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Ascoltare in versi: un'introduzione alle letture di Pagliarani

Valentina Panarella

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Quanto può apparire incongruente, e aggiungerei straniante, dare avvio a un progetto sull'oralità usando un’immagine? Molto, sarebbe la risposta implicata dalle attese di chi, giustamente, riterrebbe sia giunto il momento di dare il giusto peso e valore alla dimensione orale della poesia. Si tratta, nello specifico, di una raffigurazione visiva dell’incipit del secondo canto della Ragazza Carla (1960), ottenuta attraverso l'uso di un programma - nel caso in questione Logic Pro - che consenta il monitoraggio digitale del suono. La traccia sonora è stata estratta da un video attualmente reperibile sulla pagina YouTube di Videor Rome, registrato il 17 dicembre del 1989 presso la redazione sita in via Margutta 51[1]. Questo grafico trasforma dei suoni in un'immagine che cristallizza l’inafferrabilità di sillabe pronunciate e perdute appena dopo l’atto dell’afflato. Dalla forma d'onda tracciata si riconosce la variazione dell'intensità della voce, di cui il software scansiona anche i “bpm”.

L'intero processo, dalla registrazione del video alla sua reperibilità in rete, dalla ricezione distesa degli appassionati all’ispezione mirata di chi fa ricerca, non sarebbe immaginabile se le tecnologie non avessero raggiunto lo stato multimediale della contemporaneità. Siamo sulla soglia del presente: voltandoci osserviamo un groviglio di trasformazioni, le cui maglie si restringono nelle fasi storiche in cui nuove scoperte hanno modificato il modo di pensare dell'uomo.

Gli strumenti condizionano gli orientamenti letterari, fino quasi a guidarli. Come ebbe a sostenere Giovanni Bosio negli anni Settanta a proposito di una delle invenzioni più proficue per il suono,

Il magnetofono restituisce alla cultura affidata ai mezzi di comunicazione orale lo strumento per emergere, per prendere coscienza e quindi appunto per disgrovigliare tutte le forme che si possono contrapporre, ma non appaiare, alle forme disciplinari e ai generi della cultura dominante.[2]

Il magnetofono irrompe nella quotidianità di una cultura sedimentata da secoli nella linearità della scrittura. Come strumento tecnologico, esso consente alla comunicazione orale di superare i limiti a lei imposti da una natura sfuggente, inafferrabile se non nel suo rovescio: quella fissazione in composizioni alfabetiche auspicabilmente eternanti che, dall’avvento della stampa, hanno rappresentato il mezzo di trasmissione più affidabile per il sapere umano[3]. Magnetofono, dischi, videocassette e, per le generazioni duemila, piattaforme di condivisione per video e musica, possono, a seconda dei casi, contrapporsi alle «forme disciplinari e ai generi della cultura dominante», almeno fino agli albori del Novecento - come ha ben evidenziato McLuhan nei suoi studi[4] - cioè fino a quando la cultura dominante è ancora scritta.

La pervasione del silenzio accoglie anche la poesia. L’uomo deve catturarla con lo sguardo, fino a quando nella seconda metà del Novecento, alla comune tendenza al silenzio si affiancano proposte  di spettacolarizzazione come festival, cicli di lettura e rassegne «accomunate […] dal diffondersi di un bisogno assembleare e «orizzontale» di oralità spettacolare»[5], con la conseguente ripresa di un'attenzione alla vocalità. Contemporaneamente, l’influenza della letteratura straniera su quella italiana, soprattutto anglosassone e americana, avvicina i poeti italiani a letture comuni - Pound, Hopkins e Frost - che in passato si sono spesi per un uso tattile delle parole ancorato ad una accentuata oralità poetica[6].

Ed è in tale clima di rinascita che Elio Pagliarani muove i passi, compone e “vocalizza” i propri versi. Tra le crepe della omogeneizzazione al silenzio si infiltrano gli echi di una voce: la poesia ritorna all'antica immediatezza espressiva, per inchiodare col poeta, che è corpo e gesto, nell'essere allo stesso tempo auctor, il suo spettatore. In virtù della reciproca influenza di attore e pubblico così cara all’autore delle Poesie da recita (La ragazza Carla, Lezione di fisica e Fecaloro, La ballata di Rudi), Alessandra Briganti afferma che  la «poesia da recita» di Pagliarani è percorsa da una segreta aspirazione al dialogo che si attua attraverso un massimo di «esposizione» dell’esecutore, attraverso la sua continua «offerta» ad un «contatto» capace di provocare una vera e propria azione dell’ascoltatore/lettore, stimolato a ricreare, secondo forme proprie, in un processo di carattere mimetico, l’universo significante che gli viene offerto.[7]

Propendere alla dialogicità è esporsi all’incontro col pubblico, il quale a sua volta sarà colpito e tutt’altro che indifferente. Il processo di rappresentazione provocato dalla pulsione post-ricettiva reagirà con i propri mezzi, introietterà forme e contenuti facendoli propri.

