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Gian Maria Tosatti

autobiografia

Il primo ricordo che ho è mia madre che mi canta “Il ragazzo della via Gluck” di Celentano. Sono disteso sul lettino e vedo il suo viso dal basso, stagliato contro il soffitto scuro. Le tende erano chiuse. Dovevo addormentarmi. E invece ascolto. Avevo pochi mesi. Dicono che non si abbiano ricordi prima dei tre anni. E’ una cazzata. Mia madre è stonatissima. Non mi ha mai più cantato niente.


Io vengo da un caseggiato popolare nella prima periferia di Roma. Dei fasti della mia famiglia d’origine non è rimasta che la cultura di mia madre che considerava un “ghetto” lo snodo di vie costruito dall’ente Enasarco in cui sono nato. Mio padre mi aveva abbandonato alla nascita. Mia zia, sorella di mia madre, divenne parte della famiglia. Diciamo che sono stato uno dei primi ad avere due genitori di sesso femminile. Se si aggiunge mia nonna materna, direi che sono cresciuto solo tra donne, sviluppando un immaginario felliniano da cui non sono mai più riuscito ad evadere. Continuo ad avere assistenti donne che mi infilano i fazzoletti nelle tasche quando ho il raffreddore.

Forse la colpa del mestiere che faccio è proprio di quella canzone che ricordo così distintamente in barba agli studi neuropsichiatrici. Forse, invece, dipende dal fatto che quando non sapevo ancora leggere passavo ore a sfogliare un libro in cui erano fotografate tutte le litografie di Odilon Redon, in camera di mia nonna. A volte, dalla cucina, lei chiamava me e il mio amico Stefano, che viveva sul pianerottolo: «Regazzì, venite qui. Fate un disegno». Stefano disegnava le Ferrari – che somigliavano a dei frigoriferi con le ruote. Io, cresciuto tra donne senza patente, non sapevo neppure cosa fossero. Quando mi chiedevano se mi piacevano le Ferrari dicevo di no. Per me somigliavano semplicemente a dei frigoriferi con le ruote. Le avevo viste solo nei disegni di Stefano. Di contro disegnavo grandi palloni aerostatici a forma di occhio, che viaggiavano verso l’infinito. Non ero così geniale. Li ricopiavo semplicemente dal libro di Redon.

Lo facevo anche a scuola. Andavo dalle suore. Ho sempre avuto grande stima dei religiosi nell’educazione. Una maestra avrebbe chiamato gli assistenti sociali vedendo i miei disegni. I religiosi danno per vere e dogmatiche cose incredibili, hanno la mente più aperta. E così alle elementari me la cavai piuttosto bene. Mia madre quando imparai a leggere, a sei anni, mi mise in mano un libro di tragedie di Shakespeare. Fu la mia educazione siberiana. Dopodiché mi ritrovai catapultato dalla scuola di periferia in una sorta di Eton College romano. La mamma aveva deciso così. Mi sembrava in linea con la sua mentalità. Non c’entravo niente con quel mondo. Mi salvava il fatto che il generone romano che mandava lì i suoi figli era più volgare dei poveri. Per cui io parlavo in dialetto, ma mi ritagliai la parte dell’intellettuale. Non che la cosa andasse fortissimo ai tempi della scuola secondaria, soprattutto con le ragazze, ma se non altro mi dava un’aura da negro istruito.

Anni dopo ho letto Ralph Ellison e ho capito diverse cose di me a quei tempi. Giocavo a pallone. Malissimo. Con una famiglia di donne era prevedibile. Ma mi piaceva. Andavo a Villa Borghese coi miei amici (che mi passavano la palla solo quando era strettamente necessario). Usavamo le statue come pali della porta. Questo penso abbia influito molto nel farmi avere con l’arte un rapporto di familiarità, insomma per farmi capire che le cose belle, in fondo, devono anche servire. Ecco, penso che sia tutto qui, in fondo quel che c’è da sapere sulle origini della vocazione. Dopodiché ho finito il liceo. Il mio periodo céliniano in stile “Morte a credito” era terminato.

