p. 13-20 > La poesia di Attilio Bertolucci

La poesia di Attilio Bertolucci e la forza della natura

Andrea Gibellini

 

La poesia di Attilio Bertolucci ha il privilegio di essere nelle sue cadenze ondulatorie, quasi mantriche, come in movimento: nel dire dello sguardo, nel rapporto intenso con la natura, luogo psichico e scelta di una continua ricerca. C’è una poesia in Viaggio d'inverno che per me ha da sempre rappresentato l’estrema sintesi della sua poetica. La poesia è Per una clinica demolita:

Qui dove un poeta ha pianto e delirato un mese

della sua vita - un aprile

di nuvole,

di bel cielo sereno

insidiato da crepe -

sbattono le persiane abbandonate.

Dove avete portato le vostre droghe e preghiere,

Figlie della Sapienza, figlie della pazienza, tanto buone

cuciniere e allegre dispensiere di minestre e di vino per la

gran fame del tardo mattino?

Qui un altro giorno, gia demolite quelle stanze care, già

più avanzato l’anno e la fabbrica nuova ormai alta, sonora

d’un cantiere che tace

solo se il mezzogiorno spacca in luce e

ombra pane e frittata, al muratore ho chiesto inutilmente:

«Dove sono emigrate quelle vecchie e giovani suore che

con aghi, con fiale sconfiggevano il male, precise

come lancette sul quadrante a usarle senza

errore, alternandole con preghiere cristiane?»

Che io sappia dove sono, che io sappia

che non sono partite

dalla citta che genera in eccesso

la voluttà e il dolore, che io

lo sappia in quest'ora

che precede la notte e l'inverno,

ancora sagge e pazienti nel fugare

per me, per tutti noi, sulla terra l'inferno.

La voce della poesia qui ha un suo valore esistenziale aderente al vero. Bertolucci riesce a coniugare un aspetto intensamente esistenziale con una materia elegantemente letteraria. Se in questa poesia, come in un diario visivo, nei reagenti del suo fare poetico, possiamo fare i nomi di John Donne, per il non innocente ambiente metafisico, e Robert Lowell (nell'ultimo verso si riascolta Montale richiamandone il fascino), e perché —mi riferisco adesso a Lowell— la nevrosi diventa racconto in versi, referto di una tragedia privata, nell'apparizione di figure spettrali, sciamaniche infermiere guaritrici dall'inferno. L'edificio in rovina, e il simultaneo farsi della poesia, sono richiamo, sopravvivenza, lingua-memoria delle cose sentite. Le poesie di Viaggio d‘inverno sembrano residui di sogni, segni parlanti, relitti provenienti da una provincia remota della mente, fueros, li chiama Freud in un lettera a Fliess.

La caratteristica, penso principale, dell'atteggiamento poetico di Bertolucci è di non atteggiarsi a poeta lirico. Montale scrive: «Egli ha scoperto la sua voce e canta. Voce piccola la sua, di tenor comico, ma di bel suono». Certamente una qualita sviluppatasi in seguito negli anni dal giovane poeta: una bella voce poetica e un sigillo legato alla fortuna di un evento di natura. Una voce di bel suono unita alla capacita di inseguire con il proprio intuito la capacita musicale di miniare i propri versi su di una partitura non soltanto breve. Il primo Bertolucci ha un contatto empatico con la natura, potenza sorgiva in cui si raccolgono le forze della sua poesia in un attimo poetico. Nel corso degli anni Bertolucci si è educato, tra percezione della natura e percezione storica, a una maggiore ragionevolezza dentro al tessuto poetico, nell’osservare il trascorrere delle cose. Per questo motivo la sua poesia può essere da esempio per imparare una efficace consapevolezza dei propri mezzi, per una giusta accortezza nel maneggiare la materia poetica, una presa di coscienza nella quale la musica della poesia nei fatti oggettivi deve aderire. Lo stesso metro in Viaggio d‘inverno e un tempo sonoro racchiudente la pressione del tema. La natura diviene cosi non soltanto sviluppo di una natura selvaggia o elaborazione contemplativa di un paesaggio idillico, ma forza di condensazione contro ogni tipo di dispersione compresa quella stilistica, come se il poeta volesse stabilire tra idea della poesia e il fatto evidente della poesia un rapporto strettamente intenso. Da I venditori di flauti, una delle sue poesie in assoluto piu belle, all’apparire delle sognanti gaggie di Ricordo di fanciullezza, fino alla composizione in formazione del romanzo familiare La camera da letto.

