongono intere aree senza una piazza, senza un piano e rappresentano l'anima ed il corollario della più plastica e mobile città italiana, mi ha rapito e guidato in una ricerca che è durata 17 anni in cui fra periodi di permanenza all'estero e ritorni in terra partenopea ho costruito una visione ed un metodo che fossero “miei”.

Ho trascorso questi anni a tracciare una mappa, una sorta di ideale geografia basata su luoghi comunemente intesi di serie B o marginali, aree di città con un brutto curriculum, seguendo economie di dubbia provenienza ed estetiche generate da dinamiche che non rispondono a parametri formali.

Napoli mi ha insegnato a fiutare la strada e seguendo l'odore del rapporto fra economia, legalità ed estetica ho lavorato su Istanbul, Il Cairo, Caracas, Bucharest, Salonicco, Berlino, l'Havana Bruxelles ed in Italia su Napoli, Roma, Catanzaro, Ascoli Piceno, Verona, Capri, Torino, alternando progetti all'estero ed in Italia. Ogni volta meticolosamente costruisco una domanda ricca di argomentazioni a cui dover rispondere (io in fin dei conti sono un classicone e devo avere i fattori al posto giusto) e poi parto per i miei viaggi cercando case da affittare, luoghi da percorrere, persone da ascoltare, dinamiche che permetto ogni volta l'allargamento della mia percezione estetica, per poi rimacinare tutto e creare la mia possibile risposta.

Una ricerca su Torino mi ha strappato dal golfo e riportato in terra sabauda, alla scoperta di una città che conoscevo da sempre ma mai avevo guardato. Mi ha concesso un ritorno, una seconda chance, di cui, fortunatamente, non importava nulla a nessuno. 

Non è semplice, all'inizio non molti credevano nel mio lavorare, nella necessità di cui andavo orgoglioso ed insonne, anche oggi non è che siamo una folla da stadio, ma siamo una squadra, una piccola armata che combatte contro un avversario che non sa neppure della nostra esistenza e che rende epica la battaglia, che permette di issare bandiere su terre piane o muovere primi passi su pianeti già scoperti.

Una sparuta combriccola fatta di colleghi artisti, galleristi, collezionisti, curatori e critici, direttori di musei, filosofi, letterati, architetti e di tutti quelli che vogliono bene al mio lavoro. Una squadra che legittima la mia esistenza, la dimensiona, la rende simile ad una vita normale, solo leggermente diversa, leggermente abusiva. Forse per questo, per Loro, per il fatto che ormai sono entrato nell'età matura che prometto che al prossimo rinnovo sulla carta d'identità scriverò “artista”.

 

P.S.

L'arte ha il grande pregio di farmi lavorare per l'eternità, per qualcosa che forse resterà oltre noi, ma non è tutto, non per me.

Ringrazio Mariasole che poteva scegliere strade meno tortuose, che mi ha trovato arrotolato ed ha visto che poteva fare qualcosa di me, da allora mi accompagna e mi ha dato la gioia di due piccole meraviglie, mi sostiene in questo viaggio, accetta continui traslochi ed un modello di lampadario che prevede solo i fili e la lampadina.

Per loro tre rimarrò sempre un dipendente, dipenderò a vita dalla loro capacità di far tacere l'irrequietudine che ho dentro, di fermare gli ingranaggi, ripianare le montagne, sistemare i miei pensieri, inserire aria fresca nelle stantie stanze in cui ogni giorno costruisco nuove domande.

tibaldi

Untitled, 2013, vetro, legno, cm 29 x 77 x 15
Courtesy, Galleria Umberto Di Marino, Napoli, Italy
Foto: Danilo Donzelli

 

Questo è l'unico autoritratto che io abbia mai realizzato, mi è sembrato corretto abbinarlo all''autobiografia.

Nel Natale 2012 tutti riuniti a casa dei miei per la cena della vigilia, mia madre stava apparecchiando con i soliti bicchieri della nutella, non volevo. Volevo che usasse il servizio bello, quello del salone, chiuso nel trumò, li meritavamo. Le dissi che i bicchieri della nutella mi servivano per un lavoro e lei subito li tolse da tavolo e li incartò uno ad uno, con una cura commovente. Ero certo che li avrei gettati, ma toccandoli guardandoli ho sentito che erano parte di me, con le loro grafiche datate a scandire i decenni ed il retaggio culturale di campagna oculata e riciclatrice.

Così li ho saldati su steli da vino, li ho innalzati ad livello superiore, li ho immaginati su un tavolo elegante mescolarsi alla cristalleria.

Posso andare in molti paesi, fare mostre e conferenze ma io sono quella roba lì: il bicchiere della nutella.

 

Eugenio Tibaldi (1977)

Artista da sempre attratto dalle dinamiche delle aree marginali.

Nato ad Alba CN, nel 2000 si trasferisce nell'hinterland napoletano dove inizia un lavoro che indaga le dinamiche informali e a tracciare una sorta di mappa dell'informalità. In questi anni ha lavorato su Istanbul, Napoli, il Cairo, Roma, Salonicco, Berlino,Verona, Bucarest, Torino, Caracas, Bruxelles. Fra le esposizioni: Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, Torino, (2007), Manifesta 7, Bolzano (2008), International Centre of Contemporary Art, Bucarest (2009), Museo Madre, Napoli (2010) Thessaloniki Biennale of Contemporary Art (2013), XII Biennale de L'Avana (2015), Museo Ettore Fico, Torino, (2016), Sala TAC/La Caja, Caracas, (2017) Museum MCDA Manila, (2017), IIC new York (2017).

Ha frequentato (CSAV), Fondazione Antonio Ratti, Como, Domus Academy ad Istanbul,  è stato Affiliated Fellowship presso l’American Academy di Roma.

Sue opere sono esposte in istituzioni pubbliche e private in Italia e all’estero.

Dal 2001 collabora in modo continuativo con la galleria Umberto Di Marino di Napoli.

download PDF