Ho iniziato l’università, ma nel frattempo lavoravo in un quotidiano piuttosto importante allora e ormai innominabile. A 19 anni ero prima firma della critica di teatro (si sarebbe aggiunta dopo poco anche la danza contemporanea) e coordinavo tutto il settore per quel giornale. Presi un diploma di regia teatrale in uno dei centri sperimentali più prestigiosi al mondo, in cui Grotowski aveva speso gli ultimi 15 anni della sua vita. Le energie della gioventù e il fatto che gli intellettuali non fossero così attraenti né per il mondo femminile né per quello per quello dei ragazzetti che escono la sera, mi consentivano di portare avanti più cose allo stesso tempo. Così, con l’occasione, diventai anche comunista. A scuola non avrei potuto, ma passavo i pomeriggi nella biblioteca del collegio a leggere Lukacs. In ogni modo, la cosa mi costò piuttosto cara al giornale. Penso che quei vecchi fascisti mi vedessero un po’ come il compagno Folagra, ma più elegante. Soprattutto mi lavavo e questo li confondeva. Quando me ne andai perché mi pagavano troppo poco e non capivano il mio lavoro (visti anche i collaboratori che mi davano), mi dissero che perdevo il grande prestigio di scrivere su un quotidiano. Oggi scrivo dove mi pare, spesso sul Corriere. Avevano la vista lunga, non c’è che dire!

Dopo quell’esperienza, comunque, fondai un settimanale edito dal Ministero dei Beni Culturali. Ci scrivevano i migliori intellettuali italiani che conoscevo. Andammo avanti due anni, con pezzi di Marc Augé, di Celestini... Poi tornò Berlusconi al governo e la sinistra non ebbe di meglio da fare che chiudere il nostro giornale – all’epoca l’unico settimanale culturale del paese - perché, come disse la responsabile di un altro dei nostri enti finanziatori che ancora issavano bandierina rossa: «Non eravamo dei loro». Le risposi che essendo giornalisti, se fossimo stati «dei loro» avremmo fatto meglio ad andarcene a casa. Io però a casa ci andai davvero, a differenza dei miei colleghi che si ricollocarono.

Avevo iniziato a occuparmi di arti visive. Avevo fatto grandi installazioni in spazi occupati, in un orizzonte decisamente underground. La prima di queste sarebbe dovuta durare due giorni. Non riuscimmo a chiuderla per un anno, tanto era il pubblico che si prenotava per vederla. Io ero quello più sorpreso. Ricordo che la santa che si prendeva cura di me all’epoca dal punto di vista professionale e che risponde ancora al nome di Elisabetta mi disse una sera: «Ma non sei contento che ci sia tutta questa gente?». Io le risposi seccamente: «Ma chi li capisce!». Poi però cominciai a credere che avessero ragione loro. Diciamo che ho compiuto un atto di umiltà... E quando dovetti scegliere se tornare in un “prestigioso” quotidiano o fare la vita dell’artista optai per la seconda. Il tempismo non era eccezionale però. Il ministro dell’Economia Giulio Tremonti dichiarava che «con la cultura non si mangia». Così capii che sì, forse in Italia era vero e mi trasferii negli Stati Uniti, coi risparmi accumulati negli anni della professione e che non avevo speso perché ero un “tristone” e non andavo alle feste. Per me che ero sempre stato un negro, a scuola come anche nel mondo dell’arte italiano, composto per lo più da figli di Mazinga vari ed eventuali, andare in America è stata una liberazione. Se non altro mi ritrovavo in una società barbarica, ma multietnica. Oggi, in piena revanche afro, mi dicono che sono un bianco privilegiato. Penso che finisco sempre per essere del colore sbagliato nel posto sbagliato. Comunque, devo dire la verità, in America ho lavorato bene per una decina d’anni. Nel frattempo avevo finito i risparmi, ma iniziato a vendere qualcosa delle follie che realizzavo. I galleristi della mia generazione non ci credevano. Ci ha creduto una signora di oltre settant’anni che aveva già scritto abbastanza pagine di storia dell’arte anche senza di me. Bene così, pare che in Italia i giovani non siano una grande risorsa visti i risultati politici attuali.