Nella ricerca armonica del verso sta il suo lascito, l’attualita della sua poesia, ricerca sempre più applicata ai diversi frutti della sua creativita; e nel verso, nella sua costruzione, l’immagine come principio del discorso poetico. L’immagine solca il verso, gli dà forma; l’immagine e prismatica, e archeologica, conosce le profondita e il significato della superficie mostrando il suo scandire e cio che può dire, partendo dal fondo, nell’inevitabilita di un ricordo. E per la sua capacità di proiettare dentro al suo io-onnivoro, vari elementi: storici, geografici, psicoanalitici, pittorici — la luce che brilla nel crepuscolo sulle foglie degli alberi nei dipinti di Constable, le sculture di Benedetto Antelami, il ciclo dei mesi nel Battistero di Parma — e di sostanza letteraria. Visto in questi termini Bertolucci pare essere un lirico postmoderno. Per una clinica demolita è un testo poetico in atto, le cose della natura sono intraviste dalla stanza della clinica attraverso la finestra per frammenti, per scatti esistenziali. E se quella striscia emotiva, di contatto con la natura, all’inizio del suo percorso, pensiamo a Settembre in Sirio, esigeva una spinta risoluta verso un’accelerazione dell’emotività, in questi testi di Viaggio d'inverno l’elemento poetico si autodefinisce in una percezione riflessiva del discorso lirico: la mente entra nel paesaggio. Non un poeta quindi che basta a se stesso. La sua poesia ci dice anche le fratture di una realtà esterna, le possibili ricomposizioni e di ciò che è ineluttabile, di ciò che la vita non può consegnarci attraverso la poesia. Una ricomposizione armonica del verso non significa semplicemente ripristinare un ordine delle cose, un rituale quotidiano; è piuttosto una possibilità che la poesia si può dare per esistere come nuova possibilità di vita. La condizione della poesia non si giustifica sempre nella direzione della condivisione e della relazione con l’altro, in una prospettiva positiva. La poesia di Bertolucci ci fa sentire questa tensione, dove l’elegia non è fuga, ma tremore delle cose perdute.

La musica del verso in una percezione metrica non prestabilita, «da vero artista della parola» (Montale), ecco un altro insegnamento di Bertolucci, regola il corso del fiume, stabilisce una legge di natura. Uno dei punti di forza della sua poesia sta proprio nel non essere mai esattamente nel punto dove è nata. Il fulcro emotivo è intelligibile come un documento con la capacita —nella forza misteriosa della natura— di spingersi oltre. Il sovrano di quel preciso luogo è il poeta desideroso di trasfonderlo in altri emisferi poetici. Il termine Imitazioni-Imitations —preso a prestito da Lowell— definisce un principio creativo della lingua. Bertolucci lo ritrova nella risonanza dell’imitazione di reminiscenza leopardiana. L’imitazione è una ricreazione. Il rapporto con Leopardi ha posto in lui il problema della natura non come entità immutabile, ma di una natura ridestante interrogativi, propriamente creativa (di un lavoro sulla traduzione come processo creativo), nel far fluire il passato nel presente, dove l’adolescenza, l’eta felice della poesia, è ricongiunta dentro al declino degli anni. Marcel Proust è onnipresente, qui onniveggente. E’ il tempo, il suo prolungato senso della poesia, come se il tempo potesse ridefinire una verita. E’ colui, il tempo, che porta a giudizio in un oltre dal presente stesso non ravvisabile se non per intuizione.

Attraversando l'ultima fase della poesia di Bertolucci, rileggiamo la poesia Verso le sorgenti del Cinghio: il tono della parola poetica ha una percezione viva delle cose così la lingua della poesia:

Volevamo risalire le sorgenti del Cinghio

il giorno era d'aprile ventoso e celeste

ci portava via sbiancava i salici bassi

gia dietro di noi perduti come la casa

 

in cui s'erano dimenticati fuggitivi

esploratori muniti di cibo e coltellini multipli

per una lunga assenza forse per distacco...