Questa modesta introduzione vuole essere un preludio al lavoro concreto che nei mesi a venire ci terrà occupati nel duro compito della valorizzazione di uno spazio orale della poesia, su un piano generale, e dei versi di Elio Pagliarani, nel particolare. Il ricchissimo materiale, fornitomi con ammirabile generosità da Maria Concetta Petrollo e Orazio Converso, sarà catalogato in concomitanza con gli studi sulle letture poetiche dell'autore, al fine di renderne disponibilità pratica per l'accesso online alla Videoteca del Fondo Elio Pagliarani.

Non è nostra intenzione dare adito ad approcci contrastivi, che opporrebbero drasticamente mondo della scrittura e mondo dell'oralità.[8] Sarebbe inopportuno ragionare per dicotomie quasi oppositive. Una ricerca come quella che ci stiamo prefiggendo deve combinare tutti gli approcci necessari al fine di raggiungere un buon livello di conoscenza del fenomeno. Lavoreremo sulle letture in cui Pagliarani legge di sé e di altri autori, come Gabriele D'Annunzio, Ernesto Ragazzoni e Aldo Palazzeschi, per cercare di individuare in che modo certi testi si prestino più di altri alla lettura orale, quali costanti gestuali, mimiche e di modulazione vocale caratterizzino la recitazione dei versi. Proveremo a capire se e in che misura la partitura ritmica orale diverga da quella visiva. Tenteremo, sfruttando le tecnologie da cui siamo partiti, di smontare l'opera d'arte, all'apice delle sue possibilità proprio grazie alla performance, rischiando come si rischia quando la mobilità dell'obiettivo da cogliere è tanto attraente quanto dinamico.



[1] Il video in questione è disponibile al seguente link: https://youtu.be/A77PUZa7Afc (consultato in data 24/09/2018).

[2] Gianni Bosio, Elogio del magnetofono. Chiarimento alla descrizione dei materiali su nastro del fondo Ida Pellegrini [1970], in Bosio, L’intellettuale rovesciato. Interventi e ricerche sulla emergenza d’interesse verso le forme di espressione e di organizzazione “spontanea” nel mondo popolare e proletario (gennaio 1963 – agosto 1971), a cura di Cesare Bermani, Milano, Istituto Ernesto de Martino – Jaca Book, 1998, pp. 158-59.

[3] Quando la stampa si sostituisce alla trascrizione manoscritta, la si carica di aspettative. Per alcuni esempi di questa concezione si rimanda a E. M. Foster, Abinger Harvest, New York, Meridian Books, 1955, pp. 190-193.

[4] Cfr. Marshall McLuhan, La Galassia Gutemberg, trad. it. S. Rizzo, Roma, Aramando (ed. or. 1962, The Gutemberg Galaxy: the Making of Typographic Man, University Toronto Press; id. Gli strumenti del comunicare, Il Saggiatore, Milano, 2002 (ed. or. 1964 Understanding Media: The Extensions of Man, New York, Signer).

[5] A. Bertoni, La poesia contemporanea, Bologna, Il Mulino, 2012, p. 144.

[6] Cfr. Franco Fortini, Le poesie italiane di questi anni [1959], in Saggi ed epigrammi, Mondadori, 2003, p. 549.

[7] Alessandra Briganti, Prefazione a Elio Pagliarani, Poesie da recita, a cura della stessa, Roma, Bulzoni, 1985, p. 6.

[8] Metodo condotto anche da studi importanti come quello di Walter Ong, in cui sono frequentissime le dicotomie annesse alla questione dell'oralità, come ad esempio quella di innovazione e tradizione, ridondanza ed essenzialità o aggregazione e analiticità. Mi riferisco a Walter Ong, Oralità e scrittura, Bologna, Il Mulino, 1986 (ed. or. Orality and Literacy. The Tecnologizing of the Word, London-New York, Methuen, 1982).

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