Grazie a lei e a un altro signore di settant’anni vestito sempre di nero mi sono innamorato di una città che non è in Italia. Si chiama Napoli ed è un’isola greca al centro del Mediterraneo, in cui non esiste il tempo e in cui si conosce il valore della parola cultura. Lì ho realizzato un grande romanzo di formazione per il popolo di quella città, per i 25.000 che se lo sono lasciato cucire addosso e che mi hanno dato una sorta di cittadinanza onoraria. Gli ho promesso che ne farò uso. D’altra parte nell’altra città che ho più amato non potrò tornare. E’ andata in cenere come Troia. Era stata fondata sul canale della Manica da uomini di ogni provenienza ed è stata rasa al suolo dall’Europa. In quel posto chiamato Jungle mi hanno abbracciato come un fratello e non esistevano negri. Neppure a Napoli, tuttavia. Come diceva Pino Daniele, «Napul’è mille culure». Per una volta, quindi, non rischio di trovarmi del colore sbagliato.

In mezzo a tutta questa storia ci sono un po’ di musei, un po’ di mostre importanti, un po’ di contatti, di pubbliche relazioni – come dicono i miei detrattori - e bla bla bla. Perché l’arte è una passione, ma anche una professione. La verità è che sono tutte cose meno interessanti del fatto che a Napoli mi tiene legato una principessa negra che viveva dal lato opposto della città. Quando la conobbi era possibile stendere un filo dalla mia alla sua finestra tra un estremo e l’altro di Spaccanapoli, senza che il filo incontrasse alcun ostacolo. Quel filo aveva un amo per ogni capo. All’inizio lo usai per portare la principessa fino da me, oggi lei lo usa per tenermi appeso all’orbita di quella città. Siamo entrambi feroci, prima di tutto tra noi. Ci siamo fatti le cose peggiori, come nella migliore tradizione delle coppie di intellettuali. Quando il filo si spezzerà non è neppure detto che smetteremo di stare insieme. Qualche giorno fa ho visto “The Phantom Thread” di Paul Thomas Anderson. Ci ho messo un giorno intero per rendermi conto che fosse un film e non la storia della mia vita esposta impudicamente agli occhi del pubblico.

 

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Gian Maria Tosatti, Histoire et destin - New Men’s Land (Star), 2016, gold paint on ruin, site specific. Courtesy Galleria Lia Rumma Milano / Napoli.

Nota:
Gian Maria Tosatti è nato a Roma nel 1980. Vive a New York. Si è formato presso il Centro di Sperimentazione e Ricerca Teatrale di Pontedera. I suoi progetti sono indagini a lungo termine su temi legati al concetto di identità, sia sul piano politico che spirituale. Lavora sviluppando cicli di grandi installazioni ambientali site-specific. Fra i suoi progetti principali ricordiamo “Devozioni” (2005-2011), “Sette Stagioni dello Spirito” (2013-2016) e i due progetti ancora in corso, “Fondamenta” (2011- ) e “Le considerazioni” (2009 - ). Quest’anno in occasione di Manifesta 12 inaugurerà il primo episodio di un progetto itinerante attraverso l’Europa ispirato alla Trilogia del Nord di Céline, dal titolo “Il mio cuore è vuoto come uno specchio”.

Ha esposto presso l’Hessel Museum del CCS BARD (New York), il Museo Madre (Napoli), La Galleria Nazionale (Roma), il Petah Tikva Muyseum of Art (Israele), il Museo Archeologico di Salerno, il Chelsea Art Museum (New York), il Museo Villa Croce (Genova), il MAAM (Roma). La sua opera “My dreams, they’ll never surrender”, giudicata da Domus tra le dieci migliori mostre internazionali del 2014 è permanente presso Castel Sant’Elmo (Napoli). E’ entrato nella lista dei 30 artisti internazionali più interessanti della sua generazione nel 2015 secondo ArtReview.

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