Non che io partecipavo all'impresa come cronista

senza la bella volonta liberatoria

degli altri senza la loro strenua fiducia

mentre attraversavamo proprita sconosciute

seguendo l'incantagione sinuosa del Cinghio

 

avvicinandosi all'occhio lo scenario azzurro

delle colline rumoreggiando più e più

il rio amato... Ma il tempo

era passato per me che sentivo acuta

la perdita della casa e di chi

 

a quest'ora forse si era ricordato di noi

soffrendo come io soffrivo del distacco

così che con l'astuzia persuasiva del poeta

li convinsi anime pure e schiette

 

volte al giusto di una fantastica impresa

a desistere a volgersi come una compagnia

di soldati sconfitti verso il quotidiano il solito

il monotono — quanto io desideravo di più al mondo —

 

e che già svelava intiepidito di luce.

Un poeta, Bertolucci, a prima vista tutto terrestre con la capacità di rendere metafisico il quotidiano. Pasolini, all'uscita di Viaggio d'inverno, scrive di una poesia rischiosa, di «un Dylan Thomas italiano»: gli elementi naturali vivono nella sua poesia ridestando l'efficacia sensitiva di un verso nato in chissà quale luogo dell'evento, della memoria, riscoprendo la natura con occhi poetici nella foresta delle immagini.

Ma come scegliere tra le infinite immagini? Ritornando agli anni Trenta si può cogliere nei versi di Bertolucci la volontà di fermare in un fotogramma l'immagine. Questo luogo evocativo contempla altre cose. Lo possiamo intravedere meglio, per esempio, nello stile del giovane Luzi delle Poesie ritrovate. Poesie-imitazioni, risorgive poetiche, ripensando a Rilke, all'interno di un'atmosfera un poco liberty, di sublime malinconia. Il senso dell'immagine e la visione figurativa faranno in seguito di Bertolucci uno sperimentatore non certo un attardato.

Quando usci nel 1971 il Viaggio d'inverno, da li a poco Amelia Rosselli pubblicherà Documento nel 1976 sempre da Garzanti. Nel risvolto non firmato Bertolucci scrive una frase illuminante:

Amelia Rosselli non ha ceduto, non ha tradito la sua vocazione sibillina, non è scesa a patti con nessuno. Ha continuato a camminare per la strada che è solo sua, e può a tratti perdersi in una giungla psichica di rari pertugi luminosi, a tratti aprirsi in rettifili arcanamente soleggiati, percorsi da un gran vento di passione e di ragione.

Bertolucci circoscrive un percorso poetico legato alla solitudine esistenziale: «Ha continuato a camminare per la strada che è solo sua». (La Rosselli riguardo a John Berryman: «quasi scontroso nel suo isolarsi».) Il poeta per necessità propria cerca l'isolamento creativo, il contatto con il proprio sé fonte di autocoscienza — e svelamento — con le cose decisive del suo essere. La loro può definirsi una poesia confessionale nei termini di scoperta interiore senza strade ideologiche da traguardare se non pienamente esistenziali; negativa sarebbe la risposta se imperniata sulla poesia confessionale di scuola statunitense: Lowell, Berryman, Plath. Il vissuto in questi poeti sbuca d’impatto, nell’intensità del verso mai però fine a se stesso, nella densa complessita delle figure, sulla pagina scritta. Con le dovute differenze: poesia confessionale; nel senso che sia Bertolucci che la Rosselli assorbono per distillato il proprio vissuto nella tradizione stilistica italiana. Penso a Petrarca per il suo luogo astratto della memoria, altamente creativo, l’evento tragico della poesia come musica dell’anima, spazialità di una composizione non prigioniera. La psiche poetica si sceglie la propria geografia interiore, la propria poetica, in definitiva, ma non si è del tutto scelti. E’ il luogo dove siamo nati e cresciuti che in natura ci sceglie, ma siamo noi a proiettarne le nostre percezioni dentro al luogo prescelto, fino a farlo diventare epicentro di un lavoro creativo.

La poesia Amelia Rosselli ha la capacità legata al suo istinto di far sopravvire versi strappati al percorso del ricordo.

Da Documento:

Quanti campi che come spugna vorrebbero

arricchire il tuo passato, anche il

tuo presente soffocato.

 

Quante viuzze del tutto pittoresche

che tu vorresti tramutare in significato

 

dell’essenza di questa tua sofferenza.

Ma geme nell’essenza della tua sofferenza

un desiderio di sonno o di carne. Oh

 

come i merli taciono! Hanno confuso

la tua idea della pace con il tramonto

 

che offri ai tuoi occhi penduli solo

un sofisticato sequestro della tua brama

d’esser solo, e te stesso.

 

Bertolucci in Documento ritrova una consanguineità di immagini, sente una scrittura a lui vicina. Sono due animali poetici che si annusano sul confine del dicibile. Perche se la Rosselli punta a una disincarnazione metafisica dei propri versi per poi riunirli come nervature in vari elementi lirici; il riferimento terrestre, in Bertolucci non viene, accentuando il discorso, destrutturato. Non è il tema della poesia tanto a interessare Bertolucci ma come la Rosselli trasformi la propria biografia in un documento poetico. Sul tavolo della loro creazione sono sparsi elementi autobiografici vulnerabili nel confronto con la poesia. Gli Spazi metrici della Rosselli suggerito da Pasolini e pubblicato nel 1964 in Variazioni belliche:           «Una problematica della forma poetica è stata per me sempre connessa a quella più strettamente musicale», richiede alla parola della poesia, la capacità musicale di trasfondere onirici enigmi, resti della memoria, nel flusso incostante, perché smette quando vuole, della poesia. Ogni poesia della Rosselli è un rimpianto del soggetto non sempre legato al riflesso della natura. La tragicità del soggetto si manifesta più apertamente nella sua assenza, deflagra nella voce che manifesta una conoscenza. La natura in Bertolucci assume un aspetto empatico d’ispirazione romantica, innervando al suo interno reminiscenze storiche, facendo reagire l’arte e la sua ispirazione con un tema poetico non esclusivamente di rilevanza interiore.

I mesi da Viaggio d'inverno:

a Roberto Tassi

Letto in Emile Male che gli scultori del Nord

nella serie dei mesi fanno trebbiatore settembre

in Italia fanno Luglio.

Ma qui oltre i mille metri sull’Appennino non è

gia il tempo girato un’altra volta l‘estate sconfitta

e scesa in pianura come un villeggiante

stanca d’annuvolamenti meridiani?

Poi è ritornato il sereno con lunghi respiri celesti

perche possano battere il grano maturo a fatica

con le more e le nocciole che ne limitano i campi

brevi e brunite da pioggie

rifugio di quaglie interrogantisi nel grigioazzurro

zinco dell’alba. Ora è il pomeriggio lento

a passare misurato al metronomo

del piccolo motore a scoppio

di una trebbiatrice in miniatura venuta dalla

[Toscanella

evoluta che sta dietro il crinale impervio e prende

tepore dal mare. Il cuore si rassicura e batte

regolare con la battitura

delle spighe se questa fatica o festa agricola dura

al chiudersi del millennio che s’apre con i mesi di Francia.

L’Emilia è il luogo elettivo della poesia di Attilio Bertolucci. Il poeta non smette di scavare dentro al suolo materno provando a tenere insieme tensione emotiva del verso e direzione storica delle cose: le pievi romaniche sull’Appennino tosco-emiliano, i boschi di Casarola, la vita familiare, le contingenze private allarmate dalla storia come lo sguardo verso la pianura estiva rigenerata dopo un lunghissimo inverno. «E il sole d’inverno rade i colli nevicati», traduce Montale da Eliot in un verso molto amato da Bertolucci. I residui delle cose, degli animali, le ossa nell’inverno, le case sulla pianura e i casolari disfatti e ciò che resta come natura dentro le città, sono nel tempo della memoria uno spazio poetico da riscoprire con l’istinto creativo di chi vuole fermare l’attimo terrestre prima che il tempo e gli anni trasformino e lascino ogni cosa.

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